Sito denuclearizzato

13.12.08

Spigolature

"Prego, accomodati".

"Grazie. Carina casa tua. Ah, ma non metti addobbi di Natale?"

"No, no, grazie a Dio sono ateo e non festeggio il Natale".


13 Dicembre 2008

7.12.08

Rebus

(Soluzione 2, 4, 4, 10, 4, 6)

Il fumo noce gravemente alla salute.

6.12.08

Smile from outher space

Scena 1:

Interno giorno, un ufficio con ampie vetrate prospicienti un giardino di abeti, ulivi e limoni.


Un gruppo di colleghi, disposti in cerchio attorno a un tavolo su cui troneggia un vassoio di cibarie varie, portate da una collega nuova che festeggia il compleanno.

Nell'aria profumo di dolci e convivialità di forma.

Arrivo Dirigente nella stanza, il Dirigente pone una domanda rivolta alla platea: "Ma nessuno ha preparato il caffè?"

Rispondo: "Vado a farlo io"

Si libra nell'aria il commento di una collega: "Eh, Massimiliano è un uomo da sposare."

Rispondo, con fare artatamente distaccato: "Ma chi devo consumare?"

Dirigente, con fare confidenziale e scherzoso: "Sì, sì, dici sempre così, ma lo sappiamo che sei un tesoro, ma poi sei giovane..."

Io, col sorriso sulle labbra e negli occhi: "Eppure ieri, per la prima volta, mi sono sentito tutti i miei 35 anni sulle spalle. Sono tornato a casa,
ho posteggiato l'auto, la stessa fin dai miei 18 anni, sono sceso, ho chiuso la portiera e ho ripensato a tutte le volte in cui ho compiuto questo gesto in 17 anni, alle volte in cui ero euforico, a quelle in cui ero stanco, a tutta l'acqua che è passata sotto i ponti...

- il dirigente annuisce interessato, in primo piano - s
ullo sfondo gli altri, sfocati, guardano con aria sconcertata -

...e sentivo che sono troppo attratto dal lato disarticolato della vita per desiderare la stabilità e che però ho una vita troppo regolata per sentire ancora il senso epico dell'esistenza, come fossi un cacciatore di draghi come ero a 18 anni..."

Dirigente: Te l'ho detto, 'ste cose dovresti scriverle...


Collega: "Ehm... vai a fare il caffè, sù... ma tu... andare da uno psicologo, psichiatra... niente eh?"

Scena 2:

Corridoio, un tizio barbuto (io) avanza allegro verso i lavabi, tenendo con le mani un vassoio con una caffettiera sporca da lavare.

E sorride.

Sorride.


Sorride compiaciuto.

Sorride gustando il proprio sorriso.

E pensa.


E si vede come un alieno capitato per sbaglio in un mondo che non capisce fino in fondo, e che lo guarda con un misto di diffidenza e attrazione...

E sorride, pensando: Prima o poi ritroverò le mie stelle.





P.s.: il caffè venne buonissimo.



27 Novembre - 6 Dicembre 2008

21.11.08

Il tempo che ci vuole

Ricordo che quand'ero piccolo, un giorno, fui trascinato in parruccheria da mia madre perché mia sorella doveva farsi tagliare i capelli.

Era il periodo in cui "famiglia" era una nome collettivo i cui verbi davvero andavano coniugati usando la terza persona singolare. "Domani si va dal parrucchiere"... nessuna deroga, nessuna concessione a improbabili (per quell'età) personalismi: si era un tutt'uno, e come un tutt'uno ci si muoveva.

Ricordo che mia sorella, bellissima allora come ora, portava i capelli abbastanza corti... s
i sedette (con l'ausilio di diversi cuscini) sulla poltrona per taglio e messa in piega e alla domanda "Allora, come li vuoi tagliati?" rispose "Così", indicando una di quelle orrende foto che ai tempi (ora non saprei) era uso appendere alle pareti... con modelle con pettinature altamente improbabili, così ardite da richiedere secondo me l'uso della vetroresina al posto della lacca per stare su.

