28.6.08

Can't take my eyes off you

L'amore materno, paterno, dei fratellini, l'amore dei nonni, dello zio... amore vero ma filtrato attraverso la cognizione, volenti o nolenti.

A volte cogli invece quel sentimento primordiale, non mediato, di un esserucolo di un mese che guarda la propria madre con un amore sconfinato, non contrattabile, puro, essenziale e perfetto come una linea retta che congiunga i due estremi del cuore.



Can't take my eyes off you

28 Giugno 2008

22.6.08

Povera patria

Povera Patria

Squarcio nel muro della Stazione Centrale di Bologna, in ricordo delle vittime della strage fascista del 2 agosto 1980.

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Citazione a memoria da RatMan, di Leo Ortolani.

"Lo trascinarono in un vicolo buio e lo pestarono. Quando ebbero finito le prime ferite si erano già rimarginate".

Un po' quello che succede all'Italia, senza soluzione di continuità.

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Bologna, 7 Giugno 2008

21.6.08

C'era una volta, e c'è ancora...

C'era una volta, e c'è ancora, una bimba chiamata Lola.
Ma di questo vi racconterò dopo.


C'era una volta, e c'è ancora, un villaggio costruito al centro di quello che i suoi abitanti chiamavano Magikepòs. Era questa una radura, una grande distesa d'erba ai piedi di una montagna ripidissima e benevola, che proiettava nel pomeriggio la propria ombra sulle case del villaggio e che lo proteggeva dai forti venti del nord.

Al centro del villaggio c'era una piazza con un pozzo, che di giorno si riempiva di gente indaffarata. Vista dall'alto con gli occhi di un gabbiano, avreste detto che fosse il cuore pulsante del Magikepòs, e così era in realtà.

E come quasi sempre accade, se il cuore pulsa, il corpo vive... così dalla piazza cuore del villaggio, in ogni direzione si succedevano le case degli abitanti. Case piccole, semplici, costruite ciascuna da coloro che la abitavano secondo il loro gusto e le loro capacità, facendo sì che ad ogni strada, ad ogni incrocio, gli occhi dei bimbi si riempissero di nuova meraviglia.

C'era la casa del mugnaio, con il suo mulino a vento... la casa del falegname, che a guardarla bene sembrava quasi un comodino con le finestre... la casa del lituaio, bombata, ricordava il fianco di un ukulele...

Le persone che popolavano il villaggio erano per la maggior parte allegre ed operose, gente semplice che conosceva il piacere della fatica ma che non disdegnava di divertirsi in compagnia. Bellissime le sere d'estate a bere birra e a danzare nella piazza del villaggio, ma memorabile soprattutto la festa del solstizio d'estate, il 21 giugno, quando tutti gli abitanti del villaggio, nessuno escluso, si riunivano appena fuori dall'abitato, lì dove venivano montati un grande palco, dove si alternavano gli artisti e i giocolieri, l'albero della cuccagna, la fiera degli animali... e durante questa festa scorrevano fiumi di vino e birra, si accendevano tantissimi falò, ciascuno bruciava delle cose vecchie per inneggiare al nuovo anno solare che iniziava, e tutti si divertivano senza sosta fino all'alba, danzando allegramente per tutta la notte.

Viveva in quel villaggio una bimba, che tutti chiamavano Lola. Era la figlia del Mastro di Cerimonie, colui che sovrintendeva a tutte le attività divertenti che venivano organizzate nel corso dell'anno. Lola era felice di vivere a Magikepòs, amava andare in giro per le vie del villaggio alla ricerca di nuovi angoli da esplorare, e chiedeva sempre a tutti un po', ascoltava le risposte con compita attenzione, ma poi l'unico parere che teneva in conto era il proprio.

Un giorno di fine primavera, mentre andava in giro per le vie del villaggio dopo avero comprato delle olive per la mamma, Lola si trovò a pensare a quante strade avesse già visto e quante ce ne fossero che non aveva con
osciuto, con un senso latente e inconsapevole di malinconia, quasi sentendo dentro di sé che un giorno quel senso costante di stupore sarebbe potuto svanire, come un tarassaco trascinato via dal vento.

