31.12.09

E riguardo agli auguri di fine anno

A me il capodanno è indifferente.

Ma a tutti quelli che sparano e che fanno esplodere petardi, Camilla manda il suo più sentito VAFFANCULO



31 Dicembre 2009

Sotto la lucina alogena






Per ora, quando sono al pc, tengo sempre accesa una lampada alogena. Oddio, lampada vi potrebbe fare pensare ad una piantana, che poi quella c'è pure, ma qualche metro più in là.

No, è una di quelle da scrivania proprio... una piccola luce... diciamo una lucina, ecco. Alogena.

E' che per ora, cioè per ora più che mai, le parole si muovono, animate di vita propria, e danzano gioiose sotto i miei occhi, offrendosi in sacrificio per i miei giochi di parole spesso molesti.

E' un periodo fertile anche da questo punto di vista, dal taccuino da spennare i
n poi, e forse anche prima... ma sarebbero migliaia a raccontarle tutte, e poi dove li trovo mille lettori interessati? Non vale la pena.

C'è solo un dialogo da immortalare qui, a imperitura memoria, giusto nel caso in cui la lucina alogena decidesse un giorno di farmi dimenticare. C'era una mia amica ospite per la cena un paio di giorni fa, con menù composto da pizza e insalata di verdura affumicata.

Dopo la pizza, ma soprattutto tra una portata di insalata affumicata e l'altra, lei va in bagno a fare pipì. Torna accompagnata dal delizioso suono di cascate che la cassetta del mio bagno produce, dal momento che il pistone non risale del tutto, lasciando che l'acqua fluis
ca... anche per tutta la notte, se qualcuno non interviene.

Mi alzo, con passo appesantito da tutta quell'insalata... entro in bagno, sistemo la cassetta e torno sul divano.

Lei mi fa:

- Ah, era l'aggeggio che perdeva? Non me ne sono accorta.


- Sì, ma ho risolto. C'era un unicorno che era rimasto incastrato nel meccanismo. Anzi se ne vedi uscire qualcuno dal bagno non preoccuparti.

- Eh? Unicorni?

- Sì, è normale (annuendo convinto). Ho la cassetta incantata.

- O.o



Potrei raccontarvi di quanto abbiamo riso dopo, ma fuori contesto non avrebbe molto senso, per fortuna ho delle foto ricordo di quei momenti, di volti deformati dalla mancanza di ossigeno per il troppo ridere, ogni tanto le riguarderò con piacere.

Il tutto, con la lucina alogena accesa.



E ieri, disegnando dopo aver finito l'insalata affumicata che mi era rimasta, nel primo disegno a carboncino che abbia mai provato in vita mia, sotto la lucina alogena, mi viene fuori questo:


Che è un paradosso, o forse no: nei paradisi artificiali per ora vedo spesso angeli perplessi.

E la costante non è l'insalata, ma la lucina alogena.

Ed ecco che per parole tornano a danzare... lucina alogena, si scompone, danza, si ricompone... al lucin ogena a...

Ok, la mia ultima speranza è questa. Proverò a tenerla spenta per un po'.

Ma già lo so... di assurdità ne penso spesso, e anche al buio.

Sono spacciato :)




31 Dicembre 2009

23.12.09

Rebus (5, 6)



Ombre Cinesi


23 Dicembre 2009

18.12.09

Natale con i (cazzi) tuoi

18 Dicembre 2009, ore 12:30.

Finisce l'ultimo giorno di lavoro dell'anno 2009.

Cominciano le ferie.

Nel mio immediato futuro, un venerdì, 16 sabato consecutivi, 1 domenica.

E mai come quest'anno non sento il bisogno di staccare la spina. Il periodo tra la fine delle ferie estive e oggi è stato così pieno di eventi, lavorativi e non, da non avermi dato il tempo - paradossalmente - di annoiarmi o di stancarmi.

Non sento il bisogno di staccare la spina, ho voglia di godermi la libertà, che è cosa prodondamente diversa.

E mi spiace per i miei, tutti, nipotino compreso, ma non ho nessuna intenzione di piegarmi agli "obblighi" istituzionali delle feste.

Li vedrò, senza dubbio... non immagino 18 giorni senza vedere Ludovico, ma... spero che non mettano se stessi nell'imbarazzante situazione (nella quale io peraltro mi trovo spesso, ma non con loro) di fronteggiare una serie potenzialmente infinita di "no" ai vari inviti che dovessero arrivarmi da loro.


Perché mai come ora ho voglia di fare quello che mi va davvero.

Ok, lo confesso, forse è un bisogno, ma non mi pare uno di quelli di cui vergognarsi.

E anche se lo fosse... chi se ne frega :)



18 Dicembre 2009


15.12.09

Ridondanze

Scena: esterno della scuola in cui lavoro, un marciapiede di mattonelle di cotto color cielo incerto, largo circa due metri che costeggia l'edificio color salmone incazzato (composto solo dal piano terreno) e lo separa dal giardino intorno. Alle 7.30 lo attraverso ed entro nell'edificio.

Sono le 7.40, sono a lavoro da dieci minuti, all'interno dell'unico corridoio che da un lato da sulle aulee e, dall'altro, si affaccia sul suddetto corriodio esterno. Dieci minuti di lavoro e già ho smania di fumare.

Rullo una sigaretta e per onorare la pigrizia che pose il suo vessillo sulla mia vita fin dalla mia nascita, decido di non andare fuori a fumare... apro una finestra a scorrimento, depongo i miei avambracci sul bordo del telaio della finestra medesima e sporgendomi come la prima delle comari che si affacci sul cortile in attesa che cominci il curtigghiu mattutino, accendo la sigaretta, esalando con forza il fumo verso l'esterno per fare in modo che non resti odore di tabacco all'interno.

Sono solo, il mio "collega" di orario è andato ad aprire l'aula multimediale che per ora è occupata dalla nostra segreteria in esilio. E' un fumatore anche lui, so che capirebbe. Sono lì, un orecchio teso verso il telefono alle mie spalle, nel caso in cui qualcuno chiamasse.

Al terzo tiro, alla mia destra, sul marciapiede che si srotola sotto i miei occhi, ved
o comparire una bizzarra figura, tendenzialmente antropomorfa, tracagnotta, vestito integralmente di arancione catarifrangente, con un curioso cappellino color blu intenso.

Costui mi passa davanti, e con l'aria dell'uomo che sa... e intendo che sa tutto, mentre percorre il tragitto da destra verso sinistra, senza fermarsi, si rivolge a me, dando vita a questo breve ma non per questo non intenso itinerante dialogo:

- "Questo vi dovete levare"

- "Scusi?"

- "Le sigarette... è questo che fa male"

- "No, quello è il pregiudizio"

- "Come?"

- "No, dicevo, buona giornata"

- "A lei".


Era ormai un punto all'orizzonte sulla mia sinistra.


Che il fumo faccia male, nessun dubbio.

Che il pregiudizio sia peggio, neanche.

Che poi, per colmo di ridondanza, la parola "pregiudizio" è vittima a sua volta di pregiudizio. La usiamo quasi sempre con accezione negativa, come se il pregiudizio fosse un male cui spesso non ci sottraiamo, essendo l'attribuzione di qualità negative verso qualcuno. Attribuzione, va da sé, apodittica... altrimenti che pregiudizio sarebbe?

E invece no.

Il pregiudizio in sé non è né positivo né negativo. E' solo frutto di una proiezione. E mi convinco sempre di più che il peggiore dei pregiudizi sia quello positivo... l'attribuire a qualcuno un giudizio positivo basato su poche sensazioni o fatti.

Ad esempio, su una frase giusta detta al momento giusto, costruiamo spesso l'idea che chi l'ha pronunciata sia una persona intelligente. E magari, invece, quella frase era messa lì, in quel cranio, nascosta insieme a migliaia di altre frasi come le biglie di un distributore random, e solo il caso ha fatto sì che in quell'esatto momento, in quell'esatto punto, alle nostre orecchie capitasse di sentirla e alle nostra mente toccasse di costruirci sopra una Neverland dell'intelligenza.

Magari era l'unico pensiero colorato in un distributore di pensieri grigi, scheggiati, anoni
mi.

Ma questo, un unico pensiero colorato, a volte è più che sufficiente per costruire un pregiudizio positivo.

A volte così positivo che in un impeto di slancio, sulle prime, scambi la biglia per un chewingum e la mordi pure. E al rompersi dei denti, pensi: "E però, bella tosta 'sta gomma, mi devo impegnare di più".

Solo che prima o poi capiterà che girando la manopola, il resto dei pensieri verrà fuori per quello che è... sostituendo il pregiudizio con conoscenza e consapevolezza, quasi sempre propedeutiche a una composta fuga.

