17.11.13

Bruttezza da prossimità

Capita, a volte, presumo a chiunque, che qualcosa o qualcuno entri nel nostro campo visivo, da lontano. Sei al passeggio col cane, o fermo in moto ad un semaforo, o seduto su uno scoglio a pescare, e lì, all'angolo della visuale, appare in movimento una figura. O magari è ferma, era già lì, ed è la tua attenzione che in quel momento fa sì che gli occhi si posino proprio lì.
Una moto, una installazione, una persona... qualcosa che, in qualche forma, rubi lo sguardo.
Qualcosa che assuma su di sé il difficile compito di farsi schermo per le proiezioni vorticose della fantasia.

E però c'è il cane che nel frattempo rischia di andare sotto un'auto, c'è il verde a semaforo che scatta, c'è la canna che si piega perché un pesce sta mangiando l'esca. Gli occhi si distolgono dallo schermo - quello del cinema virtuale su cui si sta proiettando la speranza di vedere qualcosa che possa aprire un varco nel consueto e disegnare scenari interessanti - per assolvere al compito richiesto... ripartire con la moto, o ritirare un po' la lenza, o mettere il guinzaglio al cane, e l'occhio torna a cercare lo schermo.

"Su, dai, attraversiamo" dici al cane. Riparti, nel frattempo la moto di cui hai sentito il rumore accattivante avanza verso di te, la figura che avevi visto intenta a parlare al telefono mentre guardava distrattamente il mare si avvicina verso lo scoglio su cui sei seduto a pescare...

E ti trovi davanti una moto orrenda, decorata con un cattivo gusto che uccide la bellezza potenziale della moto in sé, una installazione che vista da vicino è pretenziosa, brutta o, peggio, banale. Ti trovi vicina una persona che da lontano sembrava affascinante, se non bella, e da vicino ha una voce stridula, con la quale dice cose insulse, portandosi appresso cinquantanni travestiti da trenta, ma solo se guardi a debita distanza.

Un po' come quando vedi le ballerine al circo, da bambino... bellissime, piumate, toniche, giovani. Poi si avvicinano al posto in cui sei seduto e scopri che hanno 60 anni l'una, due o tre unghie divorate, le calze smagliate e rattoppate con mezzi di fortuna, le rughe scolpite dagli stenti, il sorriso smagliante sulle labbra e morto negli occhi.

Ecco. Per ora accade questo.

Ogni cosa che da lontano sembra vagamente affascinante, interessante, da vicino si rivela per quello che è.

Nella migliore delle ipotesi, ininfluente.

Nella peggiore, orrenda.



17 Novembre 2013

6.11.13

Stati di ipotetica supposta felicità

Tempo fa, in una delle conversazioni che accadono in quel terreno per me foriero di motivi per vivere, "i primi istanti dei rapporti umani", mi trovai a dire a colei con cui condividevo la lieve ebrezza di natura quasi psicotropa, portata in dono dall'attrazione reciproca che piano piano si disvela, che ero intimimamente convinto che qualsiasi relazione di coppia, a prescindere dal punto e dal momento in cui nasce, è destinata a muoversi verso la condizione magistralmente e liricamente dipinta in una canzone dei Marlene Kuntz, "Notte".
 



Per chi volesse leggere il testo:

Mi dispiace veramente
che sono ancora qui a parlare di noi,
ma è il mio modo di espiare
colpe a cui non sono date
alternative valide.

E c'è la notte che
mi conturba con tutta la sua intimità...
Questo fa con te?

Prima, come una folata
ti ha segnata con le lacrime:
era l'ira minacciosa che soffiava
dalle nostre bocche
amare e stupide.

E la notte ti preserva
dalla mia intimità,
ma chissà se ti riserva
il desiderio e la paura della bontà
come fa con me.

"...Eri così bella nella tua complicità,
l'anima gemella della mia felicità.
Ero io così per te. Ma l'incantesimo
la mia bacchetta l'ha spezzato poco a poco..."

