Sito denuclearizzato

17.11.06

Guardami...







Ti vedo alla guida della tua auto,

con gli occhi trasognati...
e vorrei che mi guardassi...

Quello sguardo tra le
nuvole
mi fa capire a cosa pensi...
Sogni
un uomo maturo...
forte...

e vorrei che mi vedessi ora...

Guardi
le stelle,
lo sguardo assente...
e pensi a un uomo che ti s
appia far ridere...
che ti compre
nda senza compiacerti,
che sappia tenerti nel desert
o dell'indifferenza
per poi premiarti con l'oasi dell'amore...
e io vorrei che in questo momento...
tu guardassi me...

Nel riflesso delle lacr
ime
nei tuoi occhi commossi,
scruti il tuo futuro..
.
e vedi la tua prole c
rescere sicura,
felice..
forte...
e cerchi con lo sguardo
l'amorevole padre dei tuoi f
igli..
e io vorrei ch
e vedessi me...

Guardami...
Guar
dami ora...
Guardamiiiiiiiiii!

SBBBAAAAMMMMMMMMMMMMM!!!!

...

Cazzo, spero almeno tu sia assicurata...





(grazie a Claudia per la foto e per avermi seguito nel fiume di Cabernet)
((dato che pare non si capisca, lo scrivo: il tizio sotto la macchina sono io :D)

16.11.06

L'autunno intrappolato

L'autunno intrappolato - 16.11.2006

13.11.06

Pali e dispali







Questa estate la mia amica Mari e io ci siamo cimentati in una gara fotografica. Senza preparazione teorica, senza gli strumenti adatti, senza cognizione di causa in un certo senso... a cominciare dal soggetto, "Pali e lampioni", scelto non ricordo neanche più come. L'unica cosa che sia abbondata è stata la voglia di cimentarsi. Tralascio la confusione sui criteri per giudicare chi fosse il vincitore, criteri cambiati in corsa e comunque alla fine non importanti. Credo che la vera vittoria sia stata per entrambi accorgersi fondamentalmente di due cose: della bellezza di alcuni luoghi di Palermo, la città in cui entrambi viviamo e, soprattutto, di quanto divertente sia stato, per una settimana almeno, giocare a fare gli artisti a tempo (quasi) pieno. Se a giusto titolo o no, lo lascio giudicare agli altri... a me non importa.
Posso dire che entrambi, penso ancora oggi, portiamo appresso gli strascichi della gara, quasi fosse una mania. Credo di poter affermare, Mari mi correggerà se sbaglio, che da allora in poi pali e lampioni per noi non saranno più semplicemente "pali e lampioni".

Qui di seguito pubblico un video creato da Mari a mia insaputa, che ho ricevuto un paio di mesi fa come sorpresa, che contiene alcune foto della nostra piccola sfida, immagini che lei ha sapientemente fuso in equilibrio perfetto con "I due fiumi" di Ludovico Einaudi, che fa da sottofondo musicale. Non avrei potuto scegliere di meglio.
Ecco il video, in attesa (spero presto) delle prossime sfide.

Lo stesso video è postato nel blog di Mari (già presente nella sezione Amici & Blog), che vale davvero la pena visitare: http://treccenere.blogspot.com



11.11.06

Poesia








Titolo:

Elogio della bambinaia lievemente ritardata che indossa una tuta


Tu donna, tu tata
Tu, donna tutata
Tu, un tantino tonta
ti intendi tanto
di tute tanto tinte.
Tu, donna tutata
Tu donna, tu tata.

8.11.06

Ai lettori men che trentenni








Immagino che tutti abbiate in casa un luogo deputato a custodire le reliquie e i ricordi del passato. Nelle immagini di vecchi film, nelle foto di inizio '900 si notano quasi
sempre degli altarini votivi, quasi dei santuari dedicati alla memoria. Ai tempi, erano spesso dei dipinti appesi alle pareti, ritraevano il pater familiae in posa stentorea vicino a una sedia su cui posava adagiata, spesso con grazia artefatta, la dea del focolare: eventuali pargoli erano spari a corredo e corollario.