I primi anni '80, per chi se li fosse persi, sono stati una specie di sospensione dalla decenza a livello di gusto estetico: ovunque vedevi capelli assurdi come quelli qui accanto, camicie di lucente raso di tutti i colori (notevolissimi il fucsia e il rosa shocking), con spalle a palloncino stile giullare medievale.

Dunque quel giorno mi sorella espresse il suo gradimento per una capigliatura, indicando una foto. Tutto normale, non fosse che la foto che aveva indicato ritraeva una modella con i capelli più lunghi di quanto lei non li avesse in quel momento. Una di quelle meravigliose incongruenze tipiche dei bambini... e dei politici.

Da bimba intelligente qual'era (peraltro propedeutica alla donna intelligentissima che è oggi), ci mise poco ad afferrare la spiegazione secondo cui l'arnese capace di fare allungare i capelli non è una lama, ma il tempo.

Il tempo.

Qualche giorno fa portando a spasso Camilla ho alzato lo sguardo verso il recinto del giardino di una villa, uno di quelli di ferro pieno a "rete" con motivi romboidali, ed ho visto una siepe fittissima affacciarsi dall'interno del giardino verso la strada, insinuando i propri rami all'interno del recinto, ramo dopo ramo, ciascuno con il proprio rombo attraverso cui passare...

E mi sono detto: "Cacchio, voglio un recinto così".

Niente di male, non fosse che mi mancano, in ordine sparso:
- la siepe
- il recinto
- il giardino
- la villa
- una condizione economica che mi permetta di possedere le suddette cose (forse per la sola siepe potrei avere speranze)
- una seppur minima prospettiva lavorativa che mi permetta di uscire dalle secche del precariato a 620 euro al mese

Ma soprattutto, manca l'ingrediente principale: il tempo. Perché non vorrei "quel" recinto, ma un mio recinto, con la mia siepe... e al di là della villa, che poi alla fine non saprei neanche che farmene, vorrei forgiare il recinto, piantare il seme della siepe, darle acqua, vederla crescere, tingere il recinto di anno in anno per preservarlo dalle intemperie, vorrei vedere i germogli crescere, diventare forti, diventare volitivi, assertivi, vederli insinuarsi tra i rombi, vederli fare delle curve sinuose, diventare nodosi, diventare secchi in autunno, rifiorire in primavera...

Perché, nelle cose, ci vuole il tempo che ci vuole.

Guardo intorno a me i miei compagni di viaggio in questa bizzarra sequenza di eventi chiamata vita, e vedo che ognuno ha il proprio recinto, la propria siepe da desiderare.
Per qualcuno è una personalità già definita, per qualcun altro è un contratto di lavoro a tempo indeterminato, per qualcun altro ancora è il faro che ti guidi tra le nebbie di un periodo un po' così, in cui ti senti un po' perso e spaesato, senza punti di riferimento...

E per tutte queste cose, gli strumenti giusti non sono la "decisione" o il mero "desiderio", ma il lavoro su se stessi, e soprattutto il tempo.

No, per dire... ho cominciato a scrivere questo post tre giorni fa... arrancando un po' alla ricerca di ispirazione, un po' alla ricerca del tempo necessario per scriverlo... ecco, il tempo... proprio quello che ci vuole.



21.11.2008

13.10.08

Heavy Butter Thunder

"...I like smoke and lightning
Heavy metal thunder..."
(Steppenwolf - Born To Be Wild)



...Get up, stand up...

Ciao Bob...

...Stand up for your right...

che ci fai dentro quella scatolina a cantare per me?

...Get up, stand up...

Dai Bob, ieri non ho neanche fumato...

...Don't give up the fight...

Ah, cacchio... è la sveglia. La sveglia del lunedì, quella che sta alle sveglie del resto della settimana come la regina sta alle altre api dell'alveare.

Procedura di attivazione di emergenza, contando sulla doccia pre-notturna avevo postposto l'orario della sveglia dalle 6.16 alle 6.26 (mantenendo l'assetto palindromo del tutto), ignorando colpevolemente il fatto che una doccia mattutina non me la sarei negata comunque.