Ti dispiacerà per sempre
che ero ancora lì a parlare di noi?
Ma mi son messo a camminare
e confido che qualcosa, prima o poi,
mi distrarrà:

c'è la nebbia e il suo biancore...
c'è un ubriaco da sorreggere...
Io vorrei solo scoprire
se anche tu hai delle colpe che
non puoi eludere.

E la notte ti preserva
dalla mia intimità,
ma si insinua lentamente
tra i velami della mia sensibilità:
questo fa con me.

"...Ero così bello nella mia complicità
l'anima gemella della tua felicità.
Eri tu così per me. Ma l'incantesimo
la tua bacchetta l'ha spezzato poco a poco..."

Eri tu così per me
ero io così per te
eravamo l'un per l'altra incorruttibili
eri tu così per me
ero io così per te
ma l'incantesimo si è spento poco a poco.



Ogni relazione umana, così come la vita stessa, si dipana prendendo il volo da una ipotetica supposta felicità.

A volte, come in questo momento per me, l'ipotesi viene confutata, la felicità svanisce.

Resta, al momento, la supposta.


6 Novembre 2013

2.9.13

2.2.13

Dicembre

Dilaga di terre ossute
il consunto incedere del passo
Cavalca la desueta notte
tra cumuli di rabbia antica
Accorre all'uscio illuminato
battendo tre colpi di arcaico risuono.
Tu... non abiti più qui.

8.1.13

La biscottiera

Un giorno, ricevette un dono: una biscottiera di quelle grandi, di ceramica con un tappo sù in cima, di quelli abbastanza grandi perché vi entri una mano ma non abbastanza perché ne esca un pugno chiuso.
La biscottiera era a forma di bellezza, se mai ne esiste una, ed era decorata con i colori più belli e le linee più armoniche che avesse visto in vita sua.
Ad ogni passo, ad ogni "finalmente posso", la mano era lì, senza bisogno di guardare per poter trovare, a prendere uno di quei meravigliosi, buonissimi, profumatissimi biscotti.
Un sorriso, un biscotto... un abbraccio, un biscotto... una corsa a perdifiato, un biscotto... sentirsi vivi, una pioggia di biscotti...
Gli sembrava, e questo era il prodigio strabiliante, che i biscotti invece che diminuire, come era logico aspettarsi, aumentassero di numero... non eccedendo, ma garantendo sempre che la biscottiera fosse piena fino all'orlo.
Un pensiero felice, un biscotto...
Poi un giorno, inaspettato, arrivò un silenzio, e il desiderio di un biscotto per spazzarlo via...
E poi un sorriso, e un biscotto... e un "farò...", e un biscotto... e la biscottiera di nuovo colma, a rassicurarti: Non avrai mai più fame in vita tua.
Qualche tempo dopo, il silenzio si ripresentò, interrompendo subito dopo se stesso con uno stridore come di unghie di vetro su una lavagna, e questo durò per qualche tempo. Non mancarono biscotti ad addolcire il tutto, ma lì per la prima volta lui notò la connessione: nel silenzio, nello stridore, i biscotti non aumentavano più. Quelli consumati, semplicemente, erano consumati per sempre.
Venne il giorno in cui, in un momento di buio (potremmo dire, ma sarebbe pura consolazione prosaica, di "assenza di luce"), allungò la mano verso la biscottiera, la aprì, infilò la mano e... la trovò vuota.
La scosse un po' e gli sembrò, l'avrebbe giurato, che ci fosse qualcosa all'interno.
Spinse più in fondo la mano e sentì un biscotto. O almeno così gli parve. Lo strinse nella mano e provò a portarlo fuori, ma il pugno chiuso non poteva uscire dall'apertura della biscottiera.
Lasciò andare ciò che aveva preso, con un sorriso ironico a fare da cornice a quella piccola sconfitta... e imparò due cose: non sempre ciò che è nascosto in fondo è disposto a venirci in soccorso nei momenti di difficoltà, e che i sorrisi ironici non sono del tipo che faccia aumentare le scorte da cui possiamo attingere.



8 Gennaio 2013