La rivoluzione della fotografia ha un po' cambiato questi usi. Ogni tanto mi capita di vedere in casa della gente dei tavolinetti, spesso posizionati nei paraggi di quella che era in origine l'unica presa telefonica dell'appartamento, che hanno lo scopo di sostenere oltre al telefono stesso delle cornici portafoto. Matrimonio, comunione, primo dentino... le foto ricordo sono davvero un surrogato della fede nell'aldilà, uno squarcio di eterno in questa vita a scadenza...
Ma ammettiamolo, le vere chicche non stanno lì. I tesori inestimabili, come è giusto che sia, vengono negati agli sguardi quotidiani e sono preservati da
gli effetti del tempo in qualche cassetto fuori dalle traiettorie consuete, magari ben chiusi in una vecchia scatola di latta di quelle che un tempo contenevano i biscotti.
Lì, spesso in
un calderone indistinto, si annidano la foto di un compleanno con l'immancabile babbeo che fa le corna con la mano dietro la testa di qualcuno tra gli invitati, quella della domenica sulla neve con destinazione proletaria Piano Battaglia, vestiti come novelli omini della Michelin, con trentasei strati di indumenti tra maglie di cotone, lana e calzamaglie sintetiche realizzate con un materiale che oggi, in tempi di tutela dei consumatori, porterebbe obbligatoriamente una etichetta del tipo "Questo indumento nuoce gravemente all'epidermide umana". Immancabile la foto del pianto da bambini: io ne ho una di me, con indosso una agghiacciante maglia di ciniglia che si usava d'inverno e faceva sentire un freddo cane, posto da gentile mano sulla schiena di un elefante al circo, intento (io, non l'elefante) a urlare la mia disperazione.
La cosa più bella sono poi quelle foto che ti fanno urlare rosso dalla vergogna "Noooooooooooooooooo, ma non l'avevo buttata???". Di regola sono quelle infamanti che ci ritraggono con pettinature secondo le orrende mode del momento, oppure con
indosso occhialoni stile mosca che erano tanto trendy... io ho delle foto di un mio zio con indosso un osceno giubotto di pelle di dimensioni minuscole, di quelli che cominciavano un millimetro sopra la fine del pantalone, attillato come avesse dovuto contenere un uomo fatto di yogurt, jeans con l'orlo dieci centimetri sopra la caviglia e annessa vista delle calze, ma soprattutto ricordo che aveva degli occhiali simil RayBan che avrebbero potuto coprire non uno ma quattro paia di occhi. Guardavo quel trentenne spavaldo, ai tempi, e io lo dovevo vedere bello, se è vero - come è vero - che anche io nel 1988, come si vede nella foto, non disdegnavo di usarli, i RayBan.
A pensarci adesso si sovrappongono ricordi di provenienza sensoriale diversa: il profumo dei pomodori stesi ad asciugare al sole nel giardino di casa dei miei nonni, il rumore del proiettore che mia madre montava in camera d
i mia sorella quand'eravamo piccoli, intento a riversare sulla parete bianca tutti e dico tutti gli episodi dei cartoni animati di Speedy Gonzalez e Duffy Duck dalle bobine... ricordo la sensazione tattile che provavo quando mia sorella (di tre anni e mezzo più grande di me e allora un gigante in confronto a me) mi spingeva dietro una poltrona in quella stanza e mi faceva il solletico in una maniera così spietata che ridevo, ridevo, ridevo... a stento respiravo per il troppo ridere e non riuscivo a chiamare mia madre, che ignara di tutto era dall'altra parte della casa.
Ricordo i dischi dei miei genitori, che erano i dischi di gente semplice dai gusti semplici. Tra i vari Boney-M, Demis Roussos
, Franco Simone, ce n'era uno che guardavo con sospetto fin da allora. L'album se ricordo bene si chiama "Sono un pirata, sono un signore", lo cantava uno dei miti di quei tempi, il belloccio Julio Iglesias, cantante spagnolo che pubblicava i suoi dischi in varie lingue tra cui l'italiano, uomo dalla pelle costantemente color mocassino di cuoio scuro, capello compatto e immobile stile casco di vetroresina, voce e movenze ammalianti, almeno questo è l'effetto che faceva alle casalinghe di allora. Ascoltavo a volte questo disco, non perché mi piacesse particolarmente, anzi... per quanto possibile a sei, sette anni, trovavo il buon Julio incresciosamente artefatto. Mi piaceva, indifferentemente per tutti i dischi, l'esercizio misto di pazienza e bravura che consisteva nel mettere la puntina dello stereo sul disco in movimento, senza farlo saltare. Se ci penso, mi vedo con lo sguardo attento e impegnato delle migliori occasioni. Una delle canzoni di questo album si chiamava "33 anni", e nel ritornello il tizio diceva, con un accento da etilista incallito di Pamplona, "33 anni, poco più, son mezza vita".