Fu così che camminando immersa nei suoi pensieri di bimba si accorse di essere arrivata fuori dal villaggio, in un posto che le sembrava sì familiare, ma che non riusciva a riconoscere. Si guardò attorno, era in un prato
senza alberi... da un lato, lontane, le case del villaggio con la montagna alle spalle... dall'altro uno spiazzo immenso.

Notò un buco nel terreno e capì. Camminando sovrappensiero era arrivata nel luogo in cui si svolgeva la festa del solstizio, il buco nel
terreno era quello dove veniva messo l'albero della cuccagna. Ricordò le feste cui aveva partecipato con la sua famiglia e ad un tratto si accorse che quel punto, quello spiazzo, era stato fino ad allora il confine della sua vita, non si era mai allontanata più di così da casa, e mai da sola.

Spinta dalla curiosità, che è il bocciolo dell'intelligenza, decise di continuare ad esplorare quel prato, attratta da qualcosa che v
edeva lontano all'orizzonte. Mentre camminava i suoi capelli neri erano attraversati da un vento libero, fresco, deciso come mai lo aveva sentito prima d'ora. In quel prato il sole era più forte che altrove, i colori più vividi, i fiori emanavano un profumo che veniva trasportato nell'aria senza ostacoli.

Sperimentò per la prima volta la vertigine della libertà, quel senso di inebriante smarrimento che si prova di fronte a qualcosa che
è del tutto nuovo. Alzò lo sguardo al cielo e le si dipinse sul volto un sorriso sconfinato come solo quelli dei bimbi sanno essere, un sorriso in cui la vastita che contemplava si rifletteva, restituita al mondo con una luce nuova.

Continuò a camminare fino a quando si trovò di fronte a una siepe alta almeno tre volte più di lei. La guardò con divertito sospetto, provò a far passare una mano attraverso, ma i rami fittissimi glielo impedirono. Guardò alla
propria destra, e vide che la siepe si allungava, compatta, fino alle pendici della montagna. Guardò a sinistra e vide la siepe distendersi a perdita d'occhio, come un serpente indolente che dormisse sotto il sole.

Capì di essere arrivata al confine di Magikepòs e questo le mise una strana sensazione addosso, insieme voglia e paura di sapere cosa ci fosse oltre. Provò a saltare, ma per quanti sforzi facesse, non riusciva a sollevarsi se
non per pochi centimetri da terra.

Allora, come obbedendo a quanto scritto in una pagina del libro della propria vita, senza sapere bene perché, scavò una buca nel terren
o, in prossimità della siepe, e vi mise dentro tre olive. Promise a se stessa: "Tornerò ogni giorno in questo posto incantato".

E così fece per qualche tempo, durante tutta l'estate, as
pettando quasi ogni giorno che il sole fosse quasi tramontato prima di tornare a casa. Giorno dopo giorno portava con sé prima dell'acqua per abbeverare il terreno e poi, quando vide spuntare una piccola pianta, cominciò a portare con sé anche alcuni tra i suoi libri, così dopo aver dato l'acqua al bocciolo restava lì, seduta a guardare ogni tanto la siepe, rinnovando quel senso di cupo stupore, ma dedicandosi al suo alberello, raccontandogli le proprie giornate, leggendogli i suoi passi preferiti, parlandogli di continuo. Non disse mai a nessuno della siepe, lasciò che quel luogo fosse solo suo.

Finì l'estate e arrivò un piovoso autunno. Cominciò la scuola e, con essa, una nuova stagione della vita di Lola. In questo periodo scoprì che lo stupore non è dato solo dalle case, dalle vie, ma anche dalla gente... imparò a cogliere il carattere delle persone con cui parlava, conobbe il tepore confortante dell'amicizia ma anche il gelo che può riservare al tuo cuore, conobbe la fiamma divorante dell'amore, il buio totale e disperante dell'abbandono, l'attrazione ammaliante delle promesse e soprattutto quella irresistibile delle promesse impossibili, che non possono essere smentite né mantenute.