Accensione router, accensione pc, accensione monitor, con contemporaneo avvio delle funzioni corporali mattutine (leggasi copiosa pipì di start-up)... Torno dal bagno e metto su Winamp una playlist con "The Four Horsemen", "Battery" e "Master Of Puppets" dei Metallica, pur ad un volume decente per l'orario, con l'intento di dare alla sferzata necessaria per uscire dalle nebbie della sonnolenza una colonna sonora che facesse da sostegno.

Mi dirigo, immerso in questo sottofondo, verso il mobile cucina intento a preparare il caffè. Come ogni lunedì che si rispetti... barattolo del caffè vuoto, barattolo dello zucchero quasi.

Apro lo sportello inferiore della credenza in cui tengo le riserve, trovo una confezione di caffè ma niente zucchero: ok, quello che c'è ce lo faremo bastare. Verso il caffè nel barattolo e per far sì che accolga tutti i 250 gr. comprimo la prima rata versata... e per farlo scelgo non un cucchiaino, ma una palettina da gelato, di quelle di metallo.

Continuo a versare, riempio il contenitore, prendo la caffettiera dal gocciolatoio sopra il lavabo, godo come ogni mattina nel rito del versare l'acqua minerale esattamente fino a metà valvola, come fosse un kata di una arte marziale da caffeinomani e mi accingo a versare il caffè.

Giusto per non deludere troppo la mia pigrizia, inizio a versare il caffè nella moka utilizzando la palettina da gelato che mi era servita prima per pareggiare il caffè nel barattolo.

Intanto James Hetfield canta:

Time...
Has taken its toll on you
The lines that crack your face
Famine...
Your body it has torn through
Withered in every place
Pestilence...
For what you have had to endure
And what you have put others through
Death...
Deliverance for you for sure
There is nothing you can do

Guardo il caffè versarsi nella moka... e a differenza di quanto avviene di solito con il canonico cucchiaino, non devo fare grandi movimenti di polso, basta sollevare di poco la palettina e il caffè scivola quasi da sé. Le meraviglie della forza centripeta in un lunedì mattina qualunque.

Ma lì, sotto la luce calda della lampadina della cappa di aspirazione, filtrata da un vetro di plastica smerigliata color "opaco d'annata", il tutto avviene in maniera davvero... illuminante.

Guardo la palettina... lucentissima, liscissima, il caffè le scivola sopra senza lasciare un minimo granello a memoria del proprio passaggio.

Mentre i Metallica continuano a ruggire dalle casse del PC, realizzo: il metallo è liscio, freddo, non si lega ad altre particelle se non con un processo di fusione (e questo pensiero, in ricordo delle sbronze e delle canne giovanili mi strappa un sorriso)... diversamente rimane lì per i fatti suoi, toccato da tutto ma senza diventare parte di niente, senza lasciare che niente diventi parte di sé.

E ripenso al me adolescenziale, con 5 orecchini (quattro
ancora testimoniano quei tempi nei miei lobi), capelli ricci lunghi, vestito come fossi stato reduce da una gita sotto un tosaerba...

Ripenso al mio essere sempre stato attento agli altri, aperto al dialogo, simpatetico piuttosto che simpatico...

Rivedo me sulla moto, custom per destino, con le marmitte svuotate (dal rumore della moto viene il termine "Heavy Metal", dal verso
"...I like smoke and lightning, Heavy metal thunder..." di Born To Be Wild degli Steppenwolf), il giubotto jeans senza maniche con una augoriosa accoppiata teschio più aquila con le ali spiegate... fermo prima delle strisce pedonali per far attraversare qualcuno, foss'anche una signora ingioiellata che ha sempre rappresentato la cultura che sento agli antipodi rispetto alla mia...

Rivivo tutti i momenti con i miei amici, delle mie relazioni affettive... momenti di cui mi è sempre rimasto addosso qualcosa... a volte così poco da renderne difficile il ricordo, a volte parecchio, a volte così tanto da far sì da non riuscire a pensare ad altro per tantissimo tempo, quello necessario a metabolizzare.

Guardo la palettina e realizzo: non sono mai stato metallaro...