Premesso che spero che la vita non sia così crudele da farmi arrivare a 70 anni o più, quella frase apriva scenari incontrollabili... 33 anni... cos'è 33 anni? Com'è la vita a 33 anni? Quanti anni si hanno davvero a 33 anni?
Nel libro City, Baricco scrive: "Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita ti risponde...".
Quest'anno la risposta mi è venuta a trovare, cogliendomi del tutto impreparato. Io sono ancora impegnato a cercare di capire com'era la vita a 15 anni, e in tutti gli anni precedenti e successivi... però un'idea me la sono fatta.
Soprattutto, per comparazione, so cosa cambia col tempo. Non starò qui a recitare la parte del trentatreenne che si lamenta di acciacchi che cominciano a fare capolino, o di energie più difficili da recuperare. Il mio corpo, allora come ora, lo percepisco solo come un tramite. No, quello che cambia è il rapporto energie mentali/tempo.
A 20 anni molte delle cose che capitano sono nuove, inesplicabili, sconvolgenti. Non solo, ma ogni situazione nuova che si presenta, ogni nuova persona che si conosce, comporta la reazione del proprio "sé", che non si conosce ancora bene. E questa reazione offre nuove informazioni su se stessi, cosa che richiede una nuova ricalibrazione della propria personalità, come fossimo una bilancia a due piatti: su uno la voglia e sull'altra l'esperienza. Da qui il dispendio di energie, perchè tante sono le cose da scoprire, tanta la voglia di sapere quale sia la via giusta da imboccare e bisogna provarne quante più possibile.
Questo è il punto, l'esperienza pesa e ti porta a riconoscere più velocemente ciò che accade intorno a te, a distinguere le cose per quello che sono e quindi a gestire diversamente le energie.
Se non senti più necessario far parte di tutto quello che ti capita davanti, se arrivi a un punto in cui sai cosa hai davanti e sai valutare se e quanto ti va di spenderti nei vari meandri della vita, puoi canalizzare le energie verso cio' che ti interessa davvero. Detta così sembra una cosa negativa, invece è qualcosa che pur togliendo una punta di brivido alla schiena, è bellissima.
E' come guardare attraverso il vetro di una nursery e riconoscere subito tuo figlio, ma senza passare per processi cognitivi. Lo riconosci e basta. Come il sommelier che assaggio dopo assaggio non ha più bisogno di descriversi mentalmente un vino per arrivare al nome, anzi è il nome che gli va incontro senza esitazione, forse addirittura più come sensazione che come nome vero e proprio.
Per questo quando incontro e conosco qualcuno, che sia di persona o attraverso parole ipoteticamente fredde su di un monitor, di solito riconosco ciò che sarà. Non ne conosco le sfumature, non ne conosco i confini, ma di certo i colori sono quelli.
Con una rara forma di prevegenza postuma, si riconoscono nel passato i riflessi del futuro.
Per questo so a prima vista chi mi starà antipatico in maniera irrisolvibile.
Per questo a volte mi innamoro in un minuto anche se so di custodire nel mio cuore la falce che reciderà questo sentimento.
Per questo a volte basta una frase dentro una conversazione per farmi sapere che vorrò bene a chi l'ha pronunciata, e dal momento che lo so con una certezza assoluta, mi fido di quella sensazione e la seguo senza remore... e così si dissolvono le cautele e sento che se vorrò bene, allora voglio già bene, ed è bellissimo.
Per questo chi non ha trent'anni, e spesso non viaggia alla stessa velocità, rischia di confondere questa forma di coscienza istantanea con una sorta di connessione forzata.
Ma non c'è nulla di strano: nel punto in cui si incontrano due oceani le acque sono sempre le più burrascose, fin quando non si impara a navigarle.