E così, travolta dal fiume in piena di percezio
ni che le si presentavano ad ogni nuovo giorno, Lola piano piano dimenticò del suo amico albero. Alla festa del solstizio successiva non ebbe occhi che per il figlio del cassiere della banca, lo vide arrampicarsi agile e veloce sull'albero della cuccagna, ricevette con un sorriso imbarazzato i fiori che lui raccolse per lei... a quella ancora successiva trascorse quasi tutta la notte con le sue amiche più care, raccontandosi i loro affari di cuore, progettando il proprio cammino in quella selva intricata che gli adulti chiamano futuro. L'anno dopo ancora stiede tutta la sera sotto il palco in cui si esibivano musicisti e giocolieri, affascinata dalla mastria con cui riempivano l'aria gli uni di suoni deliziosi, gli altri di oggetti che disegnavano traiettorie ammalianti.

E anno dopo anno la vita di Lola, che nel frattempo cominciarono a chiamare col suo vero nome Iole, trascorse serena nel villaggio di Magikepòs.

Ma il destino a volte agisce camminando sinuono per strade imperscrutabili.

La sera del solstizio di quest'anno Iole, ormai donna, si accingeva a partecipare come sempre negli ultimi anni alla gara dei bevitori di birra, vero evento della festa. Stava preparandosi ad andare alla festa, ma da
qualche giorno qualcosa adombrava quel sorriso che tutti a Magikepòs avevano imparato ad amare... Aveva sentito negli ultimi tempi che ciascuna persona del villaggio aveva qualcosa da dire, ma cominciava a porsi una domanda che la dava un senso di pesantezza al cuore: "E' tutto qui?"

Stava per uscire dalla sua casa quando gli occhi le si posarono su una piccola pianta che la madre aveva messo sul davanzale, e tutto le tornò
alle mente.

Rivide se stessa bimba parlare con il suo alberello, pensò con tenerezza a Lola, alla bambina che passò una intera estate a coltivare il sogno di un posto che sapesse di libertà, di mistero, di possibilità.

Si mise in cammino verso la festa, ma si limitò a co
steggiare la strada principale. Si fermò a guardare da lontano gli abitanti del villaggio che davano inizio alle danze, guardò i musicisti salire sul palco e accordare gli strumenti, vide il figlio del banchiere corteggiare la figlia del libraio, vide quel brulicare di persone intente a divertirsi, come ogni anno, con le stesse cose.

E provò uno strano senso di estraneità, affettuosa e dolorosa al contempo. Si vide dall'esterno mentre saliva sul palco dei bevitori di birr
a, partecipare alla gara, e non si riconobbe.

Stiede lì a guardare la festa fin quasi all'arrivare delle prime luci dell'alba. Fu allora che rivolse un ultimo sguardo alla gente del suo villaggio, ai volti che avevano costellato la sua vita e il sorriso che le saliva dal cuore fu rigato da una lacrima. Si rimise in cammino e trovò subito la strada per il suo luogo incantato, come se la dolcezza del ricordo avesse fatto riaffiorare le orme dei suoi passi di bambina.

Vide da lontano, nelle prime luci del mattino, la siepe stagliarsi immobile, meno grande di quanto la ricordasse, ma comunque imponente abbastanza da rinnovare in lei quel senso di triste impotenza. Ma si accorse subito di cosa era diverso.

Un grande ulivo si stagliava innanzi alla siepe,
bellissimo, maestoso nella sua placida imponenza. Iole lo guardò commosso, poggio la sua guancia contro il tronco, lo accarezzò e si sentì dopo tanto tempo nuovamente in contatto con la bimba che era dentro di sé.

Non si stupì quando l'albero le parlò.

- "Bentornata, Lola. Ti stavo aspettando."


