21.11.08

Il tempo che ci vuole

Ricordo che quand'ero piccolo, un giorno, fui trascinato in parruccheria da mia madre perché mia sorella doveva farsi tagliare i capelli.

Era il periodo in cui "famiglia" era una nome collettivo i cui verbi davvero andavano coniugati usando la terza persona singolare. "Domani si va dal parrucchiere"... nessuna deroga, nessuna concessione a improbabili (per quell'età) personalismi: si era un tutt'uno, e come un tutt'uno ci si muoveva.

Ricordo che mia sorella, bellissima allora come ora, portava i capelli abbastanza corti... s
i sedette (con l'ausilio di diversi cuscini) sulla poltrona per taglio e messa in piega e alla domanda "Allora, come li vuoi tagliati?" rispose "Così", indicando una di quelle orrende foto che ai tempi (ora non saprei) era uso appendere alle pareti... con modelle con pettinature altamente improbabili, così ardite da richiedere secondo me l'uso della vetroresina al posto della lacca per stare su.

I primi anni '80, per chi se li fosse persi, sono stati una specie di sospensione dalla decenza a livello di gusto estetico: ovunque vedevi capelli assurdi come quelli qui accanto, camicie di lucente raso di tutti i colori (notevolissimi il fucsia e il rosa shocking), con spalle a palloncino stile giullare medievale.

Dunque quel giorno mi sorella espresse il suo gradimento per una capigliatura, indicando una foto. Tutto normale, non fosse che la foto che aveva indicato ritraeva una modella con i capelli più lunghi di quanto lei non li avesse in quel momento. Una di quelle meravigliose incongruenze tipiche dei bambini... e dei politici.

Da bimba intelligente qual'era (peraltro propedeutica alla donna intelligentissima che è oggi), ci mise poco ad afferrare la spiegazione secondo cui l'arnese capace di fare allungare i capelli non è una lama, ma il tempo.

Il tempo.

Qualche giorno fa portando a spasso Camilla ho alzato lo sguardo verso il recinto del giardino di una villa, uno di quelli di ferro pieno a "rete" con motivi romboidali, ed ho visto una siepe fittissima affacciarsi dall'interno del giardino verso la strada, insinuando i propri rami all'interno del recinto, ramo dopo ramo, ciascuno con il proprio rombo attraverso cui passare...

E mi sono detto: "Cacchio, voglio un recinto così".

Niente di male, non fosse che mi mancano, in ordine sparso:
- la siepe
- il recinto
- il giardino
- la villa
- una condizione economica che mi permetta di possedere le suddette cose (forse per la sola siepe potrei avere speranze)
- una seppur minima prospettiva lavorativa che mi permetta di uscire dalle secche del precariato a 620 euro al mese

Ma soprattutto, manca l'ingrediente principale: il tempo. Perché non vorrei "quel" recinto, ma un mio recinto, con la mia siepe... e al di là della villa, che poi alla fine non saprei neanche che farmene, vorrei forgiare il recinto, piantare il seme della siepe, darle acqua, vederla crescere, tingere il recinto di anno in anno per preservarlo dalle intemperie, vorrei vedere i germogli crescere, diventare forti, diventare volitivi, assertivi, vederli insinuarsi tra i rombi, vederli fare delle curve sinuose, diventare nodosi, diventare secchi in autunno, rifiorire in primavera...

Perché, nelle cose, ci vuole il tempo che ci vuole.

Guardo intorno a me i miei compagni di viaggio in questa bizzarra sequenza di eventi chiamata vita, e vedo che ognuno ha il proprio recinto, la propria siepe da desiderare.
Per qualcuno è una personalità già definita, per qualcun altro è un contratto di lavoro a tempo indeterminato, per qualcun altro ancora è il faro che ti guidi tra le nebbie di un periodo un po' così, in cui ti senti un po' perso e spaesato, senza punti di riferimento...

E per tutte queste cose, gli strumenti giusti non sono la "decisione" o il mero "desiderio", ma il lavoro su se stessi, e soprattutto il tempo.

No, per dire... ho cominciato a scrivere questo post tre giorni fa... arrancando un po' alla ricerca di ispirazione, un po' alla ricerca del tempo necessario per scriverlo... ecco, il tempo... proprio quello che ci vuole.



21.11.2008

2 commenti:

Laura ha detto...

ogni tanto passo a trovarti e mi fa piacere vedere che, anche se raramente, scrivi ancora. mi sembri diverso, non so, più morbido, più indulgente, più pacificato (o forse solo un po' invecchiato?) mah! su msn non ci sto quasi mai, ma se capitasse mi piacerebbe farti un saluto. intanto approfitto di questo spazio
baci

Maxdog ha detto...

Non so, Laura.

Forse un po' di tutto... ma non credo di essere più pacato.

Magari scrivo quando sono più pacato... ma rimango il casino ambulante di sempre :)