Però vorrei dirla una parola ai distributori di biglie grigie: non abbiate timore, capiterà, magari tra un po' di tempo, che si dimentichi quasi tutto...

Il tempo passa, tutto scorre, non mi sorprenderei nel trovarmi di fronte allo stesso cranio distributore, con la stessa biglia colorata tra le mani, provando lo stesso profondo positivo stupore, non fosse per quell'alone grigio intorno ci si potrebbe pure credere che anche le altre possano essere, chissà...

Ma di morderla di nuovo... quello no, non se ne parla neanche.



15 Dicembre 2009

10.12.09

Read and listen

Tra le "Cose per cui vivere", nella colonna a destra... ultima in ordine di visualizzazione ma non per importanza, c'è la voglia di capire. Non fosse che a volte, e questo è lungi dall'essere un dramma...

29.11.09

Siddharta e Kamala

[...]


Siddharta disse: «Ieri ti raccontai che so pensare, aspettare e digiunare, ma tu trovasti che ciò non serve a nulla. Eppure serve molto, Kamala, lo vedrai. Vedrai che gli sciocchi Samana del bosco imparano molte belle cose e possono ciò che voi non potete. Ierì l'altro ero ancora un mendicante dalla barbaccia incolta, ieri ho già baciato Kamala, e presto sarò un mercante e avrò denaro e tutte quelle cose di cui tu fai tanto conto».


«È un fatto» ammise Kamala. «Ma come ti troveresti senza di me? Che saresti se Kamala non ti aiutasse?»


«Cara Kamala,» disse Siddharta, drizzandosi in tutta la sua altezza «quand'io venni nel tuo boschetto feci il primo passo. Era mio proposito imparare l'amore da questa bellissima donna. Dal momento in cui formulai il proposito seppi anche che l'avrei attuato. Sapevo che mi avresti aiutato, ne fui certo fin dal tuo primo sguardo all'ingresso del boschetto».


«Ma se io non avessi voluto?».


«Tu hai voluto. Vedi, Kamala, se tu getti una pietra nell'acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando ha una meta, un proposito. Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l'acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nulla nell'anima propria, che potrebbe contrastare a questa meta. Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compier opera di magia, ognuno può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare».


[...]



29 Novembre 2009

16.11.09

...

28.10.09

Le difficoltà della comunicazione a distanza (ovvero l'importanza anche di una cazzo di minuscola i)

Ipotizza di stare parlando (scrivendo?) su MSN.

Ipotizza di stare parlando con una donna, di essere nel mezzo di una di quelle discussioni tendenzialmente ambigue, di quelle che... poi magari piove.

E che in uno di quei bivi scherzosamente ambigui (ambiguamente scherzosi?) tu non sia così fortunato da avere posta da lei una domanda retorica del tipo "Ma ti sto sul cazzo?", una di quelle cui potresti anche rispondere "Magari", con una faccina che ammicchi...

...invece no... metti che lei, imbottita di buoni propositi riguardo a formali decenza e decoro, ti chieda: "Ma mi ascolti quando parlo?".

E ipotizza che tanta decenza e decorono ti facciano scattare un interruttore interno, del tipo "Poetry mode: ON"... e che tu te ne esca con una litania preterintenzionale tipo:

"In ogni parola che scrivi...
in ogni foto che mandi...
in ogni pensiero che propaghi nel mio spazio...
in ogni sospiro che esali...
io...

...io ti odo".


Ipotizza che le mani vadano più veloce delle dita... e che nel digitare quelle due semplici lettere, O, D, in sequenza binaria 1-0-1, una cazzo di minuscola i decida di intromettersi nella comunicazione...

E che ti venga fuori una risposta del tipo:

"In ogni parola che scrivi...
in ogni foto che mandi...
in ogni pensiero che propaghi nel mio spazio...
in ogni sospiro che esali...
io...

...io ti odio".


No, dico... "ti odio".

La cosa più forte che si possa pensare, dire o scrivere di qualcuno a questo mondo. Perché l'amore passa, l'odio vero resiste.

E lì l'apocalisse: dramma, domande, richieste di spiegazioni...

E allora no.

Riforma.



"Ma mi ascolti quando parlo?".

"Mi stai sul cazzo. O almeno, vorrei tanto che lo facessi".


Meglio.

Molto meglio.

:)


28 Ottobre 2009

5.10.09

Twilight Zone

Le 19:00, negli ultimi 8 anni, non sono per me un orario qualunque.

Da 8 anni a questa parte, salvo imprevisti, alle 19:00 porto fuori Camilla per la seconda della sue passeggiate quotidiane.

Alle 19:00, in questo periodo dell'anno, il giorno non è più ma la notte non è ancora. E proprio la luce improbabile della twilight zone, quello che in italiano chiamiamo crepuscolo, rende credibile qualsiasi scenario.

Anche che la notte non arrivi e che il Sole, per dispetto, decida di rialzarsi contronatura da ovest verso est. Tutto sembra plausibile in questa terra di passaggio tra la luce e l'oscurità.

Il mare e il cielo, alle 19:00 di inizio ottobre, si fondono in un unico sfondo azzurro indefinito, impalbabile ma netto.

Come oggi.

Oggi però questo sfondo azzurro unico era interrotto al centro, da ovest verso est, da una riga più scura.

Se ad essere increspata fosse la superficie del mare all'orizzonte o la base del cielo non lo so, e non mi interessa. E' l'ora del crepuscolo, non conta ciò che è davvero.

So che quel ponte blu scuro sembrava proiettato da un presente che, esausto, non è più a un futuro che, essendo un'ipotesi, non è ancora.


E il fatto che sia arrivato il buio ad ingoiare tutto non cambia nulla

Quel ponte è ancora là, non lo vedo ma lo sento.




5 ottobre 2009

30.8.09

Fate voi

Ho sempre trovato irresistibilmente affascinante la mia parte indolente. Non oggettivamente affascinante... è una cosa tra me e me.

Se mai sono riuscito a strapparmi un sorrisino compiaciuto è stato non per qualcosa che ho fatto, o che ho deciso di fare, ma per qualcosa a cui sono riuscito a sottrarmi, trovando motivazioni così profondamente plausibili da aver convinto anche me stesso.

Non una meta mi è mai apparsa così lucente da farmi smuovere ideali chiappe da ipotetiche sedie per far sì che mi mettesi in moto.

Non una persona mi ha mai conquistato così in profondità da farmi barattare ponderatezza con progettualità.

Ne L'elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam una frase (tra le centinaia degne di nota) mi sovviene spesso in questi giorni: "La felicità consiste in massima parte nel voler essere ciò che si è".

Non nell'essere ciò che si vuole, ma nel voler essere ciò che si è. Non emancipazione ma accettazione. E c'è tutta la differenza del mondo.

Come quella che c'è tra il contemplare soddisfatto un'enorme montagna in cui si imbatte e il costruirla.

E io sono discretamente felice di ciò che sono, al netto dei miei lati insopportabili.

In questa estate c'erano in tv i mondiali di atletica, cominciano le partite del campionato di calcio, e vedi gente che fa, che partecipa... ma soprattutto un paio di giorni fa ho visto un reportage su Euronews: raccontava la vita di una associazione di disabili in Nicaragua, gestita dai disabili stessi. Questa associazione insegna a portatori di handicap dei mestieri, compatibili con le loro capacità, per permettere loro di avere una vita quanto più autonoma possibile. Un non vedente, grazie a un corso di formazione, era passato dalla vegetazione involontaria su una sedia all'avere una propria piccola bottega in cui costruisce e vende amache.

Ho poi spento la tv e per la prima volta dopo tanto tempo ho visto nel riflesso del mio volto nello schermo scuro il peso dell'unica risposta che ho sempre dato alla domanda fondamentale della mia vita.

"Ma tu cosa vorresti fare?"

"Non lo so".


Fate voi.



30 Agosto 2009

26.7.09

CCCP ovvero non tutto è ciò che sembra

- Maxdog

- Chi parla?

- Siamo la CCCP.

- Ah, sto sognando... la gloriosa Союз Советских Социалистических Республик mi chiama a sè... arrivo Madre Russia...

- Maxdog, ma che cazzo dice? Siamo la CCCP, Commissione Controllo Coerenza Post.

- Ah, non sapevo esistesse.

- Sig. Maxdog, con quello che lei non sa ci si potrebbero riempire dei libri.

- Guardi che lo fanno già, si chiamano "Enciclopedie".

- Faccia poco lo spiritoso.

- Io? Spiritoso io? Non mi permetterei mai.

- Dunque... lei vuole una vita tranquilla, eh?

- Mai detto.

- E però l'ha scritto in un post recente!

- Ribadisco, mai.

- E che ci dice di quello che canta "voglio una vita tranquilla la la la"?

- Posso permettermi di dirle che lei è stonato?

- Non sono stonato, ho un problema congenito alle adenoidi, ecco.

