22.12.10

Il cercatore di pepite

Conobbi, alcuni anni orsono, un uomo che aveva un rapporto speciale con l'oro.

Costui viveva in una capanna di legno, in un luogo di quelli che, per abitudine, siamo abituati a definire fatati. Vicino alla sua capanna c'erano una mangiatoia, un pozzo per la raccolta dell'acqua, una cassetta della posta, una casetta per gli uccelli, un ruscello e, non di rado, l'aria fresca dell'alba si annunciava con un arcobaleno incastonato sulle punte degli alberi che, tutto intorno, facevano da cornice alla bellissima radura dove tutto ciò sorgeva.

Da un canto questo luogo incantato gli inspirava una forma di serenità con se stesso ma, al contempo, rappresentava una forma di ritiro dal mondo che, proprio per la sua assenza, aveva finito per l'essere presentissimo nella sua vita.

Quando lo incontrai mi raccontò di alcune sue mirabolanti avventure, impossibili da ricordare tutte... ma furono abbastanza per darmi una sensazione che, nel tempo in cui ebbi modo di conoscerlo meglio, non ebbe mai modo di essere smentita.

Andò via dalla sua casa natale un giorno di una calda primavera, quando mentre leggeva un libro sul dondolo sotto il porticato, la sua attenzione fu colta da qualcosa che scintillava nell'aria.

Subito, come guidato da un istinto ancestrale, pensò: "E' oro!"

E si mise a seguire quel luccichio portato via dal vento. Passò mesi vagando, per lo più alzando lo sguardo verso il cielo in attesa che lo scintillio si manifestasse nuovamente, cosa che accadeva, non sempre ma abbastanza spesso da far sì che non riuscisse a pensare ad altro.

Fino al giorno in cui vide qualcosa di dorato volare davanti a sé, seguì quella traccia luminosa fino a vederla volare all'interno di un piccolo bosco, in una radura, fino a quando non si posò per terra.

Si avvicinò col cuore colmo di emozione per poi scoprire, dopo mesi, che si trattava di un pezzo di carta stagnola dorato, di nessun valore. Questo sulle prime lo colpì come un maglio sui denti, ma ben presto la sua per certi versi geniale capacità di astrazione lo portò a prendere consapevolezza di qualcosa di fondamentale: non importava quanto fosse stato capace di vedere bellezza nel mondo fino a quel giorno sotto il portico, non importava quanto fosse stato capace di creare a sua volta bellezza... l'oro! L'oro era la risposta! L'oro, lo sentiva dentro di sé con una chiarezza che gli risultava incomprensibile, era l'unica cosa che potesse davvero dare valore alla sua vita.

Fu così che costruì la capanna, la casetta per gli uccelli e tutto ciò che vi era intorno.

Mi raccontò di come avesse iniziato a setacciare il ruscello alla ricerca di una vena aurifera che potesse un giorno placare la sua sete, e di come una volta avesse scorto delle pagliuzze d'oro nel setaccio, avesse deviato il corso del ruscello e avesse iniziato a scavare.

Lì, dieci centimetri sotto il letto del corso d'acqua, vide affiorare una superficie dorata e il suo cuore si riempì di gioia. Mi confesso di essersi sentito felice in quel momento. Sentiva che si trattava di una pepita enorme, la pepita con cui (lo sapeva) si sarebbe incontrato un giorno.

Ne fu così felice da non scavare direttamente intorno alla superficie dorata. Disegnò con un bastone un cerchio tutto intorno, con un diametro di almeno due metri, guardò e si disse: "Sì, non sarà di certo più piccola di così, la mia pepita".

E scavò, scavò per lungo tempo evitando accuratamente che il terreno intorno a quel piccolo centimetro quadrato dorato si sollevasse. Voleva conservare intatta, dentro sé, l'emozione per la scoperta fino al momento in cui la pepita non sarebbe emersa in tutto il suo splendore.

Quando mesi dopo aveva isolato un cilindro di terreno largo due metri e profondo almeno tre, decise finalmente che era arrivato il momento di incontrare la sua pepita e scavò intorno al centro del cerchio che si offriva alla sua vista.

"Adesso sono pronto", si disse.

Quando si trovò tra le mani un tappo di birra dorato, rimase immobile a contemplarlo. Sapeva quanto quel tappo non avesse a che fare con l'oro, ma subito si venne in aiuto pensando: "Ecco, un tappo è stato tolto, da ora in poi nulla si frapporrà all'incontro..."

Potrei raccontarvi tantissime altre storie così, ma immagino che finirei con l'annoiarvi.

Cioè che mi colpì fu il modo in cui ci salutammo. Andai a trovarlo dopo un po' di tempo dalla mia ultima visita, lo trovai che sprangava la porta della capanna, zaino in spalla.

Gli chiesi cosa stesse accadendo, mi rispose: "Vado verso Nord, stamattina ho sentito provenire da lì un fortissimo odore di oro!".

Lo guardai perplesso, ma sembrò non accorgersene, preso com'era dai preparativi per la partenza.

Gli chiesi: "Ma non pensi che questa continua ricerca dell'oro ti distolga da te stesso?"

Mi rispose con occhi lucidi e sgranati: "Io? Cercare l'oro io? Ma no, da sempre è l'oro che cerca me".


Sarei tentato di dire che dal cercatore di pepite imparai qualcosa, ma penso che impariamo sempre da noi stessi, a volte in casi come questo per tramite di qualcuno.

Ciò che pensai è che anche qualcuno capace di rendere speciale un posto come la radura, anche qualcuno capace di cogliere la bellezza nel mondo, se non vede se stesso, rischia di perdersi nella ricerca di qualcosa di luccicante che risponda al bisogno di dare un valore alla propria vita.

E perde la capacità di sognare se stesso.

Ed è capace di dire di non essere alla ricerca di niente.

Il che, in un certo senso, è vero.



22 Dicembre 2010

Nessun commento: