13.12.08

Spigolature

"Prego, accomodati".

"Grazie. Carina casa tua. Ah, ma non metti addobbi di Natale?"

"No, no, grazie a Dio sono ateo e non festeggio il Natale".


13 Dicembre 2008

7.12.08

Rebus

(Soluzione 2, 4, 4, 10, 4, 6)

Il fumo noce gravemente alla salute.

6.12.08

Smile from outher space

Scena 1:

Interno giorno, un ufficio con ampie vetrate prospicienti un giardino di abeti, ulivi e limoni.


Un gruppo di colleghi, disposti in cerchio attorno a un tavolo su cui troneggia un vassoio di cibarie varie, portate da una collega nuova che festeggia il compleanno.

Nell'aria profumo di dolci e convivialità di forma.

Arrivo Dirigente nella stanza, il Dirigente pone una domanda rivolta alla platea: "Ma nessuno ha preparato il caffè?"

Rispondo: "Vado a farlo io"

Si libra nell'aria il commento di una collega: "Eh, Massimiliano è un uomo da sposare."

Rispondo, con fare artatamente distaccato: "Ma chi devo consumare?"

Dirigente, con fare confidenziale e scherzoso: "Sì, sì, dici sempre così, ma lo sappiamo che sei un tesoro, ma poi sei giovane..."

Io, col sorriso sulle labbra e negli occhi: "Eppure ieri, per la prima volta, mi sono sentito tutti i miei 35 anni sulle spalle. Sono tornato a casa,
ho posteggiato l'auto, la stessa fin dai miei 18 anni, sono sceso, ho chiuso la portiera e ho ripensato a tutte le volte in cui ho compiuto questo gesto in 17 anni, alle volte in cui ero euforico, a quelle in cui ero stanco, a tutta l'acqua che è passata sotto i ponti...

- il dirigente annuisce interessato, in primo piano - s
ullo sfondo gli altri, sfocati, guardano con aria sconcertata -

...e sentivo che sono troppo attratto dal lato disarticolato della vita per desiderare la stabilità e che però ho una vita troppo regolata per sentire ancora il senso epico dell'esistenza, come fossi un cacciatore di draghi come ero a 18 anni..."

Dirigente: Te l'ho detto, 'ste cose dovresti scriverle...


Collega: "Ehm... vai a fare il caffè, sù... ma tu... andare da uno psicologo, psichiatra... niente eh?"

Scena 2:

Corridoio, un tizio barbuto (io) avanza allegro verso i lavabi, tenendo con le mani un vassoio con una caffettiera sporca da lavare.

E sorride.

Sorride.


Sorride compiaciuto.

Sorride gustando il proprio sorriso.

E pensa.


E si vede come un alieno capitato per sbaglio in un mondo che non capisce fino in fondo, e che lo guarda con un misto di diffidenza e attrazione...

E sorride, pensando: Prima o poi ritroverò le mie stelle.





P.s.: il caffè venne buonissimo.



27 Novembre - 6 Dicembre 2008

21.11.08

Il tempo che ci vuole

Ricordo che quand'ero piccolo, un giorno, fui trascinato in parruccheria da mia madre perché mia sorella doveva farsi tagliare i capelli.

Era il periodo in cui "famiglia" era una nome collettivo i cui verbi davvero andavano coniugati usando la terza persona singolare. "Domani si va dal parrucchiere"... nessuna deroga, nessuna concessione a improbabili (per quell'età) personalismi: si era un tutt'uno, e come un tutt'uno ci si muoveva.

Ricordo che mia sorella, bellissima allora come ora, portava i capelli abbastanza corti... s
i sedette (con l'ausilio di diversi cuscini) sulla poltrona per taglio e messa in piega e alla domanda "Allora, come li vuoi tagliati?" rispose "Così", indicando una di quelle orrende foto che ai tempi (ora non saprei) era uso appendere alle pareti... con modelle con pettinature altamente improbabili, così ardite da richiedere secondo me l'uso della vetroresina al posto della lacca per stare su.

I primi anni '80, per chi se li fosse persi, sono stati una specie di sospensione dalla decenza a livello di gusto estetico: ovunque vedevi capelli assurdi come quelli qui accanto, camicie di lucente raso di tutti i colori (notevolissimi il fucsia e il rosa shocking), con spalle a palloncino stile giullare medievale.

