26.12.10

La nemesi del Fattore Zero

Tra pochi giorni questo blog vedrà una nuova data per i propri post, un nuovo anno, il sesto diverso dalla propria apertura. Sarei tentato di dire che sembra passato un giorno, ma in realtà tantissima acqua proverbiale è passata sotto gli altrettanto proverbiali ponti.

Una delle cose che mi ero ripromesso di chiarire un giorno, proprio all'inizio, era la questione relativa al titolo del blog, che ne era anche l'indirizzo: "fattore zero".

Il titolo è cambiato, l'indirizzo no perché, lo confesso, l'unico alternativo che mi stesse a cuore è già impegnato qui su blogspot, e cambiare per cambiare mi è sempre sembrato un approccio buono solo quando ogni speranza è persa ma persiste la paura. Ed è un mare in cui ho navigato nella mia vita.

Fattore Zero, dunque.

Nessuna pretesa di illustrare, raccontare, musicare qualcosa che rappresentasse un fattore nella vita degli altri, o nello scorrere del tempo e del mondo.

Semplicemente Fattore Zero, battesimo avvenuto a posteriori rispetto alla sua nascita non per scelta ma per rivelazione, è stato uno psedonimo che mi sono regalato per descrivere quello che per anni è stato il mio approccio alla vita.

Constatavo, esperienza dopo esperienza, come il prodotto finale delle cose che intraprendevo fosse sempre Zero. E mi sono dato una spiegazione semplice, perfettamente lineare, che mi ha convinto: Io mi proietto in ciò che faccio con un approccio disfattista, un approccio "zero".

1 x 0 = 0

Ma anche 10.000 x 0 = 0

Forse, anche se non ne sono del tutto sicuro a livello matematico... ∞ x 0 = 0.


Così mi sono spiegato tutto: se il mio approccio è zero, se io sono zero, non importa la grandezza delle imprese, delle sfide, dei divertimenti, dei rapporti, delle relazioni su cui io mi proietti: il risultato sarà sempre 0.

E questa spiegazione, per tantissimo tempo, mi ha soddisfatto.

Sebbene...

C'era una distonia evidente, proprio qui sulla homepage del mio blog, che avrebbe dovuto farmi capire l'errore concettuale di fondo, che pure era lampante.

Sulla destra, tra le cose per cui vale la pena di vivere (modo di definire le cose belle davvero amaro e disincantato, ora che ci penso), faceva bella mostra di sé: "Divertirmi a sprecare talenti".

Ora, che io abbia o meno talenti è cosa che rileva poco, il punto è che se ho scritto quella frase, a torto o a ragione, vuol dire che sono convinto di averli dei talenti... e chi ha talenti, o quantomeno è convinto di averli (e non voglio essere ipocrita, dal momento che non sono risultatopatico lo dico apertamente... ce li ho... che poi li metta o meno a frutto secondo i parametri umani mi interessa poco) non può essere un "fattore zero".

O forse può anche esserlo in concreto, ma di sicuro non può considerarsi tale.

Eppure un dato incontrovertibile c'era, matematico, solido, lì alla vista. Il risultato di tutto quello in cui mi sono cimentato ha dato 0. E non era uno 0 fattuale, quanto uno 0 emotivo... non constatavo uno zero algebrico, ma un vuoto a livello di sensazione profonda: per dirla con le parole di qualcuno, i figli del mio cuore erano tutti deformi.

E per chiarezza, io col cuore non amo soltanto... col cuore lavoro, ascolto, leggo, guardo, osservo, mangio, penso, sogno, respiro...

Da tempo Fattore Zero è defunto, ne ho dato annuncio su questo blog l'anno scorso in concomitanza con il mio 37° compleanno terrestre, nell'anno 1 della mia vita.

Questa morte, non meno importante di quella che arriverà un giorno, e di tutte quelle che ho già vissuto sulla mia pelle, è stata la prima celebrata con un rito di passaggio, sulla spiaggia di Mondello, in compagnia di una sacerdotessa, unica tra le anime che ho incontrato che potesse essere testimone di quel passaggio.

Perché è da tempo che sorrido, ma quel giorno è nato un sorriso diverso. Pensavo di essermi liberato della mia natura disfattista, di aver bruciato nei fatti un post di questo blog ma, simbolicamente, il mio approccio autosabotatorio, quello che aveva impedito X x 1 = X, e X x 10.000 = X x 10.000, dove X era la mia cifra tutta da scoprire.