- Ma sa che si possono curare?

- Davvero? Le sarei grato se mi potesse linkare... ehi, un attimo!!! Lei sta sviando il discorso dalla questione principale!

- Io? Ma quando mai?

- Bando alle ciance. La vuole questa vita tranquilla o no?

- E' importante per voi saperlo?

- In realtà non ce ne frega una mazza ma, vede, noi siamo preposti al controllo della coerenza dei post, e dall'analisi del suo blog lei sembra ricercare tutto tranne che una vita tranquilla. Ci ha colpito questo improvviso cambio di rotta e per protocollo siamo tenuti a intervenire.

- E lo fate di professione?

- Sì, ci retribuiscono.

- E io che mi lamentavo del mio lavoro. Allora, provo a risponderle, e lo farò tutto d'un fiato: sì voglio una vita tranquilla ma non sempre, cioè non "non sempre tranquilla" ma "non sempre la voglio tranquilla", perché quando è tranquilla alla fine mi annoia ma quando è non tranquilla alla fine mi stressa.

- Quindi a 36 anni non è sicuro di sapere cosa vuole?

- Mai saputo.

- Bene, bene, possiamo considerare chiusa l'indagine.

- Ah, era una indagine addirittura... chiedo troppo volendone sapere le risultanze?

- Tutto a posto, stia tranquillo.

- Ovvero?

- Vede, il suo ultimo post sulla vita tranquilla ci aveva fatto temere che avesse trovato un equilibrio, il che sarebbe stato in controtendenza con questo blog che la dipinge, come sempre, a metà tra desiderio e autonegazione.

- Beh, sì... mi descrive abbastanza bene questo quadro...

- Ecco. Grazie alle sue risposte sappiamo che lei è incasinato come sempre, la coerenza è salva. Arrivederci.

- A voi. Ah, per le adenoidi...

- Ah, sì... aspetti... spengo il registratore così mi dice tutto... allora...


Click.



26 Luglio 2009

3.7.09

Pensiero di una notte di inizio estate




3 Luglio 2009

19.6.09

Chi tace acconsente

- A volte non serve parlare, vero?

- ...




Silenzo ha senso.






19 Giugno 2009

20.5.09

Dialogare ad occhi chiusi

Poco fa guidavo la mia moto per tornare a casa da lavoro.

E vedevo la spiaggia, la strada, la gente, il faro, il manubrio, gli specchietti, le manopole, le mie mani.

Già, le mie mani. E quelle di chi altro se no?

Perché vediamo sempre con i nostri occhi, e riempiamo almeno una parte del nostro campo visivo con noi stessi. Io e le mie mani. Io e le mie braccia. Ora sono seduto (disteso) sulla sedia davanti al monitor, e vedo parti di me e il mio pc. Io. Io e i miei piedi.

Io, mio, io, mio.

Sono bombardato da me stesso. Ogni istante è un susseguirsi di informazioni sensoriali... odori, colori, caldo, fresco, sole, ombra, suoni... e di input... rumori, voci, urla, culi, scritte, slogan, volti...

E tutto si rimesta dentro... infine sedimenta... e quando stai per rilassarti, ecco che un nuovo TIR di sensazioni è pronto a lanciartisi incontro a spietata velocità.

E tutto dentro di me diventa me... diventa Io... i miei pensieri... i miei desideri... Io, mio...

C'è troppo Io, troppo me. Mi distrae... mi distrae dal punto di vista degli altri, mi fornisce un'informazione drammaticamente sbagliata, che tutto vada rapportato a me che sento, vedo, odoro, provo...

Guardo un film e vedo il film e me che guardo il film... le mie gambe che scendono giù per il divano, come cascate di carne... il pavimento... Camilla che dorme... il mobile su cui c'è la tv... la tv...

E così non vale. Così è sempre Io che filtra. E il film diventa il mio film.

E sono un po' stanco di tutto questo me. Sono 36 anni che apro gli occhio e vedo Io... o mio... Non mi serve, ne so già fin troppo. Ce n'è abbastanza per restare intrappolati nell'assistere alla propria vita e farle assumere, in un delirio assolutistico, ora i tratti della commedia (quando non addirittura della farsa grottesca), ora i toni del dramma.

Io. La mia vita. La mia commedia. Il mio dramma.

Per questo da un po' mi capita di parlare con qualcuno ad occhi chiusi. Che sia di presenza o al telefono, mi trovo sempre più spesso ad ascoltare senza guardare nulla, ad immergermi nelle parole che sto ascoltando.

Di vedere, sentire, per una volta, l'altro. Di vedere con altri occhi, di odorare col un altro naso, di assaporare con un'altra lingua.

E vedo piatti da lavare, foto da incollare, vedo pianti in un giorno di festa, vedo bicchieri pieni di cocktail in un locale, come se aprendo gli occhi fossi lì, respirassi lì, mi muovessi lì... in un lì che non conosco ma che non per questo mi risulta meno vero.



20 Maggio 2009

11.5.09

Il colloquio di lavoro

Era pronto.


Aveva fatto training autogeno.


Nulla poteva fermarlo.


Aveva abdicato ai jeans in favore di un pantalone blu, non elegante ma di certo discretamente formale. Aveva rasato per la prima volta la barba con un rasoio, aveva tolto gli orecchini sotto i quali di solito portava le sue orecchie, aveva riesumato dall'armadio una camicia sobria, niente fantasie strane, scarpe di cuoio al posto delle snickers.


Era rimasto sobrio per tutto il weekend, non un goccio di vino o una sola boccata di erba.


Aveva studiato "Teorie e tecniche del colloquio".


Era pronto a qualsiasi domanda, si era preparato riguardo al lavoro in squadra, alla cooperazione, aveva dovuto farsi una idea di concetti come carriera e ambizione, che non gli erano mai venuti spontanei.


Arrivato l'orario dell'appuntamento si presentò, perfettamente puntuale, e fu introdotto nella stanza dell'esaminatore.


Muscoli sciolto, respiro rilassato, nulla sembrava essere diverso da come se l'era aspettato.


Ripassò al volo, in quei pochi attimi che ormai lo separavano dal colloquio, tutte le risposte rassicuranti che aveva immagazzinato, tutto il becerume rassicurante che l'esaminatore di un colloquio si aspetta di sentire da un candidato, le tecniche per ostentare sicurarezza, come il non toccare mai i propri capelli, il non assumere posture strane, il non rispondere a domande con delle domande... e si disse: "Non posso perdere".


- "Si accomodi, prego."

- "Grazie."

- "Prima di iniziare... volevo chiederle... Qual è il suo colore preferito?"

- "Il mio colore preferito?"

- "Sì."

- "Indaco."

- "Indaco?"

- "Indaco, sì."

- "..."

- "..."

- "Grazie. Le faremo sapere."

- "Arrivederci."




Perché puoi correre, ma non riuscirai mai a nasconderti davvero.




11 Maggio 2009

28.4.09

Tre indizi e una prova

Come fare un giro in bici e scoprire che quasi due anni di inattività fisica, controbilanciata da una instancabile dedizione a ciò che è nocivo, possano portarti ad essere davvero fuori forma?

INDIZIO 1: Attraversare la piazza di Mondello, in direzione Palermo, con lo sguardo già contratto dallo sforzo, la schiena sbilenca per non gravare sulla colonna vertebrale, raccogliere lo sguardo di chi pensa "Ehi guarda quello, stanchissimo... chissà da dove arriva" ed esserne sottilmente compiaciuto anche se sai che tutto ciò che hai fatto finora è uscire da casa con la bici, pedalare sù per una tenera salita di 50 metri e goderti la discesa successiva fino alla suddetta piazza.

INDIZIO 2: Sentirsi orgogliosi del fatto di essersi spostati da una zona all'altra sapendo che hanno dei codici di avviamento postale diversi... e le eventuali possibili discussioni mentali su quanto il confine tra queste due zone sia vicino al punto di partenza e al punto di arrivo sono soffocate canticchiando allegri e improbabili motivetti di canzoni degli anni '80.

INDIZIO 3: Mentre pedali alla vertiginosa velocità di 25 km/h vedi sul marciapiede alla tua destra un simpatico scoiattolo, completamente scuoiato, correre parallelo ta e per, d'improvviso, dileguarsi imboccando la prima stradina laterale... A quel punto realizzi che non era uno scoiattolo squoiato, ma un pezzo del tuo quadricipite femorale che ha deciso di fuggire piuttosto che continuare a soffrire per te...


Ma la vera prova arriva quando cominci a sudare, ad avere il respiro corto, la bocca asciutta, la gola secca, i polmoni in fiamme, i bronchi che litigano per un po' d'aria, il fegato che lancia fitte lancinanti... e pensi: "Ok... per questa volta è andata... Ora le ruote sono gonfie. Magari per uscire aspetto un po'...".