- "Anche io ho aspettato questo momento, ma ho vissuto come se non lo sapessi."

- "Lo so, e non c'era altro modo in cui avresti potuto viverlo. Sei pronta per scoprire cosa c'è oltre la siepe?"

- "" disse Iole, senza più ombra di timore nella voce.

Si arrampicò sul tronco dell'albero, che sembrava quasi accoglierla per renderle più facile la salita. Ripromise a se stessa di non guardare oltre la siepe se non una volta arrivata in cima, nel punto da cui sembrava provenire la voce dell'ulivo.

La luce del mattino inondava ormai ogni cosa.

Arrivata in cima, l'albero disse: "Guarda Lola, apri gli occhi e la mente a ciò che stai per vedere".


Così fece Iole... e quello che le si offrì agli occhi la lasciò senza fiato. Un panorama immenso si perdeva verso l'infinito oltre la siepe. Vide prati sconfinati innalzarsi in colline verdi, vide campi colmi di fiori che non aveva mai visto prima, vide montagne lontane con la cima ricoperta di bianco, vide una immensa distesa d'acqua che sembrava non finire mai, vide dei grandissimi villaggi fatti di case altissime, vide un cielo di un azzurro che non sospettava nemmeno esistesse.

Guardò l'albero col cuore colmo di gioia ed emozione, la stessa che provava da bambina nell'assaggiare un frutto nuovo, ma al contempo pensò alla sua casa, alla sua gente con un malinconico senso di irreparabile distacco e disse:

- "Tutto questo è stupendo. Come potrò torna
re a Magikepòs sapendo cosa c'è oltre la siepe?"

- "Non devi, se non vuoi"


- "Ma allora... posso andare?", chiese Iole?

Fu in quel momento che, trasportati dal vento, arrivarono gli echi lontani della festa che volgeva al termine... una musica di violini cominciò a librarsi sottile nell'aria.

Rispose l'albero:

- "S
ì... quel mondo che vedi sotto quel cielo immenso è tuo, come tuoi sono quei mari sconfinati... Tua la vita, tuoi i cammini da percorrere e i sentieri che desidererai esplorare. Ricorda Lola, basta volerlo e avere un po' di coraggio... si può fare... tutto si può fare."



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A Iole e Lola, esseri speciali :))))

Massi, 21 Giugno 2008, 1:51

18.6.08

(Dis)umane connessioni

Senza voler scadere nei luoghi comuni... ma a volte cogli più umanità nei comportamenti di alcuni quattrozampe di quanta non se ne colga in alcuni bipedi, asseritamente facenti parte del genere umano. Galileo (a destra) poi è un principe, sempre compito, paziente, rispettoso...

Fabrizio, me' fra, gioca con Galileo, il papà di Livia :)

E le distanze si annullano.

(Dis)umane connessioni

P.s. delle 6:06: Il testo che accompagna la foto, me ne rendo solo ora, è criptico. O meglio, sembra davvero frutto di un luogo comune.

In realtà, a volerlo spiegare meglio (soprattutto a me stesso) è legato a un ricordo preciso.

La foto è stata scattata il 18 maggio, ultima domenica di campionato di serie A. Dopo aver visto l'Inter su un canale cinese (no, dico, festeggiare lo scudetto a colpi di Uan Chin Chun è stato uno strazio, ma Sky costa e mi devo pagare la moto :D) sono andato a casa di amici... ma durante il tragitto, in piazza a Mondello, mi sono imbattuto in una manifestazione legata al ''naso rosso''.

C'erano in piazza dei clown volontari (ciao Gnella :)) che ballavano con i bimbi, cantavano, allietavano le persone e vendevano per beneficienza dei nasi da clown a 1 euro l'uno.

Mi sono fermato, ho salutato Andrea e Serena (amici) che erano lì in piazza, ho salutato Agnese (che era nell'esercizio delle sue funzioni di clown) e ho comprato 3 nasi, uno per me, uno per Rosario, uno per Fabrizio.

