31.1.08

Viaggio astrale: diario di bordo

Una mia amica mi ha parlato del viaggio astrale.


Quando costei inizia a parlarmi di qualcosa, trattengo il respiro e mi metto in attesa... per cercare di inquadrare la portata di quello che sta per dirmi... come fosse scritto su una corrispondenza da spedire via posta e mi trovassi davanti una buca delle lettere con due possibili destinazioni: "Plausibilità" o "Delirio".


Per onestà, devo ammettere che la seconda destinazione è la meno frequente, ma ciò non toglie che quando sono deliri la mia schiena diventa autostrada per qualche brivido di preoccupazione, che la percorre a tutta velocità.

Riguardo al viaggio astrale, sebbene un buon 92% per cento del mio essere propendesse compatto per il delirio, il restante 8% ha avuto l
a meglio, ed ho optato per la plausibilità dell'argomento.

Così mi sono deciso a provare questa esperienza. E siccome è stato qualcosa assolutamente fuori dall'ordinario, non potevo c
he avere voglia di scriverne qui affinché tutti sappiate.


Viaggio astrale
di Maxdo
g


...ad un certo punto della notte, sono uscito dal mio corpo. Ho avuto la percezione fisica di lasciare la mia gretta materialità deposta sul letto, per librarmi in una dimensione di assoluta libertà e leggerezza.


Cercando di contenere l'euforia, mi sono
dapprima limitato a dei giri nella camera da letto, giusto per prendere dimestichezza con i movimenti... e con grande sorpresa ho scoperto che trattandosi di un movimento reale, eppure immateriale, basta anche visualizzare qualcosa attinente alla direzione da prendere la propria dimensione astrale vira verso quella parte.

Va bene anche qualcosa di simbolico.

Ad esempio, ho pensato a Storace, e ho svoltato a destra... ho pensato a Veltroni, ed ho svoltato a sinistra... ho pensato a Buttiglione, e sono rimasto per delle ore immobile, a contemplare il vuoto cosmico.


Presomi di coraggio, ho cominciato a librarmi verso la terrazza, per farne il trampolino di lancio verso la mia scoperta dell'universo parallelo in cui si svolge la nostra vita astrale. Giusto per non farmi trovare del tutto impreparato, ho sintonizzato le mie frequenze neuronali su quelle del "CIS - Lie
vitare informati", che mi avvertiva di possibili code e rallentamenti all'altezza dello svincolo di Buonfornello dove pare che una mandria di mucche astrali aveva invaso le autostrade della conoscenza.

A parte qualche inconveniente con le pattuglie della Karma Police, una multa per eccesso di velocità spirituale, una graffio enorme trovato sulla portiera dalla mia autostima di ritorno dall'astrogrill dove mi ero fermat
o per delle funzioni psicofisiologiche, devo dire che non è stata una esperienza negativa.

Anzi, mi sento profondamente cambiato.

Mi si è anche aperto il terzo occhio, l'oc
chio della conoscenza. E al riguardo ci sono due notizie, una buona e una cattiva.

Quella buona è che anche questo terzo occhio, sebbene di poco più piccolo degli altri due, è azzurro-grigio-giallo come gli alt
ri.

La brutta notizia è che anche il terzo occhio è miope.

Ma a questo ho posto rimedio in fretta, per fortuna ho trovato ciò che mi serviva.




31.01.2008


28.1.08

Ok, il post è giusto!

Che lo sfacelo dell'oggi affondi le proprie radici nel passato, è legge di natura.

Ricordo quando ragazzino impazzava una trasmissione che, fosse possibile, andrebbe premiata con l'Oscar alla paraculaggine.

"Ok, il prezzo è giusto" era un programma importato dalla televisione "commerciale" (già il nome esige vendetta) americana, quelli che oggi si chiamano format, e veniva realizzato in vari paesi con nomi e sfumature lievemente diversi, un po' come la ruota della fortuna.

Erano gli anni '80, credo la trasmissione andasse in o
nda sul finire del decennio che tutte le famiglie vissero al di sopra delle proprie possibilità, ostentando una opulenza che si rivelò fondata sul nulla, anzi sul debito pubblico che il pentapartito aumentava a dismisura.

La trasmissione, non a caso di origine americana, fu definita da una dei conduttori storici (Iva Zanicchi) "il trionfo del consumismo".

In pratica si giocava in varie manches (<--- mi scuso per eventuali errori d
i ortografia) e l'abilità consisteva nell'indovinare o comunque nell'approssimarsi quanto più possibile al prezzo di beni di consumo. Ma non cose tipo un respiratore automatico per rospi asmatici... cioè non è che si potesse dire che ci volesse abilità perché si trattava di beni anomali o rari... No, no, qua stava la paraculaggine del programma: i prodotti erano yogurt, macchine per il caffè, televisori, saponi, pannolini per neonati, detersivi... tutte cose di uso quotidiano: in pratica l'intera trasmissione era un continuo spot pubblicitario per i prodotti che venivano esposti. E avevano il coraggio di interromperla per mandare in onda la pubblicità di tanto in tanto. Una delle cose antropologicamente più interessante è che in ogni puntata c'era una finale cui accedevano due concorrenti, vincitori di due "semifinali" che si svolgevano tra i vincitori delle singole manches. Qui si assisteva a una strana commistione con la ruota della fortuna. In questo mostruoso ibrido 4 concorrenti per ogni manche andavano nei pressi di un enorme ruota, posta però non in orizzontale ma in verticale, come si intuisce nella foto qui a lato. I concorrenti potevano girare la ruota due volte, sommando i singoli punteggi, che singolarmente andavano da un minimo di 0 ad un massimo di 100, con incrementi di 5. I punteggi non erano sequenziali, ma disposti in maniera apparentemente casuale lungo la circonferenza della ruota. Chi otteneva fin dal primo giro un punteggio alto poteva fermarsi e andare sotto una colonnina con un display alla sommità, che indicava il punteggio raggiunto. Se i punteggi di due giri sommati andavano oltre il 100, il concorrente in questione era eliminato.
Una cosa da sottolineare con forza è che, rispetto ai partecipanti dei quiz di oggi, la media culturale e cerebrale di quelli che partecipavano ad "Ok, il prezzo è giusto" era infinitamente più scarsa. Non era richiesto nessun talento, nessuna conoscenza se non quelle elementari sul prezzo dei prodotti che tutti potevano trovare nei supermercati.