Ecco, lì capisci che riprendere è proprio dura. Però cazzo se è divertente...



28 Aprile 2009

20.4.09

Piove in un giorno di silenzio

Piove in un giorno di silenzio
E il silenzio è una immensa tela bianca
Piove ed ogni goccia
E' come un carboncino
Lascia segni indecifrabili
Che sanno di definitivo

Piove in un giorno di silenzio
E ogni scricchiolio è una parola
Non detta, come ce ne sono tante
E non c'è musica che tenga



20 Aprile 2009

18.4.09

La rana e lo scorpione - versione aggiornata

Mi è sempre piaciuta la letteratura antica. Il tragedie greche, il mito greco, la letteratura giapponese, il mito albanese (che magari non esiste ma fa chic citarlo)...

Non fanno eccezione le favole di Esopo. Trovo che siano una delle prime codificazioni occidentali in azioni che esplicitano la profondità umana.

Qualche giorno fa ho riletto la favola, attribuita ad Esopo, della rana e lo scorpione. Deliziosa come sempre... se non fosse che però forse per la prima volta mi è sembrata mostrare il peso degli anni.

E allora, eccone una versione aggiornata, più adatta ai nostri giorni. Sì, perché credo proprio che oggi andrebbe così:


La rana e lo scorpione

Una rana stava serenamente sguazzando in un fiume quando ad una sponda si avvicinò uno scorpione.

- “Devo passare dall’altra parte” disse “ma non so come fare, io non so nuotare e se provo affogherò. Tu potresti aiutarmi trasportandomi sul tuo dorso, te ne sarei molto grato”.

La rana perplessa rispose: “Ma se io ti lascio salire sul mio dorso tu potresti pungermi ed uccidermi!”.

Lo scorpione rassicurò la rana: “Non ti preoccupare, perchè dovrei farlo, se ti pungessi morirei anch’io perchè affogheremmo entrambi nel fondo”.

La rana si sentì rassicurata dalle spiegazioni dello scorpione e lo fece salire. Quando furono a metà del fiume, lo scorpione punse la rana.

La rana stupita dal gesto dello scorpione gli chiese: “Ma perchè l’hai fatto adesso moriremo entrambi?”

Lo scorpione rispose: “Non ho potuto farne a meno, questa è la mia natura”.


Ribattè la rana: "Sì ciccio, nella mia natura c'è fidarsi, nella tua pungere. Ma siccome mi sono discretamente scassata la minchia di fidarmi senza conoscere la gente, ho fatto un antidoto prima che iniziassimo la traversata. Quindi divertiti mentre anneghi, eh, che io intanto arrivo a riva. Ciao, ci vediamo".



18 Aprile 2009

Citazione a memoria

...e premetto che non sono in condizioni di farla fedele, la citazione... ma domani magari cerco il testo originale... o forse no.


"Uomo, prepara una cantina, disponi le bottiglie... queste ritte, le altre oblique per l'inverno... e ridi, pensando a quell'uomo senza balli e senza canti, senza vino e senza donne che dovrebbe vivere dieci anni più di te."

Anche da sbronzo, suona saggio.

Forse soprattutto da sbronzo, ma non è questo che conta :D

15.4.09

Celebrating Life

Qualche istante prima della "sigla" finale di Six Feet Under, serie Tv (riduttivo definirla così, è un'opera d'arte), c'è questo stacco in cui il personaggio principale ormai defunto, Nate, canta un pezzo , questo pezzo...



Ora, la commistione tra vita e funerali che c'è per ora nei miei post dovrebbe cominciare ad inquietarmi sul serio, ma in realtà non faccio distinzione, tutto è vita.

E per ora non riesco a immaginare nulla che celebri la vita meglio di me che salgo sulla fida Clarabella, passo a prendere Rosario per precipitarci (per quanto Clarabella possa permetterti di precipitarti) insieme a casa di Graziella, arrivare per festeggiare, alla mezzanotte, il compleanno di Fabrizio senza che lui sapesse che saremmo stati lì.

Perché la vita è un'opera d'arte, noi scriviamo la sceneggiatura, i luoghi in cui la spendiamo sono gli scenari del palco... ma senza attori di alto livello ne viene fuori qualcosa di grottesco.

E ieri è stato un piccolo capolavoro, né avrebbe potuto essere diversamente.












12.4.09

La realizzazione dell'esteta


- Bella la tua vita.


- Sì, grazie.

- No, davvero... si vede che ne hai fatto un'opera d'arte.

- Dici?

- Sì, sembra un quadro di Picasso.

- Eh. Quello è il punto. Mi sono ispirato a Raffaello...

- E' bella uguale.

- Sì, ma ci fosse una cosa al suo posto...



12 Aprile 2009

9.4.09

Sx sx sx




Oggi ho fatto un test sulla mia collocazione politica.

Non che sentissi il bisogno che Kataweb mi dicesse dove sono collocabile, ma tant'è.

E mi fa schiattare da ridere l'animazione del risultato, che vede il pupino Maxdog (non ce n'erano di più decenti, giuro) che va a schiantarsi a velocità nell'angolo in alto... oltre la sinistra istituzionale... e rimbalza, come a dire "voglio andare oltre il laicismo e il progressismo".

Ma con fantozziana enfasi... "Se mi permette io voterei PD o Rifondazione... perché Democrazia Proletaria, come sa, l'hanno purtroppo abolita".

Sarà per questo che mi attrae il vuoto... per la voglia di andare sempre un po' più in là.


9 Aprile 2009

8.4.09

La punteggiatura è importante

- Buongiorno.

- Salve.

- Ehi, mi ricordo di lei, è venuto qualche settimana fa.

- Sì, ero io.

- Andato bene il discorso alla conferenza?

- Benissimo, grazie.

- Mi dica, ha bisogno di qualcosa?

- Sì, ho qualche problema con la punteggiatura, non riesco a rendere bene con le mie parole le pause, le sospensioni...

- Mi faccia vedere cosa mi è rimasto.

- Grazie. La aspetto qui?

- Sì, sì, torno subito... Guardi, mi spiace, mi è rimasto solo un punto.

- Un punto...

- Sì. Ma sa, alla volte un punto è proprio quello che ci vuole.

- Ha ragione.

- E allora lo mettiamo questo punto?

- Decisamente. Punto.



8 Aprile 2009, 14:03

2.4.09

Di sponda

A giugno scorso io e Fabrizio, mentre traghettavamo sullo stretto di Messina alla volta di Bologna, ci trovammo in una delle nostre discussioni maccheron-filosofiche sul senso della vita: due giovani uomini (o anziani ragazzi, a seconda della prospettiva da cui si osserva) che riconsideravano le proprie influenze culturali. Tra le altre cose, e con Fabrizio non potrebbe essere altrimenti, si parlava di musica, delle nostre radici... e uscì fuori che la nostra generazione ha visto scoppiare sotto i propri occhi la rivoluzione Iron Maiden, Metallica, ma si è persa la rivoluzione vera, quella del '68, il potere dirompente di una Joni Mitchell. Fu lì che mi venne fuori una frase che Fabrizio mi rimanda indietro ogni volta che può, con un sorriso più che compiaciuto. Dissi: "Fabrì, siamo ribelli di secondo taglio".

Perché tantissime cose ti arrivano di sponda, spesso scopri che ciò che pensi sia un parto spontaneo altro non è che il rigurgito di qualcosa che è già accaduto, che è già stato pensato.

Penso al mito "Easy Rider"... al fascino tutto yankee della ribellione al consueto... e poi scopri che in realtà questa pietra miliare dell'immaginario collettivo di chi non anela a una vita da ragioniere con prole è in realtà una sorta di copia del film italiano "Il Sorpasso".

La mia generazione pianse, si appassionò al film "Compagni di Scuola" di Verdone, per poi scoprire che altro non era che la copia sbiadita del film "Il Grande Freddo", vero capolavoro generazionale. Il Grande Freddo l'ho visto con mostruoso ritardo insieme ai miei amici di allora, con quelli che avevo al mio fianco nella fase in quel grande cestello di lavabiancheria che è il ciclo della vita.

E una delle scene che mi colpì in maniera forte fu quella del funerale di Alex, protagonista mai mostrato nella versione che arrivò alle sale cinematografiche, che fu mondata di tutti i flashback che mostravano questo personaggio in vita.
Sarà stato contento colui che lo interpretava, Kevin Costner, che appare nel cast del film, ma di cui tutto ciò che si vede è una ciocca di capelli che viene pettinata prima della funzione in chiesa.

Mi colpì la scena del funerale perché veniva celebrato con musica di sottofondo, cosa impensabile qui da noi... e non una marcia funebre tetra, da cripta... ma una canzone stupenda dei Rolling Stones, "You can't always get what you want". La sola idea che ci sia una cultura che celebra un evento naturale con musica e cibo è sconvolgentemente bella.