Stamattina, però, leggendo "La confessione" di Tolstoj, nella descrizione di un passaggio della sua vita, qualcosa che era lì da tempo, e che non avevo ancora visto, mi è apparso in tutta la sua chiarezza. Epifania partoritasi su un comodo divano, libro in grembo, ma che è nata nella attesa che dei cioccolatini da 10 euro trovassero una nuova casa, in una via che ha il nome di una piazza, nel giorno prefestivo per eccellenza...

Ora so davvero perché Fattore Zero, so il perché dell'incongruenza sui talenti, so il perché dei figli del cuore deformi, so cosa ho bruciato in spiaggia il 25 Marzo 2010... e perché da allora il concetto di Dharma, che "le cose sono quelle che sono" è diventato il terreno in cui la mia natura vola gioiosa... quando è gioiosa... o perplessa quando è perplessa, o triste quando è triste...

Quel giorno sulla spiaggia, bruciando Fattore Zero, ho bruciato gli zero della mia vita... ho bruciato gli alibi, ho bruciato le scelte fatte al ribasso, ho bruciato le paure (non tutte, ma almeno ho iniziato)...

Ho bruciato le mie sovrastrutture, ho bruciato il bisogno, ho bruciato la falsa fiducia a metà che avevo in me stesso... era la fiducia su "me stesso" al netto delle paure, era fiducia in ciò che potevo fare "considerato che...", quella che ti tiene legato alle cose a metà nonostante i numerosi "Però..."

Ho bruciato tante scelte... non quelle passate, che non rinnego e che fanno parte della storia della mia vita e di me...
ho bruciato le scelte che, essendo in armonia 0 con la mia natura, facevano sì che X x 0 facesse sempre 0. L'ho scelto, l'ho voluto nel passato perché avevo paura di vedermi.

Ho bruciato l'esigenza di muovermi in una direzione qualsiasi per sentire di non essere fermo, ho bruciato l'esigenza di dover pensare a un qualsiasi qualcuno per non sentirmi solo...

Ecco perché non mi fa più paura (anche se mi dispiace) l'idea di poter essere solo: è perché ho incontrato me stesso, la mia natura, e ciò che mi fa dispiace davvero adesso è continuare a sentirmi solo in compagnia.

Non ho più paura dell'amore, o di essere inadeguato di fronte a una forza così immensa: l'amore non è un paradigma esterno, non è un test a scelta multipla...

L'amore non richiede entusiasmo, pazienza, presenza, fedeltà... non li richiede perché li porta con sé, per questo non c'è da averne paura. C'è solo una cosa che richieda, ed è gioiosa fiducia... e se quando arriva noi non ne possediamo, non è una colpa né un crimine, perché le cose che sono ciò che sono, tautologicamente, accadono quando accadono.

Ed è sublime, a modo suo, che i primi passi oltre la simbolica uccisione di Fattore Zero, i primi passi di constatazione di entusiasmo per me stesso o per qualcuno che proveniene dalla mia natura... io li abbia vissuti in risonanza, contemporaneità, telepatia con un'anima che per motivi diversi dai miei, per la sua vita, per la sua storia... è a sua volta in una fase Fattore Zero.

C'è qualcosa di sublime, non di bello, perché le tempeste portano sempre a un cambiamento del paesaggio.

Però sorrido, in questo momento.

E non è il sorriso amaro di chi sia scontento, è il sorriso di chi ha preso coscienza della propria natura, e senza vincoli e freni ha scoperto di saper volere bene in un modo che neanche immaginava.

Il sorriso di chi vola, gira lo sguardo e non si aspetta di trovare qualcuno che voli al suo fianco, ma che in un certo senso non è mai solo.

Un sorriso che, senza specchi o superfici riflettenti intorno, ha il suo doppio da qualche parte.

E il volare mi è dolce in questo cielo.






26 Dicembre 2010

22.12.10

Il cercatore di pepite

Conobbi, alcuni anni orsono, un uomo che aveva un rapporto speciale con l'oro.

Costui viveva in una capanna di legno, in un luogo di quelli che, per abitudine, siamo abituati a definire fatati. Vicino alla sua capanna c'erano una mangiatoia, un pozzo per la raccolta dell'acqua, una cassetta della posta, una casetta per gli uccelli, un ruscello e, non di rado, l'aria fresca dell'alba si annunciava con un arcobaleno incastonato sulle punte degli alberi che, tutto intorno, facevano da cornice alla bellissima radura dove tutto ciò sorgeva.

Da un canto questo luogo incantato gli inspirava una forma di serenità con se stesso ma, al contempo, rappresentava una forma di ritiro dal mondo che, proprio per la sua assenza, aveva finito per l'essere presentissimo nella sua vita.