7.11.06

Leggere bene le avvertenze e le modalità d'uso







Da qualche tempo intrattengo una corrispondenza e-epistolare con il protagonista della bizzarra storia che vi sto per raccontare, il professor Emilio Branzetti, ricercatore alla facoltà di Fisica Quantistica della Normale di Pisa.

Che detto così, fa pure una certa impressione, ma in realtà si tratta di un mio vecchio compagno di giochi. Durante le estati della nostra comune infanzia la sua famiglia si spostava dalle austere lande dell'hinterland lombardo e veniva a trascorrere le vacanze in Sicilia. Ricordo questo bimbo timidissimo, spaesato come Alice nel "PaeseDoveMangianoLeBambineCheSiChiamanoAlice", mingherlino, eppure con gli occhi vispi. Era il classico pupo ingenuo cui potevi far credere di tutto... durante il "nascondino", gioco nel quale era di regola destinato a essere colui che cerca gli altri, quelle rare volte in cui osava stanarci tutti, qualcuno urlava BANDIERAAAAAA (che almeno dalle mie parti e ai miei tempi era il "fermate tutto, c'è una irregolarità" ufficiale) e adducendo motivazioni davvero poco plausibili, tipo che il martedì pomeriggio l'ultimo scoperto non può essere maschio e biondo ad esempio, lo convinceva a ricominciare a contare dall'inizio, con tutti liberi.
Una volta gli facemmo credere che in Sicilia esisteva una regola per cui le merendine pomeridiane dovessero essere fatte secondo i dettami degli usi locali in quanto ad altezza, peso, consistenza, densità del condimento e che, esclusivamente per il suo bene, era il caso che controllassimo che il suo quotidiano pane e nutella fosse a norma. Devo dire che ogni giorno dopo averlo mangiato, lasciandolo puntualmente a bocca asciutta, lo rassicuravamo sulla perfetta congruità della preparazione della merenda. Non che non controllassimo ogni giorno, eh! Ma solo per scrupolo, giorno dopo giorno, per tutta l'estate.
Non vorrei però che pensaste che fosse un bambino stupido, tutt'altro: era solo così delicamente gentile da essersi ritagliato un suo posto dove non potesse nuocere al prossimo... che questo posto fosse quasi sempre sotto le suole delle scarpe degli altri, sembrava non turbarlo minimamente.
Col tempo ci eravamo abituati alle sue innocue stranezze. Ricordo un pomeriggio afoso di agosto, con i bronchi a litigars
i quel po' di ossigeno rimasto nell'afa che dominava l'aria, in cui ci appostammo dietro degli scogli a Capo Gallo a spiare delle ragazze che prendevano il sole in topless. Eravamo in tre: io, Claudio e Emilio appunto. Io e Claudio sillabavamo cose tipo "incredibile", "stupendo", "uno spettacolo della natura", mentre Emilio guardava estasiato e annuiva, fino a quando disse: "Ragazzi, è vero, la ridondanza ciclica della frequenza con cui le onde sbattono sugli scogli è davvero commovente"... era fatto così.
Dopo l'estate del 1986, durante la quale lui compì tredici anni, non lo vidi più, né ebbi più notizie di lui fino al giorno in cui, circa un anno fa, ci siamo incontrati per caso in un forum sportivo su internet. Conversan
do con altri del forum è uscito fuori l'argomento Sicilia, da lì vacanze... e ci siamo riconosciuti. Vi lascio immaginare lo stupore per l'esserci ritrovati dopo così tanto tempo e in circostanze così particolari.
Lo scambio di email procede ormai da mesi. Lui adesso, è cresciuto ma non è cambiato poi molto: come accennavo è ricercatore, con pieno profitto, presso uno dei più importanti atenei d'Europa. Per una sua forma di pudore, mi dice, non riesce a usare programmi come Msn o Icq, sostiene che lo facciano entrare in una modalità di comunicazione troppo diretta, che lo fa sentire nudo, senza difese.
