26.12.10

La nemesi del Fattore Zero

Tra pochi giorni questo blog vedrà una nuova data per i propri post, un nuovo anno, il sesto diverso dalla propria apertura. Sarei tentato di dire che sembra passato un giorno, ma in realtà tantissima acqua proverbiale è passata sotto gli altrettanto proverbiali ponti.

Una delle cose che mi ero ripromesso di chiarire un giorno, proprio all'inizio, era la questione relativa al titolo del blog, che ne era anche l'indirizzo: "fattore zero".

Il titolo è cambiato, l'indirizzo no perché, lo confesso, l'unico alternativo che mi stesse a cuore è già impegnato qui su blogspot, e cambiare per cambiare mi è sempre sembrato un approccio buono solo quando ogni speranza è persa ma persiste la paura. Ed è un mare in cui ho navigato nella mia vita.

Fattore Zero, dunque.

Nessuna pretesa di illustrare, raccontare, musicare qualcosa che rappresentasse un fattore nella vita degli altri, o nello scorrere del tempo e del mondo.

Semplicemente Fattore Zero, battesimo avvenuto a posteriori rispetto alla sua nascita non per scelta ma per rivelazione, è stato uno psedonimo che mi sono regalato per descrivere quello che per anni è stato il mio approccio alla vita.

Constatavo, esperienza dopo esperienza, come il prodotto finale delle cose che intraprendevo fosse sempre Zero. E mi sono dato una spiegazione semplice, perfettamente lineare, che mi ha convinto: Io mi proietto in ciò che faccio con un approccio disfattista, un approccio "zero".

1 x 0 = 0

Ma anche 10.000 x 0 = 0

Forse, anche se non ne sono del tutto sicuro a livello matematico... ∞ x 0 = 0.


Così mi sono spiegato tutto: se il mio approccio è zero, se io sono zero, non importa la grandezza delle imprese, delle sfide, dei divertimenti, dei rapporti, delle relazioni su cui io mi proietti: il risultato sarà sempre 0.

E questa spiegazione, per tantissimo tempo, mi ha soddisfatto.

Sebbene...

C'era una distonia evidente, proprio qui sulla homepage del mio blog, che avrebbe dovuto farmi capire l'errore concettuale di fondo, che pure era lampante.

Sulla destra, tra le cose per cui vale la pena di vivere (modo di definire le cose belle davvero amaro e disincantato, ora che ci penso), faceva bella mostra di sé: "Divertirmi a sprecare talenti".

Ora, che io abbia o meno talenti è cosa che rileva poco, il punto è che se ho scritto quella frase, a torto o a ragione, vuol dire che sono convinto di averli dei talenti... e chi ha talenti, o quantomeno è convinto di averli (e non voglio essere ipocrita, dal momento che non sono risultatopatico lo dico apertamente... ce li ho... che poi li metta o meno a frutto secondo i parametri umani mi interessa poco) non può essere un "fattore zero".

O forse può anche esserlo in concreto, ma di sicuro non può considerarsi tale.

Eppure un dato incontrovertibile c'era, matematico, solido, lì alla vista. Il risultato di tutto quello in cui mi sono cimentato ha dato 0. E non era uno 0 fattuale, quanto uno 0 emotivo... non constatavo uno zero algebrico, ma un vuoto a livello di sensazione profonda: per dirla con le parole di qualcuno, i figli del mio cuore erano tutti deformi.

E per chiarezza, io col cuore non amo soltanto... col cuore lavoro, ascolto, leggo, guardo, osservo, mangio, penso, sogno, respiro...

Da tempo Fattore Zero è defunto, ne ho dato annuncio su questo blog l'anno scorso in concomitanza con il mio 37° compleanno terrestre, nell'anno 1 della mia vita.

Questa morte, non meno importante di quella che arriverà un giorno, e di tutte quelle che ho già vissuto sulla mia pelle, è stata la prima celebrata con un rito di passaggio, sulla spiaggia di Mondello, in compagnia di una sacerdotessa, unica tra le anime che ho incontrato che potesse essere testimone di quel passaggio.

Perché è da tempo che sorrido, ma quel giorno è nato un sorriso diverso. Pensavo di essermi liberato della mia natura disfattista, di aver bruciato nei fatti un post di questo blog ma, simbolicamente, il mio approccio autosabotatorio, quello che aveva impedito X x 1 = X, e X x 10.000 = X x 10.000, dove X era la mia cifra tutta da scoprire.

Stamattina, però, leggendo "La confessione" di Tolstoj, nella descrizione di un passaggio della sua vita, qualcosa che era lì da tempo, e che non avevo ancora visto, mi è apparso in tutta la sua chiarezza. Epifania partoritasi su un comodo divano, libro in grembo, ma che è nata nella attesa che dei cioccolatini da 10 euro trovassero una nuova casa, in una via che ha il nome di una piazza, nel giorno prefestivo per eccellenza...

