20.1.09

Sei sulla collina

Sei ragazzi salirono su una collina.

Cinque fecero ritorno, uno non tornò più.


Nell'alba di un giorno che a occhi distanti sarebbe sembrato senza promesse, i sei ragazzi si ritrovarono nella radura sottostante la collina, che si stagliava decisa davanti ai loro occhi. Avevano programmato da tempo una semplice gara: scalare il fianco ovest della collina, raggiungere la cima, staccare come prova un ramoscello dall'albero che vi dimorava solitario, e ridiscendere dal lato che guarda ad est fino al vecchio tronco che giaceva divelto a terra.

Il primo che fosse riuscito nell'impresa, sarebbe stato dichiarato vincitore.

I ragazzi si salutarono, si sgranchirono, si scrutarono cercando di carpire negli occhi lo stato di forma l'uno dell'altro. Quando il primo raggio di sole investì l'albero in cima, partirono. Era quello il segnale pattuito.

L'aria fu subito colma di respiri volitivi.

Il primo ragazzo scalò la vetta con ardore, divorando pietra dopo pietra il fianco della collina con passo possente. Sentiva, metro dopo metro, il cuore pompare sangue e adrenalina nelle vene. Erano mesi che si allenava per questo. Per lui l'aria odorava di trionfo. Raggiunse rapidamente la vetta, strappò un ramo dall'albero, prese un breve respiro contemplando il panorama che si coglieva da lassù e non vi vide niente se non il desiderio di primeggiare. Si rimise subito in moto, affrontando la discesa verso il traguardo a passo di corsa.

Frattanto il secondo ragazzo aveva attaccato anche lui il fianco della collina. Era costui un’ipotesi di uomo libero, intrappolato in un corpo obeso che gli faceva da manifesto dei suoi limiti. Aveva poche speranze di vittoria, ma questo non gli impedì di partecipare alla gara. Quella gara per lui aveva sapore di sfida. Arrancando, passo dopo passo, testa bassa concentrata sul proprio respiro, saliva lungo il fianco ovest. Non si concesse nessuna pausa fino a quando non fu arrivato in cima, giusto in tempo per scorgere il primo ragazzo che cominciava già a scendere lungo il fianco est verso il traguardo.

Altri tre, decisi a battagliare per la vittoria, si mossero al via ma sulle prime non furono capaci di avere una strategia diversa dal correre a perdifiato. Si lanciarono all'inseguimento del primo ragazzo, che era in netto vantaggio, e cercarono solo di capire quale fosse il terreno migliore su cui correre, la terra piuttosto che le pietre. Rimasero comunque affiancati per un po' e non trovarono di meglio che ostacolarsi a vicenda, cercando di rallentarsi. Per loro l'aria profumava di lotta senza regole.

Nel frattempo il sesto, visto dal basso, saliva con un passo che non reggeva il ritmo degli altri. Quella gara aveva già avuto assegnati i ruoli chiave: vincente e ultimo.

Quando i primi cinque erano ormai scattati verso la cima, il sesto contemplò la collina dal basso, trasse un respiro profondo e si incamminò lentamente. Si era aggiunto di recente al gruppo ed era stato accettato, ma mai compreso fino in fondo. "Riservato" direbbe parecchio ma non tutto. Di certo non schivo. Era di compagnia, gioviale, finanche divertente a modo suo, ma spesso ciò che raccontava, il suo modo di scherzare, lasciava gli altri quantomeno interdetti.

Il secondo ragazzo aveva poggiato una mano sul tronco dell'albero, il sangue schizzato alla testa come se questa fosse sul punto di esplodere. Ponderava dentro di sé il ritiro, quando vide una scena inaspettata. Il primo, lanciato verso il traguardo, aveva ceduto alla paura e si era voltato per guardare la cima e controllare a che punto fossero gli altri. Un sorriso gli si era dipinto sul volto nel vedere soltanto una persona, piegata in due dalla fatica, respirare affannosamente in prossimità dell'albero. L'aria si era profumata di gloria. Così, correndo senza guardare davanti a sé, si era esibito nella più spettacolare e involontaria delle piroette: il piede destro aveva fatto perno su una pietra e il corpo lanciato dalla corsa si era ribaltato come fosse la coda di un pavone che si dispiega nell'aria: una nemesi discretamente rappresentativa. Rimase a terra, una caviglia fuori uso, senza riuscire a rimettersi in piedi. L'aria intorno a lui si profumò di rabbia e di disfatta.

Alla vista di questa inaspettata svolta, il secondo ragazzo si staccò dall'albero, prendendo un respiro profondo, e si lanciò in discesa come se si fosse trasformato d'incanto in una valanga, diventando passo dopo passo sempre più scomposto ma acquistando velocità metro dopo metro. Raggiunse infine il compagno dolorante, lo guardò a malapena come parte dello sfondo che gli sfrecciava a lato, e continuò la sua ripida discesa. L'inerzia era sua compagna. Non colse lo sguardo beffardo dell'amico che lo guardava da terra.