Nella foto che ho pubblicato adesso Fabrizio gioca con Galileo con questo naso rosso... ebbene sì, non tiene tra le mani un pezzo di semplice cibo, ma un naso di gomma da clown.

E il parallelo, la (dis)umana connessione sta in questo.

C'erano in piazza decine di persone che assistevano allo spettacolo attratte come le mosche da un residuo di cibo per terra, per inerzia, senza slancio, senza farsi contaggiare dallo spirito giocoso della manifestazione, quanto piuttosto semplicemente perché dove c'è un capannello di gente molti si avvicinano con curiosità non partecipativa.

Poi invece vedi un canuzzo di 5 anni che, pur magari senza sapere di preciso perché, con puro istinto ''infantile'' (che i cani, esseri fortunati, conservano per tutta la vita) si lascia coinvolgere dall'atmosfera del gioco, partecipa, salta, fa le finte... e ti illudi, quasi a voler vedere una chance per un mondo più sensibile e quindi migliore, che esseri tendenzialmente meno attrezzati per cogliere gli aspetti profondi della vita riescono ad essere più partecipativi nelle cose belle di quanto alcuni essere umani non riescano ad essere.

Ed è qui che, concretamente, le distanze si annullano.


18 Giugno 2008

17.6.08

Il principio di Archimede e sue bizzarre attuazioni

Stanotte è arrivato lo scirocco a Palermo. I più nottambuli tra voi lo avranno sentito in diretta, verso le 2... i più mattinieri se ne saranno accorti presto, al risveglio, essendo andati a dormire in una terra fresca ed essendosi svegliati sulla superficie di una mininova (pubblicità occulta).

Chi come me fa parte di entrambe le categorie, cioè quella dei nottambuli che si svegliano presto, avrà assaporato sia l'aria caldiccia della sera (sgrunt) sia il fuoco di questo risveglio (doppio sgrunt). Mettiamoci pure che la notte prima ero andato a dormire alle 4:30 (ciao consorte), mi ero svegliato alle 9, non ho chiuso occhio di pomeriggio ed ho ancora strascichi dell'influenza... tutto procede allegramente verso la catastrofe...

Ma qui c'è il valore aggiunto. Mi sono addormentato intorno alle 3 stanotte, reduce da seminottata di vaga frustrazione tecnologica, ed ho sentito arrivare la tempesta di vento, ho sentito le tende muoversi alle mie spalle, sopra il letto... ma come un personaggio di un film di inizio secolo (quello scorso, quello nostro) vittima di uno scherzo alla Stanlio e Ollio, come fossi solleticato sul naso con una piuma mentre dormivo, ho masticato a vuoto assaporando il fatto che fossi sì cosciente, ma comunque dormiente, e sono ripiombato tra le braccia di fratello oblio.

Dopo un tempo che non avrei saputo calcolare se non a posteriori, grazie all'amorevole e spietato soccorso dell'orologio (avrei scoperto essere le 4:35) vengo svegliato da un evento che credo abbia costituito a tutti gli effetti una sorta di tagliando di metà vita per il mio cuore. Va da sè che se sono qui a scrivere il tagliando è stato brillantemente superato, e per fortuna che il tatuaggio è sul braccio destro...a vvertissi questo pizzicorio costante al braccio sinistro quel "brillantemente" non avrebbe trovato posto in questo... ehm... post.

Dormivo abbastanza beatamente, incosciente del caldo grazie alla notturna sospensione cognitiva, quando vengo spostato di peso nel letto da una massa enorme, che mi si proietta addosso, esercitando una forza tale da costringermi, per istinto, a compiere una mezza rotazione sul mio asse. Da spaparanzato che ero, a pancia sotto come sempre, quasi a formare una X sul letto a una piazza e mezzo, mi trovo faccia all'aria, nel buio, quasi rannicchiato, a verbalizzare il mio stupore in un discretamente prosaico "Che cazzo succede???"