Quando lo incontrai mi raccontò di alcune sue mirabolanti avventure, impossibili da ricordare tutte... ma furono abbastanza per darmi una sensazione che, nel tempo in cui ebbi modo di conoscerlo meglio, non ebbe mai modo di essere smentita.

Andò via dalla sua casa natale un giorno di una calda primavera, quando mentre leggeva un libro sul dondolo sotto il porticato, la sua attenzione fu colta da qualcosa che scintillava nell'aria.

Subito, come guidato da un istinto ancestrale, pensò: "E' oro!"

E si mise a seguire quel luccichio portato via dal vento. Passò mesi vagando, per lo più alzando lo sguardo verso il cielo in attesa che lo scintillio si manifestasse nuovamente, cosa che accadeva, non sempre ma abbastanza spesso da far sì che non riuscisse a pensare ad altro.

Fino al giorno in cui vide qualcosa di dorato volare davanti a sé, seguì quella traccia luminosa fino a vederla volare all'interno di un piccolo bosco, in una radura, fino a quando non si posò per terra.

Si avvicinò col cuore colmo di emozione per poi scoprire, dopo mesi, che si trattava di un pezzo di carta stagnola dorato, di nessun valore. Questo sulle prime lo colpì come un maglio sui denti, ma ben presto la sua per certi versi geniale capacità di astrazione lo portò a prendere consapevolezza di qualcosa di fondamentale: non importava quanto fosse stato capace di vedere bellezza nel mondo fino a quel giorno sotto il portico, non importava quanto fosse stato capace di creare a sua volta bellezza... l'oro! L'oro era la risposta! L'oro, lo sentiva dentro di sé con una chiarezza che gli risultava incomprensibile, era l'unica cosa che potesse davvero dare valore alla sua vita.

Fu così che costruì la capanna, la casetta per gli uccelli e tutto ciò che vi era intorno.

Mi raccontò di come avesse iniziato a setacciare il ruscello alla ricerca di una vena aurifera che potesse un giorno placare la sua sete, e di come una volta avesse scorto delle pagliuzze d'oro nel setaccio, avesse deviato il corso del ruscello e avesse iniziato a scavare.

Lì, dieci centimetri sotto il letto del corso d'acqua, vide affiorare una superficie dorata e il suo cuore si riempì di gioia. Mi confesso di essersi sentito felice in quel momento. Sentiva che si trattava di una pepita enorme, la pepita con cui (lo sapeva) si sarebbe incontrato un giorno.

Ne fu così felice da non scavare direttamente intorno alla superficie dorata. Disegnò con un bastone un cerchio tutto intorno, con un diametro di almeno due metri, guardò e si disse: "Sì, non sarà di certo più piccola di così, la mia pepita".

E scavò, scavò per lungo tempo evitando accuratamente che il terreno intorno a quel piccolo centimetro quadrato dorato si sollevasse. Voleva conservare intatta, dentro sé, l'emozione per la scoperta fino al momento in cui la pepita non sarebbe emersa in tutto il suo splendore.

Quando mesi dopo aveva isolato un cilindro di terreno largo due metri e profondo almeno tre, decise finalmente che era arrivato il momento di incontrare la sua pepita e scavò intorno al centro del cerchio che si offriva alla sua vista.

"Adesso sono pronto", si disse.

Quando si trovò tra le mani un tappo di birra dorato, rimase immobile a contemplarlo. Sapeva quanto quel tappo non avesse a che fare con l'oro, ma subito si venne in aiuto pensando: "Ecco, un tappo è stato tolto, da ora in poi nulla si frapporrà all'incontro..."

Potrei raccontarvi tantissime altre storie così, ma immagino che finirei con l'annoiarvi.

Cioè che mi colpì fu il modo in cui ci salutammo. Andai a trovarlo dopo un po' di tempo dalla mia ultima visita, lo trovai che sprangava la porta della capanna, zaino in spalla.

Gli chiesi cosa stesse accadendo, mi rispose: "Vado verso Nord, stamattina ho sentito provenire da lì un fortissimo odore di oro!".

Lo guardai perplesso, ma sembrò non accorgersene, preso com'era dai preparativi per la partenza.

Gli chiesi: "Ma non pensi che questa continua ricerca dell'oro ti distolga da te stesso?"

Mi rispose con occhi lucidi e sgranati: "Io? Cercare l'oro io? Ma no, da sempre è l'oro che cerca me".


Sarei tentato di dire che dal cercatore di pepite imparai qualcosa, ma penso che impariamo sempre da noi stessi, a volte in casi come questo per tramite di qualcuno.