Mentre il sesto ragazzo continuava la salita lentamente, i tre che erano appaiati arrivarono in cima, staccarono i ramoscelli e fu lì che videro l'amico a terra. Mettendo da parte la competizione si precipitarono verso di lui. Non appena gli furono vicini videro che aveva la caviglia slogata. Lo fecero sedere, uno di loro si tolse la maglietta e ne strappò un lembo, con cui gli fasciarono la caviglia ben stretta. Lo aiutarono a rimettersi in piedi, e lo portarono a spalla per un pezzo.

Vedendo che anche gli altri si erano fermati il ragazzo obeso si fermò per un istante, contemplando l'idea di tornare indietro e raggiungere il gruppo... ma se lieve fu il richiamo dell'amicizia, fortissimo fu quello della vittoria. Ormai esausto, respirò profondamente, e ripartì. Ormai poche centinaia di metri lo separavano dal traguardo, dove arrivò allo stremo delle forze. La sua vittoria era la morte di ogni pronostico razionale.

Quando il gruppo arrivò in prossimità del traguardo il ragazzo con la caviglia fasciata si girò verso la cima della collina, fece una faccia stupita e urlò: "Guardate in cima!!!"
Gli altri tre si volsero a guardare, e non vendendo nulla chiesero: "Cosa? Dove?"

Ma lui intanto aveva già ripreso a correre, stringendo i denti, imparando ad ogni passo ad ignorare il dolore che gli divorava le gambe. Gli altri non reagirono subito, perché colti di sorpresa e perché si chiesero come mai lui stesse rischiando di distruggere la caviglia malconcia per arrivare secondo. Quando realizzarono e partirono, era già troppo tardi.

Zoppicando, il ragazzo arrivò al tronco su cui era seduto il vincitore, urlando "Ho vinto!!!".

Il ragazzo obeso lo guardò stranito e gli disse: "Non hai vinto... io ho vinto! Io!" - "Davvero? Mostrami il ramoscello che hai staccato dall'albero in cima".

Fu a quel punto che il ragazzo obeso rivide se stesso in cima alla collina, vide l'amico cadere e se stesso riprendere a correre come un falco sulla preda, dimenticando di prendere il ramoscello, dimenticando qualsiasi regola. Il mondo gli crollò addosso.

Il vincitore vide arrivare gli altri tre, li guardò arrossendo e disse loro "Ho vinto!". I tre si guardarono sorridendo. I loro volti esprimevano un misto di compassione e sollievo. Si diedero pacche sulle spalle e si sedettero sul tronco.
Lui si guardò intorno, si sedette anche lui e disse quasi sottovoce: "Ho vinto". L'aria sapeva di vittoria, ma il trionfo e la gloria erano spariti.

Mentre accadeva tutto questo, il sole era ormai alto in cielo e fu in quel momento che il sesto ragazzo arrivò sulla cima. Una cosa lo aveva colpito salendo la collina: la pazienza che la natura ha nel creare le cose. Aveva osservato i sassolini lungo il tragitto, l'erba, i rovi, e trovò meraviglioso come ognuno di essi, per la propria parte, contribuisse a rendere la collina ciò che era.

Arrivato che fu all'albero, guardo il panorama che si offriva ai suoi occhi e ne restò sbalordito. "Splendido" fu ciò che riuscì a dire. Guardò i suoi compagni di gara affannarsi lì ai piedi della collina.

"Sei sulla collina", si disse, "non puoi sprecare la tua vita inseguendo sogni che non sono i tuoi".

Si sedette a terra, le spalle contro l'albero, e rimase a guardare intorno.

Da lì osservò le dinamiche delle nuvole nell'aria, fu conquistato dal mutare armonioso del tempo, vide l'acqua arare i campi e il vento seminare la terra, vide la terra germogliare e la sua imperscrutabile saggezza nel disperdere allegra i propri frutti e ricominciare imperterrita da capo, imparò dallo scontro delle correnti a soggiogare ciò che è soggiogabile e ad arrendersi serenamente al resto, imparò dai rami l'arte empirica della cedevolezza... vide la maestosità della natura e si sentì umilmente potente.

Rimase lì fino al tramonto.

Frattanto i cinque ragazzi seduti sul tronco cominciarono a preoccuparsi, il loro amico non era ancora ridisceso dalla collina, e cominciarono a chiamarlo. Aspettarono che il sesto ragazzo facesse ritorno, ma nessuno lo vide mai più.

Calato che fu il sole, dalla collina videro scendere un uomo.

E nessuno lo riconobbe.



20/01/2009

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