Progressivo risveglio dei sensi... sensazione tattile di pelo abbondante contro il mio fianco sinistro (dormo sempre in boxer, anche d'inverno)... e come in uno di quei tabelloni da stazione dei treni che indicano arrivi e partenze, cambiando di continuio le lettere di ciascuna riga, la mente vaglia varie ipotesi sulla situazione corrente, instaurando un vorticoso dialogo con quella parte vigile di me che ha tempi di risposta all'accensione che neanche la D80, ma che nell'occasione ha fornito risposte stizzuse(1) nello stile della Palla 8 di Donatella.

- "Mi sono accoppiato con una donna particolarmente pelosa e ho rimosso la cosa, e adesso lei è qui al mio fianco?"

- "Tenderei ad escluderlo"

- "Oddio, ho abbordato un camionista irsuto alla ricerca di nuove emozioni e da oggi la mia vita sarà moooooolto diversa?"

- "La mia risposta è no"

- "Ecco, lo sapevo... portare a quella seduta spiritica il peluche a forma di cammello che mia sorella mi ha regalato come souvenir dalla Tunisia non è stata una buona idea... si è animato, vero?"

- "La finisci con 'ste domande idiote?"

A quel punto arrivò una informazione meno tattile e più olfattiva... un odore strano... come di stracci bagnati dimenticati dentro un armadietto a tenuta stagna, misto a fieno per cavalli e polvere stantia... e realizzai.

E fu qui il principio di Archimede (che a memoria recita più o meno "un corpo immerso in un fluido riceve una spinta uguale e contraria al volume della massa spostata") trovò attuazione.

Restituendo la spinta ricevuta, con ormai spirito ritrovato, ho spinto giù quella massa pelosa dal letto al grido di: "Ma vafanculo, Camilla!!!".

Seguì battaglia per impedirle di risalire sul MIO letto (ha il suo divano, ma il mio letto è off limits causa sua bizzarro corredo olfattivo di cui sopra), battaglia nella quale rischiai varie volte di soccombere, perché io combattevo con la forza dell'ottusa ragione di un uomo che difende l'igiene del suo giaciglio, lei con la forza disperata dell'animale in panico che cerca la salvezza.

Alla fine si è infilata sotto il letto, con perizia degna della migliore contorsionista, e mi è toccato alzarmi, accendere la luce, incoraggiarla ad uscire dal lì sotto, farle fare un giro in terrazza dicendole: "Dai Cami, hai 7 anni, è solo vento, lo conosci"... e lei che si leccava i baffi e deglutiva di continuo, sintomo palese di paura e disagio.

Così siamo rientrati, sempre passando entrambi accucciati nella sua porticina della zanzariera... le ho fatto spazio sul divano che non usa da un po' a causa del tempo caldo... l'ho fatta accoccolare, mi sono disteso accanto, l'ho accarezzata, rassicurata, gnucculiata(2), fino a quando non ha preso sonno... ed erano le 5 passate. Che poi è un cane duci, come tutti i cani d'altronde, non me la sento di condannarla per le sue paure... lei è innocente, non ha la possibilità di fare tesoro delle esperienze... lei si che compiutamente ha sempre un giorno. E poi è un cane simpatico, giocherellone... fa pure le imitazioni (3).

Strana però la vita, ti trovi a fare da padre ad un meticcio di pastore tedesco, del tenero peso di 40 chili... ma con la consolante sensazione, almeno questo, di non averla dovuta concepire...


(1) fastidiose
(2) coccolata
(3) Camilla nella sua imitazione più riuscita, la Sfinge

Il principio di Archimede e sue bizzare attuazioni

17 Giugno 2008

15.6.08

Livia se ne va

E raggiunge la sua nuova famiglia, per la disperazione di Rosario... e anche se non la vedevo tutti i giorni, mancherà anche a me...

Mi terrai con te, non è così?