Dunque quel giorno mi sorella espresse il suo gradimento per una capigliatura, indicando una foto. Tutto normale, non fosse che la foto che aveva indicato ritraeva una modella con i capelli più lunghi di quanto lei non li avesse in quel momento. Una di quelle meravigliose incongruenze tipiche dei bambini... e dei politici.

Da bimba intelligente qual'era (peraltro propedeutica alla donna intelligentissima che è oggi), ci mise poco ad afferrare la spiegazione secondo cui l'arnese capace di fare allungare i capelli non è una lama, ma il tempo.

Il tempo.

Qualche giorno fa portando a spasso Camilla ho alzato lo sguardo verso il recinto del giardino di una villa, uno di quelli di ferro pieno a "rete" con motivi romboidali, ed ho visto una siepe fittissima affacciarsi dall'interno del giardino verso la strada, insinuando i propri rami all'interno del recinto, ramo dopo ramo, ciascuno con il proprio rombo attraverso cui passare...

E mi sono detto: "Cacchio, voglio un recinto così".

Niente di male, non fosse che mi mancano, in ordine sparso:
- la siepe
- il recinto
- il giardino
- la villa
- una condizione economica che mi permetta di possedere le suddette cose (forse per la sola siepe potrei avere speranze)
- una seppur minima prospettiva lavorativa che mi permetta di uscire dalle secche del precariato a 620 euro al mese

Ma soprattutto, manca l'ingrediente principale: il tempo. Perché non vorrei "quel" recinto, ma un mio recinto, con la mia siepe... e al di là della villa, che poi alla fine non saprei neanche che farmene, vorrei forgiare il recinto, piantare il seme della siepe, darle acqua, vederla crescere, tingere il recinto di anno in anno per preservarlo dalle intemperie, vorrei vedere i germogli crescere, diventare forti, diventare volitivi, assertivi, vederli insinuarsi tra i rombi, vederli fare delle curve sinuose, diventare nodosi, diventare secchi in autunno, rifiorire in primavera...

Perché, nelle cose, ci vuole il tempo che ci vuole.

Guardo intorno a me i miei compagni di viaggio in questa bizzarra sequenza di eventi chiamata vita, e vedo che ognuno ha il proprio recinto, la propria siepe da desiderare.
Per qualcuno è una personalità già definita, per qualcun altro è un contratto di lavoro a tempo indeterminato, per qualcun altro ancora è il faro che ti guidi tra le nebbie di un periodo un po' così, in cui ti senti un po' perso e spaesato, senza punti di riferimento...

E per tutte queste cose, gli strumenti giusti non sono la "decisione" o il mero "desiderio", ma il lavoro su se stessi, e soprattutto il tempo.

No, per dire... ho cominciato a scrivere questo post tre giorni fa... arrancando un po' alla ricerca di ispirazione, un po' alla ricerca del tempo necessario per scriverlo... ecco, il tempo... proprio quello che ci vuole.



21.11.2008

13.10.08

Heavy Butter Thunder

"...I like smoke and lightning
Heavy metal thunder..."
(Steppenwolf - Born To Be Wild)



...Get up, stand up...

Ciao Bob...

...Stand up for your right...

che ci fai dentro quella scatolina a cantare per me?

...Get up, stand up...

Dai Bob, ieri non ho neanche fumato...

...Don't give up the fight...

Ah, cacchio... è la sveglia. La sveglia del lunedì, quella che sta alle sveglie del resto della settimana come la regina sta alle altre api dell'alveare.

Procedura di attivazione di emergenza, contando sulla doccia pre-notturna avevo postposto l'orario della sveglia dalle 6.16 alle 6.26 (mantenendo l'assetto palindromo del tutto), ignorando colpevolemente il fatto che una doccia mattutina non me la sarei negata comunque.

Accensione router, accensione pc, accensione monitor, con contemporaneo avvio delle funzioni corporali mattutine (leggasi copiosa pipì di start-up)... Torno dal bagno e metto su Winamp una playlist con "The Four Horsemen", "Battery" e "Master Of Puppets" dei Metallica, pur ad un volume decente per l'orario, con l'intento di dare alla sferzata necessaria per uscire dalle nebbie della sonnolenza una colonna sonora che facesse da sostegno.

Mi dirigo, immerso in questo sottofondo, verso il mobile cucina intento a preparare il caffè. Come ogni lunedì che si rispetti... barattolo del caffè vuoto, barattolo dello zucchero quasi.