Ora so davvero perché Fattore Zero, so il perché dell'incongruenza sui talenti, so il perché dei figli del cuore deformi, so cosa ho bruciato in spiaggia il 25 Marzo 2010... e perché da allora il concetto di Dharma, che "le cose sono quelle che sono" è diventato il terreno in cui la mia natura vola gioiosa... quando è gioiosa... o perplessa quando è perplessa, o triste quando è triste...

Quel giorno sulla spiaggia, bruciando Fattore Zero, ho bruciato gli zero della mia vita... ho bruciato gli alibi, ho bruciato le scelte fatte al ribasso, ho bruciato le paure (non tutte, ma almeno ho iniziato)...

Ho bruciato le mie sovrastrutture, ho bruciato il bisogno, ho bruciato la falsa fiducia a metà che avevo in me stesso... era la fiducia su "me stesso" al netto delle paure, era fiducia in ciò che potevo fare "considerato che...", quella che ti tiene legato alle cose a metà nonostante i numerosi "Però..."

Ho bruciato tante scelte... non quelle passate, che non rinnego e che fanno parte della storia della mia vita e di me...
ho bruciato le scelte che, essendo in armonia 0 con la mia natura, facevano sì che X x 0 facesse sempre 0. L'ho scelto, l'ho voluto nel passato perché avevo paura di vedermi.

Ho bruciato l'esigenza di muovermi in una direzione qualsiasi per sentire di non essere fermo, ho bruciato l'esigenza di dover pensare a un qualsiasi qualcuno per non sentirmi solo...

Ecco perché non mi fa più paura (anche se mi dispiace) l'idea di poter essere solo: è perché ho incontrato me stesso, la mia natura, e ciò che mi fa dispiace davvero adesso è continuare a sentirmi solo in compagnia.

Non ho più paura dell'amore, o di essere inadeguato di fronte a una forza così immensa: l'amore non è un paradigma esterno, non è un test a scelta multipla...

L'amore non richiede entusiasmo, pazienza, presenza, fedeltà... non li richiede perché li porta con sé, per questo non c'è da averne paura. C'è solo una cosa che richieda, ed è gioiosa fiducia... e se quando arriva noi non ne possediamo, non è una colpa né un crimine, perché le cose che sono ciò che sono, tautologicamente, accadono quando accadono.

Ed è sublime, a modo suo, che i primi passi oltre la simbolica uccisione di Fattore Zero, i primi passi di constatazione di entusiasmo per me stesso o per qualcuno che proveniene dalla mia natura... io li abbia vissuti in risonanza, contemporaneità, telepatia con un'anima che per motivi diversi dai miei, per la sua vita, per la sua storia... è a sua volta in una fase Fattore Zero.

C'è qualcosa di sublime, non di bello, perché le tempeste portano sempre a un cambiamento del paesaggio.

Però sorrido, in questo momento.

E non è il sorriso amaro di chi sia scontento, è il sorriso di chi ha preso coscienza della propria natura, e senza vincoli e freni ha scoperto di saper volere bene in un modo che neanche immaginava.

Il sorriso di chi vola, gira lo sguardo e non si aspetta di trovare qualcuno che voli al suo fianco, ma che in un certo senso non è mai solo.

Un sorriso che, senza specchi o superfici riflettenti intorno, ha il suo doppio da qualche parte.

E il volare mi è dolce in questo cielo.






26 Dicembre 2010

22.12.10

Il cercatore di pepite

Conobbi, alcuni anni orsono, un uomo che aveva un rapporto speciale con l'oro.

Costui viveva in una capanna di legno, in un luogo di quelli che, per abitudine, siamo abituati a definire fatati. Vicino alla sua capanna c'erano una mangiatoia, un pozzo per la raccolta dell'acqua, una cassetta della posta, una casetta per gli uccelli, un ruscello e, non di rado, l'aria fresca dell'alba si annunciava con un arcobaleno incastonato sulle punte degli alberi che, tutto intorno, facevano da cornice alla bellissima radura dove tutto ciò sorgeva.

Da un canto questo luogo incantato gli inspirava una forma di serenità con se stesso ma, al contempo, rappresentava una forma di ritiro dal mondo che, proprio per la sua assenza, aveva finito per l'essere presentissimo nella sua vita.

Quando lo incontrai mi raccontò di alcune sue mirabolanti avventure, impossibili da ricordare tutte... ma furono abbastanza per darmi una sensazione che, nel tempo in cui ebbi modo di conoscerlo meglio, non ebbe mai modo di essere smentita.