15 Giugno 2008

11.6.08

Diario di viaggio: 2 - Tra infiniti punti ci sono punti indelebili

La stazione di Bologna non è la stazione di Palermo. Qui la gente è viva, c'è un treno in partenza per Milano ogni 8 minuti, vedi una umanità policromatica e multiculturale, che si muove come se avesse qualcosa di bello e/o interessante e/o importante da fare.

Dona ha preso il suo treno per Milano, sconsolata per il corso palloso da seguire ma niente affatto affranta o sconfitta... l
ei è la Palermo che ti fa venire voglia di esistere, la forza queta di una giovane donna che vive la propria vita col sorriso sulle labbra, senza recriminazioni ma senza accontentarsi.

Se questi giorni a Bologna sono stati bellissimi, e lo sono stati, lo devo tantissimo anche a lei. Ospitale, premurosa ma senza nessun tipo di pr
essione, accogliente, energica, generosa, socievole, duci come sempre... anzi di più perchè qui ho visto una Donatella diversa, più vera.

Qui, nella sala d'attesa della stazione di Bologna, ascolto Ashes And Wine e non posso che pensare a lei distesa sul
divano, mentre canticchia questa canzone... che poi quando canticchia l'inno di Mameli piuttosto che "Le ragazze di Gaguin" di Grazia Di Michele è uguale, ha la canticchiata monocorde lei.

Oggi mi ha accompagnato a fare il mio primo tatuaggio, si è pure assuppata (sopportata, n.d.a. per i non siculi) di lasciarmi all'imbocco della
via e trovare parcheggio da sola, di scattarmi delle foto durante il tatuamento e di andare a comprare un cornetto per me, quando poco prima di offrire la mia pelle agli aghi e all'inchiostro stavo schiattando dalla fame.

Mi spiace non esserci tatuati insieme, sarebbe stato bellissimo aggiungere questo ricordo a tutti i bellissimi micromomenti di questi giorni. E ringrazio Alex, Stefano e tutti i ragazzi dello studio Apelles Tattoo di Bologna per il sorriso con cui mi hanno accolto, per le attenzioni, il tempo e la simpatia che mi hanno riservato. La mia pelle sarà ancora vostra :)


Il tatuaggio... per paradosso lo abbiamo fatto (io e la consorte palermitana, lei capirà... anche se il dolore fu tutto mio -.-') in un momento di passaggio, ma non come avevo pensato dalla giovinezza all'età adulta, quanto da una forma appiattita di età adulta verso un ritorno all'adolescenza, intesa come voglia di decidere e fare, fossero anche cazzate... di avere l'idea che anche qualcosa che duri per il "per sempre" umano non è altro che un soffio tra le dita.

E di questo devo ringraziare me stesso.


C'è stato qualcuno che mi ha stimolato, qualcuno che non ha capito, qualcuno che mi ha quasi fatto venire voglia di mollare, ma alla fine nella mia vita tutto è venuto da me... mie le speranze perse di vista e ritrovate, miei
i silenzi, miei gli inciampi, miei i passi incerti, mie le ripartenze... mio lo spicchio di sole cui faccio da bersaglio oggi, con un sorriso compiuto sul volto, senza timore di avere sopra l'ombra di nessuno.




Punti indelebili

Bologna, 11 Giugno 2008, ore 18:45


7.6.08

Diario di viaggio: 1 - Una retta contiene infiniti punti

Abbiamo lasciato una Palermo immotivatamentte sorridente, abbandonata come uno spettatore annoiato ad un spettacolo inconcludente, uno di quelli che ride fuori tempo a battute con poco ritmo.

L'umanità del treno, rispetto alla sua versione evoluta che usa viaggiare in aereo, sembra il realizzarsi concreto di una previsione al ribasso. Facce stanche, pendolari che viaggiano troppo spesso per potersi permettere di librarsi in volo a cuor leggero... ognuno con una storia scritta in volto, qualcuno con la sensazione (clamorosamente errata) di avere una storia che possa minimamente interessare gli altri e che la racconta di continuo.