A dispetto del fatto che a tutt'oggi una chitarra distorta cattura la mia attenzione, a dispetto del fatto che i Metallica mi ammoniscono cantandomi

"...
Smashing through the boundaries
lunacy has found me
cannot stop the Battery
Pounding out aggression
turns into obsession
cannot kill the Battery..."

...ho appena fermato la mia personale Battery...

Non sono metallo, sono burro... mi sciolgo in relazioni entropiche, riesco a far sì che alcune cose mi scivolino addosso ma la maggior parte arriva dentro di me come fosse una lama calda, mi impasto, partecipo, mi insinuo, mi mescolo, divento parte di cose che si conservano, di cose che si bruciano, lascio nella vita degli altri tracce di me difficili da pulir via...

Torno al pc con la tazzina del caffè in mano, chiudo Winamp... e mi trovo a pensare: certo che "Mi piacciono il fumo e i fulmini, Tuono di burro pesante" suona davvero male, lo ammetto.

Guardo la palettina che ora sto girando per sciogliere lo zucchero nel caffè e mi dico: da domani non si deroga... cucchiano deve essere, e cucchiaino sia.


13 Ottobre 2008

29.9.08

Blackout

Immagina di essere un giardiniere. Di svegliarti la mattina con la sveglia del telefono cellulare, di controllare gli eventuali SMS ricevuti durante la notte... di accendere la luce del comodino, di alzarti, di mettere in cucina il caffè sul fuoco, di aprire il pacchetto di sigarette, di prepararne una mentre il caffè già macinato sale nella moka, di prendere un pacco di biscotti, di sederti al tavolo Ikea per fare colazione, ascoltando le news sulla TV satellitare. Immagina poi di accendere il PC e il router mentre ti dirigi verso la doccia, di tornare pulito e profumoso (non profumato) verso il computer, di leggere la rassegna stampa gustando la sigaretta accesa da un accendino, di controllare le email, i commenti su flickr, di aprire MSN, di salutare i mattinieri come te. Immagina di uscire infine, di accendere la tua auto, di portarti sul luogo di lavoro, il giardino di una scuola, di scaricare la motosega dall'auto e di provvedere a tagliare i rami secchi.

Immagina adesso di essere lo stesso giardiniere, ma 150 anni fa. Di svegliarti al canto del gallo, di cercare nella penombra gli zolfanelli con cui accendere il lume ad olio, di andare in cucina per tostare un po' di caffè in una teiera posta su assi di legno che avrai avuto cura di accendere con tutto il tempo che necessita, di macinare il caffè, di prepararlo sul fornello della stufa a legna, non prima di essere uscito per prendere dell'acqua dal pozzo e di aver controllato la cassetta delle lettere per il raro caso in cui qualcuno ti abbia scritto, cosa che accade quando c'è soltanto un vero motivo per farlo. Immagina di riscaldare il pane che avevi infornato il giorno prima, di cospargerlo di conserva di fragole che hai preparato durante l'estate, di fare colazione col caffè e di prepararti a gustare qualche boccata di sigaro. Immagina poi di prendere altri secchi d'acqua dal pozzo, di metterli sul fuoco per riscaldarli e di preparare la tinozza in cui avrai versato, con cura e parsimonia, poche scaglie di sapone, giusto quelle che servono. Immagina di asciugarti, lento, e di indossare gli abiti da lavoro. Immagina di finire di scrivere quella lettera che da tempo componi per un'amica lontana... di chiudere la busta con la ceralacca. Immagina di uscire da casa, di caricare gli attrezzi di lavoro sul calesse e di recarti verso il posto di lavoro, deviando per il corso del paese per lasciare la busta all'ufficio postale (deserto), per poi proseguire verso la villa in cui devi potare gli alberi. Immagina di arrivare, di essere accolto da qualcuno che darà ristoro al tuo cavallo, di prendere la vecchia e arruginita sega a mano e di cominciare, con forza, pazienza e maestria, la potatura necessaria.

Non so cosa ne pensiate voi, ma di certo 150 anni fa non conoscevano la noia come la conosciamo noi, che conduciamo una vita piena di eventi e povera di significato.

P.s.: non sono un giardiniere :)



29 Settembre 2008