Ciò che pensai è che anche qualcuno capace di rendere speciale un posto come la radura, anche qualcuno capace di cogliere la bellezza nel mondo, se non vede se stesso, rischia di perdersi nella ricerca di qualcosa di luccicante che risponda al bisogno di dare un valore alla propria vita.

E perde la capacità di sognare se stesso.

Ed è capace di dire di non essere alla ricerca di niente.

Il che, in un certo senso, è vero.



22 Dicembre 2010

22.11.10

Endless day

Prendi un giorno di un periodo letteralmente così così, un po' buono e un po' meno buono

Mettici un orario di lavoro dalle 8:00 alle 17:45, con 10 minuti di pausa pranzo alle 14:00.

Aggiungi acquistare una palla da calcio di spugna, portarla a tuo nipote uscendo da lavoro, giocare un po' con lui e poi riprendere la via di casa con la moto, ché i tuoni minacciano pioggia.

Considera che la giornata è scivolata via un po' così, né bella né brutta, vissuta senza aggrottamenti di fronte ma al contempo senza sorrisi.

Tieni a mente che il detto "tanto tuonò che piovve" ha una sua ragione d'essere, e oggi l'ha mostrata in tutta la sua umida essenza... con la pioggia che si manifesta, mentre sei in moto vestito come un astronauta demodè con i tuoi orrendi pantaloni antipioggia azzurri...

...e in quel momento, proprio nel momento in cui inizia a diluviarti sopra, in un turbinio di stop e frecce resi amorfi e scintillanti dalle gocce di cielo sulla visiera, il tuo lettore mp3 inizi a suonare, in modalità random, The Rain Song dei Led Zeppelin.





Poi uno si chiede perché sorridi...



22 Novembre 2010

2.11.10

Citazione

- "La gente vuole un senso di meraviglia... vuole sperimentare qualcosa che non riesce a spiegarsi."

- "Se la meraviglia sparisce quando si conosce la verità, allora non c'è niente di cui avere meraviglia."



House, Stagione 4, episodio 8



2 Novembre 2010

10.9.10

Il mio Corpo Celeste

- Che fai tu, Luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa Luna?

- Eh, che faccio... mi annoio.

E verrebbe da dire, chi è causa del suo male pianga se stesso, solo che in questo caso "se stesso" non esiste più. Sì, perché secondo le teorie più recenti e comunque pare più accreditate la Luna, unico esempio di grande satellite di un pianeta roccioso come la Terra, si è formata miliardi di anni fa per effetto di una collisione.

Piccola nota di astronomia, nella speranza di aver incamerato bene le informazioni varie e vaste che ho incamerato in questo periodo. Un sistema solare, come ad esempio il nostro, è il risultato dell'aggregazione di materiale incandescente che ruota primordialmente in polvere intorno a una stella, in questo caso il Sole. L'aggregazione di elementi semplici, grazie alla fusione, porta alla formazione di materiali via via sempre più pesanti. In questo caso si può assistere alla formazioni di pianeti rocciosi che, in un primo momento, sono sfere incandescenti di materiale fuso come la Terra o, in caso di aggregazione di materiali gassosi, porta alla formazione di pianeti giganteschi ma dalla densità relativa come Giove o Saturno.

Nella prima fase di formazione del sistema solare i vari pianeti in formazione avevano orbite di rotazione intorno al Sole diverse da quelle attuali. Le orbite sono la risultante dell'interazione della forza espulsiva che spinge i pianeti e della forza centripeta esercitata dall'attrazione gravitazionale del Sole che, da solo, costituisce non solo l'unica fonte di energia del nostro sistema (energia che investa altri corpi celesti... va da sé che il vento o il magma di un vulcano terrestre sono anch'esse fonte di energia, ma ad uso interno del pianeta) ma anche il 99,8 % circa della materia del sistema stesso.

Capitava, in questo periodo di formazione del sistema (che è, proprio perché sistema, il risultato di forze ormai fondamentalmente in equilibrio) che le orbite di alcuni pianeti potessero essere in rotta di collisione.

Così, a quanto pare, è successo tra il pianeta Terra e il pianeta Theia, grande circa la metà. I due pianeti, ammassi di metalli e gas fusi, collidero in un impatto dagli effetti devastanti. La Terra subì l'inclinazione dell'asse di rotazione, che è la caratteristica peculiare del nostro pianeta che rende possibile l'alternarsi delle stagioni: senza quell'impatto un'ampia regione vicina ai poli sarebbe perennemente ghiacciata, l'equatore avrebbe temperature altissime, entrambe condizioni che non rendono possibile la vita, non come la conosciamo almeno.