Ne parlammo, con i miei amici, ed ebbi poco dubbi nell'immaginare una canzone per il mio funerale. Che poi è la stessa che avevo in testa stamattina al mio risveglio. Fossi scaramantico avrei di che preoccuparmi, ma per fortuna non è il caso.

Perché col tempo ho ascoltato il testo di questa canzone e ho anche compreso le ragioni profonde della mia scelta di allora: è un inno alla vita, e come la vita stessa è complessa nella sua disarmante semplicità... semplice come struttura, complessa in ciò che può suscitare...

Nel passaggio centrale il testo recita:

"Happiness
Something in my own place
I'm stood here naked
Smiling, I feel no disgrace
With who I am

Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing
I know just who I am

But how many corners do I have to turn?
How many times do I have to learn
All the love I have is in my mind?

I hope you understand
I hope you understand"


Provo a tradurre:

"La felicità... qualcosa dentro di me
sto qui nudo, sorrido
non sento disonore per ciò che sono

La felicità... va e viene
Ti osservo mentre mi guardi
Vedo la mia febbre crescere
E l'unica cosa che so è chi sono io

Ma quanti angoli dovrò girare
Quante volte dovrò imparare
Che tutto l'amore che ho è nella mia testa?

Spero che possiate capire"


Amore per la vita, per un giorno come oggi... splendido e potenzialmente inutile come tutti gli altri... potenzialmente splendidamente inutile, ma non per questo meno bello... anzi...

E in realtà spero che possiate capire, ma non è questo che è importante.

Mi basta capire da me per sentirmi un uomo fortunato... I'm a lucky man... with fire in my hands...

Perché nella vita c'è di tutto, il desiderio, il bisogno, la paura... e siamo capaci di idee geniali, idiozie, scelte, cose che ci pentiamo di aver fatto, cose che vorremmo aver fatto diversamente, ma basta essere se stessi, senza vergogna per ciò che si è, senza nessuna strategia... e fino a quando c'è la voglia che ti mette il fuoco nella mani non manca niente, qualsiasi timore sparisce.

Perché la chiave è sempre la voglia, non la paura.

Quando la voglia c'è. Quando non c'è... punto.






2 Aprile 2009

31.3.09

Male non farà




Ehi bella non ti vedo bene
qualsiasi cosa, non lasciarti andare
son qua, se vuoi son qua, parliamone dai
ti posso offrire una bottiglia
e spalle larghe portaguai...
ti posso offrire una bottiglia
e spalle larghe, spalle larghe, spalle larghe
Sai bella è tutto nel riuscire
a conservarsi un uscio per uscire
son qua, se vuoi son qua, le chiavi ce le hai
e sarà gratis ma tu passa alla cassa
con l'amore che vuoi
non sarà gratis ma tu passa alla cassa e poi
cassa e poi, cassa e poi,
cassa e poi...

E appoggiati a me

che se ci dovesse andar male
cadremo insieme
e insieme sapremo cadere
e appoggiati a me
con la pesantezza del cuore
Dai deciditi che
male non farà...
male non... male non farà...
male non... male non farà...

Dai bella lascia giù un sorriso
lo pago bene te lo pago a peso
ce l'hai lo so ce l'hai
ce l'hai proprio lì
ho tutto il tempo che ci serve
io lo aspetto qui
ho tutto il tempo che ci serve
io l'aspetto... io l'aspetto
io l'aspetto

E appoggiati a me

che se ci dovesse andar male
cadremo insieme
e insieme sapremo cadere
e appoggiati a me
con la pesantezza del cuore
Dai deciditi che
male non farà...


31 Marzo 2009

30.3.09

Risvegli sonori

Guardate questo video:



Ecco... che i palazzi implodessero lo sapevo... che potesse accadere anche alle persone no, e non pensavo che ne sarei stato spettatore un giorno, di vederlo accadere sotto i miei occhi.

Non si finisce mai di imparare :)


30 Marzo 2009

25.3.09

Happy Birthday To Me

Perché di regola odio i compleanni, ma quest'anno i miei 18 anni diventano maggiorenni.

E se non ne fossi contento, so che poi me ne pentirei e mi morderei le labbra.




25 Marzo 1973/2009

23.3.09

L'amore, linguaggio (quasi) universale

- Je t'aime?

- What?

Perché se è vero che l'amore ha un linguaggio universale, a volte non è facile comunicare e, soprattutto, non tutti sono in grado di capirsi davvero.

Segue una serie di dialoghi improbabili.

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- Che belle le stelle...

- Eh sì.

- Ah, ma secondo te è l'Orsa Minore o Maggiore?

- Ridillo.

- Cosa?

- "Orsa"

- Orsa...

- Secondo me è diesis.



Lei: insegnante
Lui: musicista


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- Ciao, ho preso il pollo...

- Bene, io ho preso la quaglia... ci vediamo alle 20.00 sotto l'ala dello sparviero.

- Ma che cazzo dici?

- Non sei Alfa12?

- Sono tua moglie, idiota. E non fare tardi per la cena.



Lei: casalinga
Lui: agente segreto


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- Ciao tesoro...

- Ciao.

- Andata bene la giornata?

- Sono distrutta.

- Anch'io, tutto il giorno a lavorare con le tubature.

- Eh, infatti, non dirlo a me...

- Potremmo evitare di parlane?



Lui: idraulico
Lei: pornostar



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- Amore, la cena è in tavola.

- Arrivo... Buonissimo questo arrosto... cos'è?

- Non so, ho usato la carne che hai portato oggi, quella che hai lasciato sul ripiano della cucina.

- Cazzo! Devo smetterla di portarmi il lavoro a casa.



Lei: casalinga
Lui: anatomo patologo

Rapporti a progetto

Ibrahimovic segna due gol alla Reggina, altri due gol, e l'Inter rimane in testa alla classifica. E sono 19 in campionato. Però nelle dichiarazioni post partita, a specifica domanda sul suo futuro all'Inter dichiara "Vedremo".

Non fosse che il calciatore svedese ha altri 4 anni di contratto a 11 milioni netti l'anno.

E sì, perché l'imprenditore proprietario di una squadra di calcio elargisce lauti stipendi in virtù di un contratto, ma grazie allo stesso contratto è tutelato: non è che l'indomani il calciatore dice "Vado via" e possa farlo davvero... è necessaria una separazione consensuale, che va pagata dalla squadra acquirente.

Quindi investo una cifra immensa nell'ingaggio di un calciatore, quindi stabilisco un rapporto di interscambio con un individuo, ma sono obbligato a rispettare il patto con un contratto, che però mi garantisce anche.

E nella vita comune?

Perché le relazioni interpersonali implicano un investimento a volte banale, ma spesso ingentissimo. E non c'è contratto che tenga. Puoi ritrovarti a mettere gran parte di te in un rapporto (di qualsiasi natura esso sia), a riversare nel quotidiano speranze, a proiettarle nel futuro facendone dei sogni ad occhi aperti, puoi ribaltare il mondo sovvertendo le leggi della logica, della fisica... trovando dentro di te l'impeto che fa passare queste rivoluzioni come fossero dei giochi per bambini, e poi sentirti dire "Domani insieme? Non so, vediamo".

Perché qui non è richiesta la separazione consensuale.

Ma quanto investire in un rapporto? Esiste un parametro diverso dalle sensazioni a pelle?

Siamo una generazione strana. Se qualcuno ci proponesse l'acquisto di un oggetto, per determinarne il valore cercheremmo su google un sito che ci dia una valutazione dell'oggetto...

E siccome, per fortuna, con le persone non puoi farlo, niente di strano che quando l'investimento potenziale aleggia nell'aria, portando con sé sensazioni di grandezza ed ineluttabilità, si sia tentati di dare una valutazione a ribasso, di contrastare un investimento alto che non ha sotto nessuna rete di protezione.

Davvero non c'è niente di strano.

Di triste, invece, c'è parecchio.



23 Marzo 2009

19.3.09

Qualità e convenienza

Il rumore del traffico di inizio pomeriggio, che aveva preso a srotolarsi alle sue spalle come un serpente che si stiracchi dopo un sonnellino, faceva da sottofondo musicale alla sua attesa. Era cosciente che arrivare con mezz'ora di anticipo sull'apertura del negozio avrebbe amplificato a dismisura la sua smania, ma a casa non riusciva a resistere: era in piena fase compulsiva, agire era diventato l'imperativo categorico cui, umilmente, non avrebbe neanche provato a sottrarsi.

Tutto tornò utile per colmare il vuoto temporale che lo separava dal dolce suono della saracinesca che viene alzata. Filastrocche infantili, canzoni della sua giovinezza, in un angolo remoto dei suoi ricordì scovò addirittura frammenti di tabelline. Inutile nasconderlo, fu una sofferenza.