Una voce, la stessa che descriveva i prodotti esposti, annunciava i concorrenti estratti a giocare tra il pubblico: "Gioca con noi la signora... Maria Vattelappesca di Crotone"...
E regolarmente si alzava tra il pubblico un persona
ggio improbabile, che si precipitava dagli spalti al "palco" dello studio, per prendere parte alla celebrazione di questa messa laica in onore del dio denaro.

Una regola della parte con la girata di ruota prevedeva inoltre che il concorrente che avesse fatto sì che la ruota si fermasse sul 100 a primo colpo vincesse un milione di lire.

E qui si toccava l'apoteosi: ad ogni prima girata di ruota, tutto il pubblico si lanciava nell'invocazione suprema, insieme preghiera e tributo pagato alla cifra tonda... e l'aria si riempiva dell'urlo "Cento, cento, cento..." sca
ndito ritmicamente.

Una sublime espressione di zoologia umana, che non smetterà mai di mancarmi.

Mica come ora che per partecipare ad un quiz devi dimostrare di sapere almeno come ti chiami.

Tutto questo per dire che, non invocato, questo blog (ed io con lui) è arrivato al post numero 100.

E allora, battiamo le mani... e tutti in coro: "Cento, cento, cento..."





Mi rincuora una cosa: qui non si vende niente... al limite si spaccia, ogni tanto, una visione del mondo... ma è gratis, e non dà né dipendenza né assuefazione.


28.01.2008

26.1.08

Scusate, ho lasciato un mazzo di chiavi?

Penso che a tutti capiti, di tanto in tanto, di essere giù di morale.

Penso che a tutti capiti, auspicabilmente di rado, di essere così giù di morale da non vedere temporaneamente prospettive e soluzioni.

Credo che sia l'inevitabile alternarsi degli eventi della vita che porta l'umore a viaggiare ora gioioso, ora impaurito, sull'altalena dello spirito.

Però... gli eventi da soli non giustificano questa altalena. Se tutto fosse così facilmente soppesabile, se in una bilancia a due piatti un successo pesasse sempre un chilo di bene e una sconfitta un chilo di male, tutto sarebbe preventivabile, o quantomeno non non esisterebbe smarrimento.

Invece penso che spesso la realtà conti, ma soprattutto nella maniera in cui la si percepisce.

Leggo in questi giorni della morte, probabilmente per suicidio, dell'attore Heath Ledger, giovane, bello, talentuoso... e leggo del grandissimo costo psicologico che ha pagato nell'immedesimarsi nel ruolo del Joker nel prossimo episodio del film Batman.

Pare che si fosse chiuso per un mese in una camera d'albergo, leggendo film gialli e guardando film horror, per arrivare ad immedesimarsi in un personaggio totalmente malefico, privo di qualsiasi minimo aspetto positivo... e che questo, oltre ad averlo provato mentalmente, abbia comportato una grande difficoltà nell'uscire dal personaggio, nel tornare a percepire la realtà per quello che è.

Già, ma cos'è la realtà?

Per uno convinto che la terra stia per essere attaccata dagli alieni, questa minaccia è vera, reale tanto quanto la tastiera i cui tasti sto pigiando per digitare questo testo.

La percezione definisce la realtà, non si spiegherebbe altrimenti come persone che dovrebbero essere piegate da lutti inaccettabili riescono a mantenere un po' di sorriso sul volto, e come persone che abbiano (quantomeno osservando dall'esterno) delle vite appaganti e di successo possano mettere fine alla propria esistenza in maniera deliberata.

Perché c'è chi si spara, ma anche chi si uccide in piccole comode rate quotidiane, magari iniettandosi eroina in vena o spipacchiando crack come se fosse una quasi innocua MS.

Mi sa che nel momento immediatamente successivo alla percezione della realtà, gioca un ruolo non secondario la capacità di interpretarla, questa percezione.

E' qui forse sta la via per la serenità... trovare le chiavi interpretative per capire, per quanto possibile, il senso delle cose.

Già, le chiavi interpretative...

Non dico che in questo ultimo periodo le avessi smarrite... ma se vi va, immaginatemi come uno che esce di casa, e mentre si avvia verso il garage dove tiene custodita la moto e comincia a tastare le tasche del giubotto, dei jeans, chiedendosi: "Non è che ho perso le chiavi? Dove potrei averle lasciate?".

Ora per fortuna, o per inerzia, sono di nuovo in viaggio.