Theia si disentegrò e, insieme alle parti della Terra che subirono la stessa sorte, creò un disco di detriti e polveri che per l'interazione delle due forze descritte sopra cominciò a ruotare intorno alla Terra che, grazie alla propria massa, ne catturò la maggior parte.

Un'altra parte continuò ad orbitare, e data l'incandescenza i detriti si fusero insieme fino a formare la Luna che, da allora, danza insieme alla Terra in una unione fortissima ma che non le impedisce di allontanarsi di circa 3 centimetri l'anno dal nostro pianeta.


Accade così anche per la gente.

Siamo come i Corpi Celesti.

Non sappiamo dove le traiettorie della nostra esistenza ci porteranno e, spesso, collidiamo con altri individui. Per fortuna, aggiungere, altrimenti la nostra vita assomiglierebbe a quella di particelle nel vuoto cosmico.

A volte qualcuno, nell'impatto, si disintegra distruggendo più o meno volontariamente il proprio nucleo, per rifondersi in forma minore attorno ad un pianeta che sì potrà influenzare leggermente, ma dal cui moto diventa dipendente.

La Luna, giova ricordarlo, non ha una massa tale da poter trattenere con la propria gravità alcuna atmosfera, cosa che le rende bellissima, affascinante ma sterile.

Perché ci sia vita è necessaria una serie di eventi che chi, ateo come me, attribuisce a un benevolo caso scaturito da un indifferente caos...

Anche le stelle, fonte di energia e, in definitiva, di vita altrove non possono ospitare la vita sulla propria superficie. Non la vita che conosciamo noi, non la nostra.


Alla fine, forse, è proprio questa la risposta. Sarebbe bello se ognuno di noi fosse un pianeta a sé stante, siamo quasi sette miliardi su questa terra, di certo non soffriremo di solitudine se invece di collidere faremo tratti di strada insieme, interessati e curiosi di come la vita si sia formata, sia percepita e sia vissuta sui nostri pianeti umani gemelli.

Essere il satellite di qualcuno significa rinunciare alla propria identità, il prezzo da pagare per la propria disgregazione. Ne potrà mai valere la pena?


Caso diverso quello dei planimo, pianeti solitari che vagano alla deriva senza orbitare intorno a nessuna stella. Ne esistono alcuni che hanno dei satelliti intorno e che, ipoteticamente, potrebbero ospitare forme di vita non dipendenti dalla luce.

Ma chi potendo scegliere di stare sotto il calore del Sole vorrebbe vivere nel buio e nel freddo perenni?




10 Settembre 2010

22.5.10

Fino in fondo



Minuto 1:28


''Dimentico il nostro tempo...

Ma facciamo piano che
Iaco e Pablo stan dormendo
I cuccioli, come i poeti,
sono puri e fragili
difendiamo il loro mondo''







Il cane nella foto aveva deposto il proprio corpo, placido, sull'erba fresca in una calda mattina di un sabato di maggio.

Con i cani, lo ammetto, sono compulsivo... nell'accarezzarli soprattutto, nel fotografarli anche... quando ho ''Nikole'', la fida D80, con me.

Eppure... non volevo disturbare... facciamo piano ché il cucciolo sta dormendo.

E tecnicamente cucciolo non è, lo si vede, ma... ai cani e agli animali in genere è dato un dono stupendo, precluso a molti essere umani, quello di poter restare cuccioli per tutta la propria vita...

Chi ci riesce a restare cucciolo dopo l'infanzia, tra gli uomini, ha probabilmente in sé l'animo del poeta vero... al di là delle cazzate come le rime baciate o l'esprimere poesia attraverso i canali canonici e universalmente riconosciuti.

Ne ho incontrati poeti e poetesse nella mia vita... pochi, ma la cosa non mi sorprende... e basta uno sguardo, il loro, quando osservano qualcosa che loro piace o che li colpisce, per riconoscerli...

C'è poi chi conserva quello sguardo sorridente e stuporoso anche quando guarda qualcosa che non piace ma attraverso cui vede tracce di dinamiche superiori, spesso a noi incomprensibili, senza trovarle per questo meno vere, strabilianti o compiutamente belle.

E poi qualcuno mi dice: Massi, ma è solo un cane... :-)


22 Maggio 2010

4.4.10

La partita perfetta

Da ragazzino i videogiochi mi piacevano parecchio. Ma non sono mai stato adolescente da pomeriggi in sala giochi.

Ero fortunato possessore di un Co
mmodore Amiga, invenzione geniale troppo spesso spacciata per console per videogiochi. Era anche questo, ma era soprattutto un Apple MacIntosh ante litteram.