Nè lo aiutò una telefonata ricevuta sul cellulare, che gli ricordava l'incombenza prevista per l'indomani mattina: il discorso di apertura che avrebbe dovuto tenere alla conferenza dei delegati capisettore. Non aveva mai sperimentato il panico in vita sua, ma era pronto a scommettere di non esserne troppo lontano in questo momento.

Mentre era preso ad ascoltare le sensazione proveniente dal proprio corpo, disegnando una mappa mentale del proprio sudore sotto gli indumenti, sentì la saracinesca alzarsi.

Si comportò allo stesso modo che in tanti altri aveva considerato esecrabile: si fiondò subito dietro il gestore del negozio, non aspettando neanche che le luci dell'ingresso fossero accese. Non fosse stato che, nonostante l'agitazione, aveva comunque un aspetto distinto, lo si sarebbe preso senza dubbio per un rapinatore.

Il commesso lo guardò un po' infastidito, ma resosi conto che quello sguardo schizzato non era figlio della fretta, ma di genuina preoccupazione, si mostrò particolarmente cortese.


- Prego, come posso esserle utile?

- Allora... domani mattina... devo parlare ad una conferenza... e sono... come posso dire...

- Si rilassi, abbiamo tutto quelle che le serve

- Bene... ho anche preparato una lista... dove l'ho messa... ah, ecco... dunque... avete "Sicurezza in se stessi"?

- Certo. E' in offerta questo mese, prendendone 2 dosi la terza la paga la metà. Costa 30 euro a dose.

- Bene, bene... me ne dia 5 in tutto e faccia il totale.

- Ottimo. C'era dell'altro?

- Sì, sì, certo... mi servirebbe un po' di "Chiarezza espositiva".

- Guardi, ne ho un tipo che la lascerà soddisfattissimo: arriva dalla scuola di Eloquenza dell'Università di Princeton. Si inala mezz'ora prima di scrivere ed ha un effetto prolungato per 4 ore. Viene 40 euro, lo prende?

- Me ne dia due. E poi mi serve anche un po' di "Decisione", non tantissima.

- E' solo in confezioni da tre... però se ha la tessera cliente facciamo così: gliene do un pacchetto, e gli altri due li conservo a suo nome per il futuro.

- Splendido. Ah, quanto costa?

- La confezione da 3 è conveniente, viene 20 euro iva incluso.

- 20 euro a pezzo?

- No, no, in totale.

- Ah, ottimo. Ha mica "Charme"?

- Francese o italiano?

- Differenze?

- Quasi nessuna... nessuna che la sua audience possa cogliere. E quella italiana costa meno, sono compresse a rilascio graduale, 12 euro il blister con 12 capsule.

- Prendo anche questo.

- Bene. Serviva altro?

- No... non credo. Ah, sì! Parole. Ho bisogno di parole, parole, parole... in che confezione le avete?

- Scatole da 30.000 ciascuno. Quante ne prende?

- Mi faccia pensare... 30.000... mi sa che mi metto al sicuro, ne prendo 5 scatole.

- Bene. Le faccio il totale.

- Scusi, le parole quanto costano?

- Le parole? Non si preoccupi, quelle sono gratis.




19 Marzo 2009

13.3.09

Il Centro

Il centro non mi ha mai convinto. Politicamente l'ho sempre visto come il tempio dell'insipienza. E in effetti lo è, il trionfo dell'equidistanza.

Ma chi riesce ad essere distante dai temi della vita? Chi è capace di essere moderato di fronte all'eutanasia, all'aborto, allo sciopero, alle droghe? Due categorie di persone, credo: chi non si è mai trovato a doversi confrontare con i momenti duri della vita, quelli in cui hai 3 mostri davanti mentre hai una pistola in pugno e un solo proiettile... e i cadaveri.

Eppure c'è chi, come me e tanti altri, pur non avendo vissuto situazioni così radicali ascolta, assorbe e si immedesima... E sa che a volte il compito di un sedicente moderato centrista è quello di guardare una moneta di carta velina, con una faccia giusta e una sbagliata, cercare di trovare il modo di farla volteggiare in aria e farla cadere di taglio per poi trovarsi a dire: "Ecco, il taglio... il centro... quella è la risposta".

Guardo il corpo umano, e pur ammettendo che il centro lì ha una forza attrattiva non indifferente, mi trovo amico della testa e dei piedi: della statica elucubrazione e del potente dinamismo.

Dal centro cittadino fui estirpato vent'anni fa... e fatico a ricordare anche un solo istante di rimpianto, eppure...

Eppure in questi ultimi tempi la placida periferia cerebrale in cui vivo comincia a starmi stretta. Mi immagino sempre più spesso a piedi, in bici, in moto a muovermi in quell'intricato coacervo di tubi, cavi, fili, vene, arti, vita.

Perché sto scrivendo qui, in spiaggia, in questa cartolina di savvai, cielo, mare, vento... qui dove vivo, questo paradiso...

Ma il Paradiso non è dei vivi.

E comunque senza angeli non ha alcun senso.



13 marzo 2009


8.3.09

Ho

Ho voglia di guardare qualcuno negli occhi
E sentire salire dal basso ventre
incontrollabile fiammata di calore
quell'orgasmo di personalità
che mi porti a sussurrare
"So cosa c'è da fare"

Ho voglia di tepore
di essere passeggero su un motorino
vestito di jeans e di cotone
mezzo ubriaco, stonato
con la guancia fiduciosa
poggiata sulla schiena di chi guida
impegnati a inseguire un colossale sogno
di cui non conosciamo il principio
né la fine, né il durante

Ho voglia di dimenticare che ci sia domani
e di vivere domani come oggi
di roteare su me stesso senza senso
di guardare gli altri pensando
"non potete capire",
tanto capire non serve a niente

Ho voglia di armonia discreta intorno a me
non geometrica, non soffocante
di essere la nota stonata eppure giusta
proprio lì
che faccia alzare il sopracciglio
con smarrita sorpresa

Ho voglia di avere voglia

5.3.09

Clamoroso outing

Sto leggendo un libro, bellissimo, pubblicato nel 1961 da uno scrittore americano e ambientato in massima parte, fin dove sono arrivato, in un sobborgo di New York durante l'estate del 1955.

Dal momento che rivelerò minima parte della trama, terrò per me autore e titolo.

La parte del libro che mi preme riportare qui è quella in cui la coppia sposata, che vive insieme ai due figli, progetta di trasferirsi in Francia. In realtà il progetto nasce da parte della moglie che, sentendosi resposabile dei sacrifici fatti fin lì dal marito (unica fonte di reddito della famiglia), decide di spostarsi a Parigi, di lavorare mantenendo il marito per almeno 5 anni in modo che lui abbia il tempo e la libertà - in un ambiente stimolante come doveva sembrare l'Europa vista da una america Maccartista - di "capire cosa vuole fare nella vita".

Il progetto in effetti è quello di donare a lui (già trentenne e padre di due figli) il tempo e il modo di capire quale sia la propria strada nel mondo.

Ecco... la propria strada nel mondo.

Questo paragrafo in particolare mi ha riportato indietro nel tempo, a tutti quei micro-bivi in cui mi ritrovavo immobile, incapace di decidere cosa fare della mia vita. Tempi in cui il massimo plausibile era intraprendere una strada per qualche tempo, salvo abbandonare tutto di lì a poco.

Che fosse l'università, piuttosto che suonare, le relazioni umane, stare qui a Palermo o fare qualcosa altrove, tutti i singoli potenziali aspetti di qualsiasi scelta venivano ponderati in maniera profonda.

In quegli anni di profondo rivugghio interiore (rivugghio = struggimento, per i non palermitani), diciamo dai 15 ai 19, oltrettutto non ero economicamente indipendente. Capitava così che ad ogni strada intrapresa e abbandonata, ad ogni filo pazientemente intessuto e poi reciso, coloro che provvedevano alla procrastinazione del mio essere in vita (i miei genitori) se ne uscivano spesso (segnatamente mia madre) con la domanda fatale: "Ma tu che vorresti fare nella vita?"

E io rispondevo, provando sincero sgomento al suono delle mie parole: "Non lo so"

E questa risposta, così abnormemente semplice rispetto a cotanta domanda, lasciava secondo me un sapore dal retrogusto amaro in chi la sentiva. Nessuno, tra coloro con cui parlavo, riusciva a superare il convincimento che dietro quel non lo so si celasse una pigrizia borghese da giovincello di famiglia tendenzialmente facoltosa, che stesse semplicemente rinviando il momento del confronto con la realtà del mondo. Realtà che, per inciso, non sto affrontando per scelta mia, dal momento che non mi risulta di aver mai chiesto a nessuno di mettermi al mondo.