Andò via dalla sua casa natale un giorno di una calda primavera, quando mentre leggeva un libro sul dondolo sotto il porticato, la sua attenzione fu colta da qualcosa che scintillava nell'aria.

Subito, come guidato da un istinto ancestrale, pensò: "E' oro!"

E si mise a seguire quel luccichio portato via dal vento. Passò mesi vagando, per lo più alzando lo sguardo verso il cielo in attesa che lo scintillio si manifestasse nuovamente, cosa che accadeva, non sempre ma abbastanza spesso da far sì che non riuscisse a pensare ad altro.

Fino al giorno in cui vide qualcosa di dorato volare davanti a sé, seguì quella traccia luminosa fino a vederla volare all'interno di un piccolo bosco, in una radura, fino a quando non si posò per terra.

Si avvicinò col cuore colmo di emozione per poi scoprire, dopo mesi, che si trattava di un pezzo di carta stagnola dorato, di nessun valore. Questo sulle prime lo colpì come un maglio sui denti, ma ben presto la sua per certi versi geniale capacità di astrazione lo portò a prendere consapevolezza di qualcosa di fondamentale: non importava quanto fosse stato capace di vedere bellezza nel mondo fino a quel giorno sotto il portico, non importava quanto fosse stato capace di creare a sua volta bellezza... l'oro! L'oro era la risposta! L'oro, lo sentiva dentro di sé con una chiarezza che gli risultava incomprensibile, era l'unica cosa che potesse davvero dare valore alla sua vita.

Fu così che costruì la capanna, la casetta per gli uccelli e tutto ciò che vi era intorno.

Mi raccontò di come avesse iniziato a setacciare il ruscello alla ricerca di una vena aurifera che potesse un giorno placare la sua sete, e di come una volta avesse scorto delle pagliuzze d'oro nel setaccio, avesse deviato il corso del ruscello e avesse iniziato a scavare.

Lì, dieci centimetri sotto il letto del corso d'acqua, vide affiorare una superficie dorata e il suo cuore si riempì di gioia. Mi confesso di essersi sentito felice in quel momento. Sentiva che si trattava di una pepita enorme, la pepita con cui (lo sapeva) si sarebbe incontrato un giorno.

Ne fu così felice da non scavare direttamente intorno alla superficie dorata. Disegnò con un bastone un cerchio tutto intorno, con un diametro di almeno due metri, guardò e si disse: "Sì, non sarà di certo più piccola di così, la mia pepita".

E scavò, scavò per lungo tempo evitando accuratamente che il terreno intorno a quel piccolo centimetro quadrato dorato si sollevasse. Voleva conservare intatta, dentro sé, l'emozione per la scoperta fino al momento in cui la pepita non sarebbe emersa in tutto il suo splendore.

Quando mesi dopo aveva isolato un cilindro di terreno largo due metri e profondo almeno tre, decise finalmente che era arrivato il momento di incontrare la sua pepita e scavò intorno al centro del cerchio che si offriva alla sua vista.

"Adesso sono pronto", si disse.

Quando si trovò tra le mani un tappo di birra dorato, rimase immobile a contemplarlo. Sapeva quanto quel tappo non avesse a che fare con l'oro, ma subito si venne in aiuto pensando: "Ecco, un tappo è stato tolto, da ora in poi nulla si frapporrà all'incontro..."

Potrei raccontarvi tantissime altre storie così, ma immagino che finirei con l'annoiarvi.

Cioè che mi colpì fu il modo in cui ci salutammo. Andai a trovarlo dopo un po' di tempo dalla mia ultima visita, lo trovai che sprangava la porta della capanna, zaino in spalla.

Gli chiesi cosa stesse accadendo, mi rispose: "Vado verso Nord, stamattina ho sentito provenire da lì un fortissimo odore di oro!".

Lo guardai perplesso, ma sembrò non accorgersene, preso com'era dai preparativi per la partenza.

Gli chiesi: "Ma non pensi che questa continua ricerca dell'oro ti distolga da te stesso?"

Mi rispose con occhi lucidi e sgranati: "Io? Cercare l'oro io? Ma no, da sempre è l'oro che cerca me".


Sarei tentato di dire che dal cercatore di pepite imparai qualcosa, ma penso che impariamo sempre da noi stessi, a volte in casi come questo per tramite di qualcuno.

Ciò che pensai è che anche qualcuno capace di rendere speciale un posto come la radura, anche qualcuno capace di cogliere la bellezza nel mondo, se non vede se stesso, rischia di perdersi nella ricerca di qualcosa di luccicante che risponda al bisogno di dare un valore alla propria vita.

E perde la capacità di sognare se stesso.

Ed è capace di dire di non essere alla ricerca di niente.

Il che, in un certo senso, è vero.



22 Dicembre 2010