E mi piacevano soprattutto i videogiochi di strategia, ma non troppo complicati, non i veri rompicapii, oppure quelli un po' arcade che, per uno della mia generazione, significa l'arco di tempo tra Pong e Pac Man.


Mi sono perso negli anni dell'università e dei primi lavori la passione smodata dei miei colleghi e amici per i videogiochi sportivi della Playstation, le dispute filosofiche su quale tra Fifa e Winning Eleven fosse il migliore videogioco sul calcio.

Ecco, alla Playstation magari giocavo a Crash Bandicoot 3 piuttosto che a Resident Evil.

Mi ha sempre affascinato la natura primordiale dei videogiochi, non ho mai provato uno di quei giochi basati su identità virtuali né, credo, li apprezzeri.

Per adesso poi, identità virtuale... non riusceri neanche volendo.

Ogni tanto, lo confesso (e chi sa la verità è pregato di tacere :D) mi concedo una partita a Chicken Invaders 3.

Videogioco moderno, ma basato sul mio quasi coetaneo Space Invaders.

Un gioco semplice, che inizia con una parodia di Guerre Stellari: Le galline, dopo anni di arrostimenti, si sono ribellate e adesso la loro versione spaziale invade la terra.

Ad ogni quadro, orde di galline in realtà si limitano a restare in aria sullo schermo. Schivassi le uova bomba, potresti pure resta
re al primo quadro, la terra non subirebbe nessuna minaccia pennuta.



Detto questo, da qualche tempo, quando gioco, sono alla ricerca della partita perfetta: finire i 140 quadri circa del videogioco senza mai morire e senza sparare neanche un missile, ma limitandomi all'uso delle varie armi disponibili, distruggendo nell'ultimo quadro la Yolk Star e l'uovo gigante che contiene.

Che poi questa cosa che nei videogiochi le chance si chiamino "vite" non mi ha convinto mai. Si muore una volta sola, e so che proprio io non dovrei dirlo.

Si muore una sola volta perché, nella vita, poi si rinasce diversi, e la prossima morte sarà la morte di una vita diversa.

Alla ricerca della partita perfetta, da qualche tempo provavo la strategia della difesa. Ogni quadro veniva affrontato con strategia conservativa, senza provare a guadagnare medaglie al valore o punti extra.

Risultato: morti premature in quadri che di regola supero con facilità.


Poi, ieri, ho provato una cosa diversa.

Giocare divertendemi davvero, senza pensare alla vita, alla morte, alle uova assassine quanto piuttosto alla ricerca del gusto, del divertimento, della leggerezza.

E sono arrivato due volte all'ultimo quadro.

Non ho completato la partita perfetta.

Ma ho visto applicato in qualcosa di ludico un principio che ho chiaro da un po': non c'è altro modo di vivere se non cercando il gusto e il senso delle cose, giocare in difesa attira solo preoccupazioni che non ci appartengono.



4 Aprile 2010

31.3.10

Quando basta poco



Non ho molto tempo per scrivere ultimamente.


Né a dire il vero cerco di trovarlo. Ci sono momenti in cui si preferiscono il rumore delle macchinette per i tatuaggi, l'abbaiare apparentemente scomposto di Camilla, il suono della voce di Ludo che ride, il suono delle voci amiche quando si parla.

O semplicemente, ogni tanto, si può delegare l'espressione di ciò che si sente dentro ad altri, che magari solcando altre strare, le proprie, sono arrivate alla tua stessa conclusione.





Here comes the sun, here comes the sun,
and I say it's all right

Little darling, it's been a long cold lonely winter
Little darling, it feels like years since it's been here
Here comes the sun, here comes the sun
and I say it's all right

Little darling, the smiles returning to the faces
Little darling, it seems like years since it's been here
Here comes the sun, here comes the sun
and I say it's all right

Sun, sun, sun, here it comes...
Sun, sun, sun, here it comes...
Sun, sun, sun, here it comes...
Sun, sun, sun, here it comes...
Sun, sun, sun, here it comes...

Little darling, I feel that ice is slowly melting
Little darling, it seems like years since it's been clear
Here comes the sun, here comes the sun,
and I say it's all right
It's all right



31 Marzo 2010

25.3.10

Tanti auguri a me e la torta a me



25 Marzo 2010

12.3.10

RIP

Travolto da una crescente voglia di vivere senza limiti, senza condizionamenti derivanti da radicati pregiudizi, sommerso dalla sensazione di un nuovo inizio in cui tutto è ancora da scrivere e da compiere, si è spento il mio alter ego


FATTORE ZERO


Ne do il lieto annuncio, anticipando che tra qualche giorno questa pagina cambierà indirizzo, pur mantenendo immutato il contenuto. Siate lieti con me.