"Mi trovo a mio agio di fronte ad un acceleratore di particelle, vado in tilt di fronte a un postino".
Però il suo modo di comunicare è impagabile... anzi, dovrei dire era, come fra poco spiegherò. Le sue email erano infarcite di frasi meravigliose, tipo "un problema è ontologicamente una soluzione non ancora svelata"... puro ottimismo, dipinto sul muro della vita con spruzzi colorati di genialità.
Unica pecca, questa ansia generalizzata per i rapporti umani, ansia che in realtà ho colto tra le righe, non che lui me ne abbia mai parlato in maniera diretta. Ansia che si dissolve solo nel suo ambito accademico, mai ad esempio con gli amici, o le donne.
Proprio qui comincia la vicenda che voglio narrarvi, e mi scuso se sono stato prolisso, ma avevo necessità di farvi inquadrare per bene il personaggio.
Nella penultima email che ho ricevuto da lui mi aveva annunciato, senza alcun tipo di preavviso, che aveva in program
ma una serata galante con una donna il che, credetemi, sembrava essere un avvenimento epocale. Mi aveva dunque raccontato di questa collega, di recente trasferita nel suo laboratorio di ricerca... me ne ha parlato come di una donna bella ma non inquietante, propositiva ma non arrembante, bella come un neutrino... ma si può? Mi aveva detto di essersi rifatto alla classica iconografia cinematrografica per organizzare la serata: cinema - cena al ristorante - passeggiata verso casa - bacio della buonanotte - varie ed eventuali. Aveva anche manifestato, cosa strana per lui, le sue paure legate alla propria inesperienza, il timore di non essere all'altezza.
Dal momento che alla fine lo trovo co
munque una persona interessante, per quanto forse un po' troppo imbranato in certe situazioni, nella mia risposta gli ho raccomandato di essere se stesso, di seguire l'istinto, di fidarsi di se stesso.
Ma a quanto pare, non è an
data proprio così. Per farvi capire come sia andata la serata, quale cosa assurda sia successa, vi incollo qui nel post la sua ultima e-mail, integralmente, senza cambiare una sola parola. Ho solo aggiunto qualche segno di interpunzione, cercando di non alterare il ritmo di quanto vi è scritto. Leggete e giudicate voi stessi.


email inviatami dal Prof. Emilio Branze
tti in data 06/11/2006


"ciau macs voleve salutarti che dopo che io dopo oscritti ultima posta a te che tu leggi mia posta quando io m'ando, che lasserata colla kollega dopo andaramo cuando insieme... che tu sapeve insieme donna io come che nel insieme io mangiassimo che la pizza ahahahaha no pizza pizza
maaa... come dopo film che tizio cera e sparava e diceva tu sei cattivo ma no tu tu che... altro era... che io non hehehehehe... poi che jo usava coso che tu uso quando tu e lei siamo che quel momento che io e lei che no bambini no no no no io non bambini io tu giovane che usa questo paura paura ehehehe che e bello ma più bello se tutti contenti insieme che bello che se tanto tanto amore che non finisce e dura dura e io paura paura e ho usato coso che ho fatto foto... ma non mi sento bene bene".


A queste parole quasi incomprensibili ha allegat
o una foto, che vi riporto qui di seguito. Io ne ho ricavato una morale: quando si usa qualcosa, bisogna stare molto attenti, leggere bene cosa si ha per le mani. Cioè se su una bottiglia di acido c'è scritto "velenoso", un motivo ci sarà.

Meditate gente, meditate.