Ora che dantescamente mi trovo nel mezzo del cammin della mia vita, ora che ho da tempo raggiunto l'indipendenza emotiva e una parvenza di indipendenza economica, quella che il mio stipendio da "aspirante precario - praticante morto di fame" mi permette, ora che ho la risposta nessuno più si sente in diritto di chiedermi "Ma tu cosa vorresti fare nella vita?".

Perché ora, 20 anni dopo i miei 15 anni, dopo aver vissuto lavori, progetti, esperienze, relazioni, fallimenti, piccoli successi, vette e abissi, so cosa davvero vorrei fare nella vita, e la risposta non è meno stupefacente di quella di allora.

La verità è che nella vita non vorrei fare niente.

E non è per pigrizia.

E' per quel senso di lacerante vuoto che provo ogni volta che qualcuno mi dice "Bravo, ben fatto"... quel vuoto determinato tra la distanza incolmabile tra la gratificazione gioiosa che dovrei provare, e il nulla che sento dentro.

E' per quella sensazione di sereno sconforto che provo nel vedere nascere un rapporto umano, quasi fosse un germoglio che cresce con volitiva forza, sapendo che custodisco nelle pieghe del mio cuore la falce che lo reciderà.

E' per quel velo di noia catastrofica di cui è ammantata qualsiasi ipotesi lavorativa nel mio futuro.

E', anche, perché "nulla", "niente" sono parole con una forza evocativa spaventosa.

Questo oggi.


Domani?

Vedremo. Come sempre.

17.2.09

Immacolata corruzione

Il Tribunale di Milano ha emesso oggi una sentenza di primo grado, condannando l'avvocato inglese David Mills a 4 anni e 6 mesi di reclusione per aver dichiarato il falso in due procedimenti penali, a carico di Silvio Berlusconi, essendo stato corrotto dal cavaliere attraverso emissari Fininvest.

Non un teorema, ma una accusa che si basa sulle rivelazioni dello stesso Mills, confessate nel 2004.

Breve sunto da Corriere.it:

"L'avvocato inglese David Mills è stato condannato a quattro anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dal Tribunale di Milano. Il legale nel luglio del 2004 aveva raccontato ai pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo di aver ricevuto 600mila dollari dal gruppo Fininvest per dire il falso nei processi in cui era coinvolto Silvio Berlusconi.
"

E quindi mi sono forzato, sfidando anche la febbre, e ho guarducchiato i tg nazionali, per vedere come davano la notizia. Lo confesso, non sono riuscito a gaurdare Mediaset, a tutto c'è un limite.

Alla fine viene fuori quasi incidentalmente il nome di Berlusconi, che però non viene scalfito dalla sentenza.

Già, perché nel frattempo il lodo Alfano (in attesa di giudizio di costituzionalità da parte della Suprema Corte) ha sospeso tutti i processi a carico delle massime cariche dello Stato.

E qui si compie il miracolo.

Essendo coinvolto l'Unto del Signore, abbiamo una sorta di nuova immacolata concezione, in cui nacque un bimbo senza concepimento...

Qua abbiamo l'immacolata corruzione: c'è un corrotto, non può esserci un corruttore.

Ma il cielo è sempre più blu... la la la la... la la la la...


17/02/2009

8.2.09

Per sbaglio

Per sbaglio stasera la tv era accesa.

Sempre per sbaglio l'ho sintonizzata su TGS, altisonante acronimo per Tele Giornale di Sicilia, che credo sia abbastanza plausibilmente la peggiore emittente televisiva dell'occidente cosiddetto evoluto.

Non ho potuto fare a meno di vedere, nel mio viaggio per la stanza alla ricerca del telecomando, la trasmissione che ho visto a volte in onda a casa dei miei quando il Palermo (inteso come squadra di calcio) gioca, come stasera in casa contro il Napoli.

Ho visto il solito... non so, cinema, teatro, scantinato di parrocchia, pieno fino al colmo di esimi concittadini, con il palco impreziosito (adoro gli eufemismi) di star locali... comici, cantanti, cabarettisti, autorità politiche...

Ho fatto in tempo, per sbaglio, a sentire il conduttore della trasmissione cazziare brutalmente una ragazza, ignoro chi fosse, rea di aver evidentemente detto in diretta (probabile collegamento telefonico, fanno così anche i servizi del loro cosiddetto TG) telefonica nientemeno che "Forza Napoli".

IIl conduttore, la versione emaciata di Telly Savalas, stava dicendo "Abbiamo sentito tutti il tuo Forza Napoli... la prossima volta, mi raccomando, un po' più di rispetto per il pubblico che..."


Ora, io ignoro chi fosse al telefono. Considerati i gusti musicali tipici dei palermitani, niente di strano che fosse una cantante di musica napoletana, magari un'idolo delle folle, una di quelle che canta di arresti, corna, gravidanze a 15 anni con voce lamentosa...

Ipotizziamolo...

Ora io mi chiedo: se mai la vita (improbabile, lo so) dovesse portare il conduttore ad essere ospite in una tramissione di una tv locale napoletana durante un Napoli - Palermo... cosa direbbe? Di certo non "Forza Palermo", dal momento che stasera ha stigmatizzato in diretta la cosa.

Bene, direbbe Forza Napoli, e non per sbaglio.

A me del Palermo non interessa niente, retrocedesse o fosse radiato non ne sentierei la mancanza... come non sentirei la mancanza di questa mentalità palermitana profondamente assoggettata al cosiddetto sentire comune, subito prona di fronte al politically correct da fila alle poste, a radici culturali mai discusse... e quindi mai messe in discussione.

E anche per 'ste cavolate mi sento palermitano per sbaglio.

29.1.09

Esperienza e ragione

Qualcuno scrisse che la vita consiste in una esperienza fondamentale positiva e nel tentativo, non sempre riuscito invero, di riviverla mettendo in atto gli stessi comportamenti, le stesse strategie che hanno avuto successo in quella unica, maledetta volta in cui tutto andò bene.

Maledetta perché una promessa di benessere che la vita non mantiene rischia di creare una aspettativa che andrà costantemente delusa.

Che poi la felicità consista nel conoscere qualcuno con cui pensare di poter condividere il proprio destino o nel finire in una inquadratura di una tv locale durante un servizio sul traffico in centro, poco importa.


Parallelamente, spesso il superamento di un trauma risponde alle stesse dinamiche: di fronte a una crisi superata si mettono in moto meccanismi di difesa che tenderemo ad utilizzare sempre, sempre uguali, che siano fuga o contenimento, lotta o negazione: la base teorica della compulsività, della coazione a ripetere.

Che poi il trauma consista nell'aver avuto un foruncolo refrattario a correttori e fondotinta nel giorno della festa del tuo diciottesimo compleanno o l'avere tra le mani una vita potenzialmente meravigliosa ed essere costantemente assediato dalla noia, importa ancora meno.


Questa coazione a ripetere porta però con sé un sottoprodotto subdolo: ci rende impegnati ad analizzare le situazioni che la vita ci pone di fronte, a ponderarle e a mettere in atto la strategia adeguata.

Però quando un sintomo è significativo? Se una volta un semplice dolore al fianco destro, trascurato, ci ha spianato la strada verso una sala operatoria per una chirurgia d'urgenza omaggio, quando si ripresenterà un nuovo dolore simile, sarà il caso di preoccuparsi?

Se una volta un sorriso carico di promesse ci ha dischiuso le porte su un giardino fatato, basterà un nuovo sorriso simile per poter pensare realisticamente che un nuovo giardino incantato ci attende?

La questione sembra di poco conto per chi ha avuto la fortuna di nascere con in dono il bene dell'equilibrio.

Ma a noi metereopatici incostanti, umorali, perennemente in bilico tra entusiasmo solare e abissi di immotivata malinconia, a noi pendolari del treno "Maniac-depressive Express" almeno una piccola guida all'uso della vita potrebbero darla alla nascita.

Per fortuna la ragione e l'esperienza un po' aiutano. Come quando da piccolo fui punto da una vespa... mica mi porto il trauma appresso.

Oddio... cos'è questo ronzio??? Aiutoooooooooooooooooooooooooooooo...


(e intanto, mentre lui correva via, la ventola del pc girava... girava... girava)


29/01/2009

20.1.09

Sei sulla collina

Sei ragazzi salirono su una collina.

Cinque fecero ritorno, uno non tornò più.


Nell'alba di un giorno che a occhi distanti sarebbe sembrato senza promesse, i sei ragazzi si ritrovarono nella radura sottostante la collina, che si stagliava decisa davanti ai loro occhi. Avevano programmato da tempo una semplice gara: scalare il fianco ovest della collina, raggiungere la cima, staccare come prova un ramoscello dall'albero che vi dimorava solitario, e ridiscendere dal lato che guarda ad est fino al vecchio tronco che giaceva divelto a terra.