Le ceneri saranno sparse nella spiaggia di Mondello con cerimonia privata.

Non commenti, ma opere di bene.

4.2.10

I have a dream

Attraversare la vita viaggiando leggero.



4 Febbraio 2010

18.1.10

Non c'è tempo per sognare, qui bisogna partire



L'uomo dai capelli lunghi
girò le spalle a tutti quanti
poi si voltò a guardare il sole
e cominciò a camminare
dove va dove va

Passarono gli anni

e la gente era ancora lì
come ferma nel tempo
ad aspettarne il ritorno
mai nessun altro lo vide più
dice che è in America
e che non vuole tornare più

L'uomo dai capelli corti
salì sul suo cavallo bianco
col sole in faccia davanti al popolo
gridò
...ve lo troverò!!

Passarono gli anni

e la gente era ancora lì
come ferma nel tempo
ad aspettare il ritorno
mai nessun altro mai nessun altro
lo vide più
dice che è in America
e che non vuole tornare più

L'uomo dai capelli bianchi
guardò la gente dentro agli occhi
poi disse "fatevi curare
non c'è tempo per sognare
qui bisogna partire, partire"

Partirono tutti

nessuno rimase lì
come fermo nel tempo
ad aspettare qualcosa o qualcuno
mai nessun altro mai nessun altro
li vide più
dice che sono in America
e che non voglion tornare più


18 Gennaio 2010

17.1.10

The Loneliness Of The Long Distance Runner

Inizia un viaggio, l'ennesimo ma... forse il primo che, in partenza, spero duri a lungo.

Un viaggio che mi porti a percorrere la mia strada, se mai dovessi averne una.

E' un periodo di enormi cambiamenti. Penso che se domani mi svegliassi con un terzo occhio su una guancia, o con un nuovo braccio che spunta dal petto, guarderei me stesso assonnato nello specchio con uno sguardo sornionamente divertito, come a dirmi "Beh, e di che ti stupisci?".

E immagino lo sguardo attonito della cartomante nel girarmi le carte... l'asso di picche non predice morte ma cambiamento... già la vedo, occhi sgranati, le palpebre sepolte da coltri di ombretto viola che all'improvviso spiccano di più sul volto diventato pallido, mentre io contemplo il mio poker d'assi. Di picche.

Tutto sta cambiando a una velocità tale da farmi pensare che, essendo impossibile che il resto del mondo si sia sincronizzato così perfettamente, in realtà sia io a muovermi. Un po' come quando parte il treno su cui sei e ti sembra di esser fermo, che sia la stazione ad andare da un'altra parte.

Sarebbe bello un mondo di stazioni itineranti.
"Hai visto Charing Cross a Londra?"
"No, ma tanto passerà di qui la settimana prossima".

Comincia un viaggio in terre nuove, bagnate da fiumi di inchiostro. Un viaggio in cui sono solo, ma con tante persone a cui spedire cartoline che so saranno ricevute col sorriso.

Tre, quattro... possono sembrare poche e invece è un'enormità... ché di spalle su cui piangere per un dispiacere se ne trovano tante... sorrisi che si accendono per le tue gioie, meno.

Ho sostituito paure con azioni, indecisioni con slancio, pensieri con immagini.

Lì, oltre i binari, il buio... una terra su cui deve ancora sorgere il sole.

Sono solo con le mie emozioni e con un po' di paura.

Però vado, perché quello che mi fa davvero paura adesso è restare immobile.





17 Gennaio 2010

10.1.10

Fly down

"Guarda che se corri sudi e poi ti viene il raffreddore".

Estraggo a caso una frase dal sacco dei consigli ricevuti durante la mia infanzia, sacco che di regola tengo chiuso con corda ignifuga con doppio nodo a gassa, bello stretto.

Allora ero convinto che il desiderio di protezione, nella sua versione malsana e asfissiante, appartenesse solo alla categoria "genitori". Pensavo che una volta trovata l'indipendenza emotiva ed economica, non mi sarei più trovato di fronte a questa categoria dello spirito che mi risulta profondamente sconfortante.

Sarà stato forse anche per questo, per il mio saldare indissolubilmente la protezione asfissiante all'essere genitore, che per anni ho guardato con compiaciuto affetto a quel lato di me che in fondo spera di essere portatore sano di seme sterile.

Ho poi scoperto con non poca meraviglia che in realtà non sono solo i genitori ad avere desiderio di protezione, a consigliarti di "volare basso" per evitare di incorrere nei pericoli e nei rischi della vita.