Treno... non una umanità sconfitta, questo no. Diciamo una progenie in guerra, pochi alla ricerca dell'opportunità di vincere qualche momento di svago, alcuni in cerca di avventure, altri che si muovono allegri e giulivi alla ricerca del superamento dei propri limiti... ma soprattutto cogli la stanchenza di chi si allontana dalle proprie radici per un viaggio, l'ennesimo, verso una terra lontana che ti da la possibilità di supportare economicamente la tua vita ma che in cambio ti toglie buona parte della gioia di viverla.
Emigranti Milazzo - Bologna, pronti a lasciare con un velo di morte negli occhi quella terra di cui dicono il peggio possibile, ma di cui sentiranno la mancanza fin nelle ossa.

Ma si tratta pur sempre di persone in cammino tra il punto A "stenti" e il punto B "speranza". Hanno negli occhi quello sguardo tipico del cucciolo d'uomo (ciao Ludovico) che, pur senza sapere di preciso perché, cerca un capezzolo che lo nutra.

E' stato qui, a metà di questa prima parte di viaggio, mentre ero immerso in questi occhi stanchi ma volitivi, che mi sono imbattuto in una umanità ancora diversa.
Quando il treno è entrato nel ventre del traghetto siamo scesi dalla carrozza, per sfuggire a quella mistura aberrante di aria calda e carburante e siamo saliti sul ponte della nave.
Lì, nel freddo di una notte di inizio giugno, una coppia di improbabili teenagers in tenuta Smashing Pumpkins condivideva sul ponte della nave un paio di auricolari, sfidando con noncurante eroismo (l'eroismo non dovrebbe essere sempre così?) i venti gelidi dello stretto.

Dentro, in coperta, si celava invece questa progenie di disperati, questa umanità davvero sconfitta, fatta di gente così inevitabilmente votata al risparmio da dover prendere un traghetto delle Ferrovie dello Stato, accettando di aspettare le cervellotiche manovre di carico del treno, pur di risparmiare qualcosa.

Persone che viaggiano leggere, senza bagagli, che chiedono il ristoro ad un caffè da 60 centesimi, preparato e servito da un barista demodè e senza età, con tanto di sigaretta spenta pendente dalle labbra.

Pendolari di ritorno verso la Calabria dopo un giorno di lavoro a Messina... nessuna espressione negli occhi, né sentore di sconfitta né parvenza di speranza...

Uno zoppo, l'altra tonta, un altro ancora sveglio ma con lo sguardo buono, di quelli che pur di non lasciare la nonna anziana nelle grinfie dello zio menefreghista hanno rinunciato a sognare, ad immaginare che possa esistere da qualche parte nel mondo un sé diverso, se non felice almeno speranzoso, ottimista.

Gente che ha accettato, come fosse un destino ineluttabile, di essere un punto nella semiretta che unisce i punti A e B della miseria.



Campagna toscana - 7 Giugno 2008


Sul traghetto - Vietato volare alto, anche con i sogni

1.6.08

Risveglio caleidoscopico

Per adesso ascolto sempre i miei sogni. Non che mi sia convinto che abbiano sempre qualcosa da dirmi, ma ho come la sensazione che ignorarli potrebbe farmi perdere qualcosa... un suggerimento, una ispirazione, una traccia.

Mi sono appena svegliato da due ore di sonno pomeridiano, con una immagine precisa in mente... che putroppo non posso riportare identica, ma che per fortuna non devo neanche descrivere meticolosamente. La affido al video che metto qui sotto.

Nel mio sogno mentre guardavo queste immagini c'era una frase.

Questa è la particolarità, che questo sogno non è da interpretare, mi ha parlato proprio. Mi ha detto una frase, che riporto testualmente.

Immagini e musica di un tizio giapponese;

testo del mio incoscio:


"Anche una realtà insignificante, se ne prendi uno spicchio e lo rifletti di continuo senza guardare più nient'altro, può creare un quadro affascinante".

Bah.