Il primo che fosse riuscito nell'impresa, sarebbe stato dichiarato vincitore.

I ragazzi si salutarono, si sgranchirono, si scrutarono cercando di carpire negli occhi lo stato di forma l'uno dell'altro. Quando il primo raggio di sole investì l'albero in cima, partirono. Era quello il segnale pattuito.

L'aria fu subito colma di respiri volitivi.

Il primo ragazzo scalò la vetta con ardore, divorando pietra dopo pietra il fianco della collina con passo possente. Sentiva, metro dopo metro, il cuore pompare sangue e adrenalina nelle vene. Erano mesi che si allenava per questo. Per lui l'aria odorava di trionfo. Raggiunse rapidamente la vetta, strappò un ramo dall'albero, prese un breve respiro contemplando il panorama che si coglieva da lassù e non vi vide niente se non il desiderio di primeggiare. Si rimise subito in moto, affrontando la discesa verso il traguardo a passo di corsa.

Frattanto il secondo ragazzo aveva attaccato anche lui il fianco della collina. Era costui un’ipotesi di uomo libero, intrappolato in un corpo obeso che gli faceva da manifesto dei suoi limiti. Aveva poche speranze di vittoria, ma questo non gli impedì di partecipare alla gara. Quella gara per lui aveva sapore di sfida. Arrancando, passo dopo passo, testa bassa concentrata sul proprio respiro, saliva lungo il fianco ovest. Non si concesse nessuna pausa fino a quando non fu arrivato in cima, giusto in tempo per scorgere il primo ragazzo che cominciava già a scendere lungo il fianco est verso il traguardo.

Altri tre, decisi a battagliare per la vittoria, si mossero al via ma sulle prime non furono capaci di avere una strategia diversa dal correre a perdifiato. Si lanciarono all'inseguimento del primo ragazzo, che era in netto vantaggio, e cercarono solo di capire quale fosse il terreno migliore su cui correre, la terra piuttosto che le pietre. Rimasero comunque affiancati per un po' e non trovarono di meglio che ostacolarsi a vicenda, cercando di rallentarsi. Per loro l'aria profumava di lotta senza regole.

Nel frattempo il sesto, visto dal basso, saliva con un passo che non reggeva il ritmo degli altri. Quella gara aveva già avuto assegnati i ruoli chiave: vincente e ultimo.

Quando i primi cinque erano ormai scattati verso la cima, il sesto contemplò la collina dal basso, trasse un respiro profondo e si incamminò lentamente. Si era aggiunto di recente al gruppo ed era stato accettato, ma mai compreso fino in fondo. "Riservato" direbbe parecchio ma non tutto. Di certo non schivo. Era di compagnia, gioviale, finanche divertente a modo suo, ma spesso ciò che raccontava, il suo modo di scherzare, lasciava gli altri quantomeno interdetti.

Il secondo ragazzo aveva poggiato una mano sul tronco dell'albero, il sangue schizzato alla testa come se questa fosse sul punto di esplodere. Ponderava dentro di sé il ritiro, quando vide una scena inaspettata. Il primo, lanciato verso il traguardo, aveva ceduto alla paura e si era voltato per guardare la cima e controllare a che punto fossero gli altri. Un sorriso gli si era dipinto sul volto nel vedere soltanto una persona, piegata in due dalla fatica, respirare affannosamente in prossimità dell'albero. L'aria si era profumata di gloria. Così, correndo senza guardare davanti a sé, si era esibito nella più spettacolare e involontaria delle piroette: il piede destro aveva fatto perno su una pietra e il corpo lanciato dalla corsa si era ribaltato come fosse la coda di un pavone che si dispiega nell'aria: una nemesi discretamente rappresentativa. Rimase a terra, una caviglia fuori uso, senza riuscire a rimettersi in piedi. L'aria intorno a lui si profumò di rabbia e di disfatta.

Alla vista di questa inaspettata svolta, il secondo ragazzo si staccò dall'albero, prendendo un respiro profondo, e si lanciò in discesa come se si fosse trasformato d'incanto in una valanga, diventando passo dopo passo sempre più scomposto ma acquistando velocità metro dopo metro. Raggiunse infine il compagno dolorante, lo guardò a malapena come parte dello sfondo che gli sfrecciava a lato, e continuò la sua ripida discesa. L'inerzia era sua compagna. Non colse lo sguardo beffardo dell'amico che lo guardava da terra.

Mentre il sesto ragazzo continuava la salita lentamente, i tre che erano appaiati arrivarono in cima, staccarono i ramoscelli e fu lì che videro l'amico a terra. Mettendo da parte la competizione si precipitarono verso di lui. Non appena gli furono vicini videro che aveva la caviglia slogata. Lo fecero sedere, uno di loro si tolse la maglietta e ne strappò un lembo, con cui gli fasciarono la caviglia ben stretta. Lo aiutarono a rimettersi in piedi, e lo portarono a spalla per un pezzo.

Vedendo che anche gli altri si erano fermati il ragazzo obeso si fermò per un istante, contemplando l'idea di tornare indietro e raggiungere il gruppo... ma se lieve fu il richiamo dell'amicizia, fortissimo fu quello della vittoria. Ormai esausto, respirò profondamente, e ripartì. Ormai poche centinaia di metri lo separavano dal traguardo, dove arrivò allo stremo delle forze. La sua vittoria era la morte di ogni pronostico razionale.

Quando il gruppo arrivò in prossimità del traguardo il ragazzo con la caviglia fasciata si girò verso la cima della collina, fece una faccia stupita e urlò: "Guardate in cima!!!"
Gli altri tre si volsero a guardare, e non vendendo nulla chiesero: "Cosa? Dove?"

Ma lui intanto aveva già ripreso a correre, stringendo i denti, imparando ad ogni passo ad ignorare il dolore che gli divorava le gambe. Gli altri non reagirono subito, perché colti di sorpresa e perché si chiesero come mai lui stesse rischiando di distruggere la caviglia malconcia per arrivare secondo. Quando realizzarono e partirono, era già troppo tardi.

Zoppicando, il ragazzo arrivò al tronco su cui era seduto il vincitore, urlando "Ho vinto!!!".

Il ragazzo obeso lo guardò stranito e gli disse: "Non hai vinto... io ho vinto! Io!" - "Davvero? Mostrami il ramoscello che hai staccato dall'albero in cima".

Fu a quel punto che il ragazzo obeso rivide se stesso in cima alla collina, vide l'amico cadere e se stesso riprendere a correre come un falco sulla preda, dimenticando di prendere il ramoscello, dimenticando qualsiasi regola. Il mondo gli crollò addosso.

Il vincitore vide arrivare gli altri tre, li guardò arrossendo e disse loro "Ho vinto!". I tre si guardarono sorridendo. I loro volti esprimevano un misto di compassione e sollievo. Si diedero pacche sulle spalle e si sedettero sul tronco.
Lui si guardò intorno, si sedette anche lui e disse quasi sottovoce: "Ho vinto". L'aria sapeva di vittoria, ma il trionfo e la gloria erano spariti.

Mentre accadeva tutto questo, il sole era ormai alto in cielo e fu in quel momento che il sesto ragazzo arrivò sulla cima. Una cosa lo aveva colpito salendo la collina: la pazienza che la natura ha nel creare le cose. Aveva osservato i sassolini lungo il tragitto, l'erba, i rovi, e trovò meraviglioso come ognuno di essi, per la propria parte, contribuisse a rendere la collina ciò che era.

Arrivato che fu all'albero, guardo il panorama che si offriva ai suoi occhi e ne restò sbalordito. "Splendido" fu ciò che riuscì a dire. Guardò i suoi compagni di gara affannarsi lì ai piedi della collina.

"Sei sulla collina", si disse, "non puoi sprecare la tua vita inseguendo sogni che non sono i tuoi".

Si sedette a terra, le spalle contro l'albero, e rimase a guardare intorno.

Da lì osservò le dinamiche delle nuvole nell'aria, fu conquistato dal mutare armonioso del tempo, vide l'acqua arare i campi e il vento seminare la terra, vide la terra germogliare e la sua imperscrutabile saggezza nel disperdere allegra i propri frutti e ricominciare imperterrita da capo, imparò dallo scontro delle correnti a soggiogare ciò che è soggiogabile e ad arrendersi serenamente al resto, imparò dai rami l'arte empirica della cedevolezza... vide la maestosità della natura e si sentì umilmente potente.

Rimase lì fino al tramonto.

Frattanto i cinque ragazzi seduti sul tronco cominciarono a preoccuparsi, il loro amico non era ancora ridisceso dalla collina, e cominciarono a chiamarlo. Aspettarono che il sesto ragazzo facesse ritorno, ma nessuno lo vide mai più.

Calato che fu il sole, dalla collina videro scendere un uomo.

E nessuno lo riconobbe.



20/01/2009