C'è il collega che gradirebbe che gli evitassi, se proprio non ti è indispensabile, di metterti in luce per le tue capacità... perché rischi di far passare lui per svogliato, se non proprio per incompetente.

C'è l'amico/a affettuoso che ti dice: "Ma perché dici sempre quello che pensi? Perché prendi sempre posizione indipendente nei confronti delle cose? Non sai che se i salmoni potessero scegliere, nuoterebbero anche loro nel verso della corrente? Non credi che, se potessero parlare, maledirebbero la propria natura che li porta a nuotare controcorrente?".

A parte che questa visione antropocentrica del mondo mi convince sempre meno... magari i salmoni a modo loro parlano, e sentendo voci umane pensano "Guarda che ritardati questi, emettono suoni senza senso"...

E comunque no, non credo che sia un errore avere il proprio punto di vista sul mondo. Meglio sbagliare con il proprio torto che avere ragione con la ragione di un altro, se parliamo di modi di interpretare la vita.

Ché se lasci cadere una mela questa va verso la terra lo so anch'io. Diciamo che considero le questioni di logica basilare come pratiche già evase dalla mia mente fin dai miei 13 anni. Quando ero innocente. Innocenti evasioni. Vabbè...

Quella in cui mai avrei immaginato di imbattermi è la categoria dei "partner castranti". Quelli che colgono in te una qualche forma di bellezza, e dopo esserne affascinati ne sono spaventati... quelli che temono che qualcun altro, accorgendosi di tale bellezza, rischi di rubarla loro. E che scelgono di provare a convincerti a volare basso, a non esporti, a non farti vedere troppo in giro, e se lo fai comunque a non concederti, a non dar modo a nessuno di pensare che potrebbe entrare a far parte della tua vita, perché il terreno della bellezza che hanno visto diventa (nei loro desideri) loro pertinenza esclusiva.

Vola basso.

E' una vita che me lo sento dire, in tutte le diverse accezioni.

E' che io l'ho vista così, solo così.



Fly Down


10 Gennaio 2010

8.1.10

DSMNPQMCR...AS

Dialoghi Surreali Ma Non Per Questo Meno Che Reali... Appunto, Surreali



Lei cammina reggendo il pane per la cena sua, forse, e dei malcapitati ospiti che fra poco saranno abbandonati al proprio destino dietro uno svolazzante e rinfrancante, ma non per questo non malefico: "Torno subito".

Insieme a "Vengo subito", la coppia di parole responsabile delle maggiori delle catastrofi esperibili nel nostro pianeta.

Lui cammina, con fare incerto ma convincente, portando la sua busta con dentro Oro Ciok e Coca Cola, essenziali ingredienti per una cena sana e nutriente.

Per i vermi, a breve, nutriente.

La discussione è accesa ma non animata, se non da uno spirito ridanciano e di leggerezza quasi sospetto.

Si conoscono da una vita, ma ogni incontro svolge diligentemente il proprio compito di fare da passaggio verso una dimensione temporale parallela, in cui davvero i concetti di prima, dopo, durante, "da quanto?" - normalmente dominati dalla nostra mente - si mescolano come il pongo dei primi "cartoni animati" fatti in stop motion, indietroscope, quando magicamente da una massa informe ma coloratissima uscivano fuori margherita rosse e strani omini verdi.

Si procede connessi, immersi nella luce di lampioni amichevoli che filtra tra le foglie, su un marciapiede sconnesso.

A un certo punto il dialogo tocca un punto sensibile. Comincia lei:

- "Ma sì, scusa, se ci pensi..."

- "A cosa?"

- "Tu poco fa hai detto una frase!" (sguardo assertivo e sicuro)

- "Quale?"

- "Non me la ricordo"

- "Ahahahaha"

- "Ahahahaha"



Perché la fantasia è divertente, ma è sempre la realtà a strapparti i sorrisi sinceri.




8 Gennaio 2010

6.1.10

Zio... amunì

Zio... amunì

2.1.10

Crostaceo che rosicchi la mia mente






Il crostaceo che rosicchia la mia mente mi ha chiesto di pubblicare una immagine. Il blog è formalmente mio ma, ammettiamolo, spesso è lui che comanda.


Titolo.

"LO STRUGGENTE ALTRUISMO DI SETTEVELI E SPITINO"


























In attesa di registrare il dominio www.lerocambolescheavventuredisetteveliespitinonellostomacodifrancesca.it, come suggeritomi dal crostaceo, fatevi bastare questo.

Il sottoscritto, Francesca, il suo stomaco e il crostaceo vi ringrano per l'attenzione e vi aspettano numerosi per le prossime puntate.

Peace and Love.



2 Gennaio 2010