Apro lo sportello inferiore della credenza in cui tengo le riserve, trovo una confezione di caffè ma niente zucchero: ok, quello che c'è ce lo faremo bastare. Verso il caffè nel barattolo e per far sì che accolga tutti i 250 gr. comprimo la prima rata versata... e per farlo scelgo non un cucchiaino, ma una palettina da gelato, di quelle di metallo.

Continuo a versare, riempio il contenitore, prendo la caffettiera dal gocciolatoio sopra il lavabo, godo come ogni mattina nel rito del versare l'acqua minerale esattamente fino a metà valvola, come fosse un kata di una arte marziale da caffeinomani e mi accingo a versare il caffè.

Giusto per non deludere troppo la mia pigrizia, inizio a versare il caffè nella moka utilizzando la palettina da gelato che mi era servita prima per pareggiare il caffè nel barattolo.

Intanto James Hetfield canta:

Time...
Has taken its toll on you
The lines that crack your face
Famine...
Your body it has torn through
Withered in every place
Pestilence...
For what you have had to endure
And what you have put others through
Death...
Deliverance for you for sure
There is nothing you can do

Guardo il caffè versarsi nella moka... e a differenza di quanto avviene di solito con il canonico cucchiaino, non devo fare grandi movimenti di polso, basta sollevare di poco la palettina e il caffè scivola quasi da sé. Le meraviglie della forza centripeta in un lunedì mattina qualunque.

Ma lì, sotto la luce calda della lampadina della cappa di aspirazione, filtrata da un vetro di plastica smerigliata color "opaco d'annata", il tutto avviene in maniera davvero... illuminante.

Guardo la palettina... lucentissima, liscissima, il caffè le scivola sopra senza lasciare un minimo granello a memoria del proprio passaggio.

Mentre i Metallica continuano a ruggire dalle casse del PC, realizzo: il metallo è liscio, freddo, non si lega ad altre particelle se non con un processo di fusione (e questo pensiero, in ricordo delle sbronze e delle canne giovanili mi strappa un sorriso)... diversamente rimane lì per i fatti suoi, toccato da tutto ma senza diventare parte di niente, senza lasciare che niente diventi parte di sé.

E ripenso al me adolescenziale, con 5 orecchini (quattro
ancora testimoniano quei tempi nei miei lobi), capelli ricci lunghi, vestito come fossi stato reduce da una gita sotto un tosaerba...

Ripenso al mio essere sempre stato attento agli altri, aperto al dialogo, simpatetico piuttosto che simpatico...

Rivedo me sulla moto, custom per destino, con le marmitte svuotate (dal rumore della moto viene il termine "Heavy Metal", dal verso
"...I like smoke and lightning, Heavy metal thunder..." di Born To Be Wild degli Steppenwolf), il giubotto jeans senza maniche con una augoriosa accoppiata teschio più aquila con le ali spiegate... fermo prima delle strisce pedonali per far attraversare qualcuno, foss'anche una signora ingioiellata che ha sempre rappresentato la cultura che sento agli antipodi rispetto alla mia...

Rivivo tutti i momenti con i miei amici, delle mie relazioni affettive... momenti di cui mi è sempre rimasto addosso qualcosa... a volte così poco da renderne difficile il ricordo, a volte parecchio, a volte così tanto da far sì da non riuscire a pensare ad altro per tantissimo tempo, quello necessario a metabolizzare.

Guardo la palettina e realizzo: non sono mai stato metallaro...

A dispetto del fatto che a tutt'oggi una chitarra distorta cattura la mia attenzione, a dispetto del fatto che i Metallica mi ammoniscono cantandomi

"...
Smashing through the boundaries
lunacy has found me
cannot stop the Battery
Pounding out aggression
turns into obsession
cannot kill the Battery..."

...ho appena fermato la mia personale Battery...

Non sono metallo, sono burro... mi sciolgo in relazioni entropiche, riesco a far sì che alcune cose mi scivolino addosso ma la maggior parte arriva dentro di me come fosse una lama calda, mi impasto, partecipo, mi insinuo, mi mescolo, divento parte di cose che si conservano, di cose che si bruciano, lascio nella vita degli altri tracce di me difficili da pulir via...

Torno al pc con la tazzina del caffè in mano, chiudo Winamp... e mi trovo a pensare: certo che "Mi piacciono il fumo e i fulmini, Tuono di burro pesante" suona davvero male, lo ammetto.

Guardo la palettina che ora sto girando per sciogliere lo zucchero nel caffè e mi dico: da domani non si deroga... cucchiano deve essere, e cucchiaino sia.


13 Ottobre 2008

29.9.08

Blackout

Immagina di essere un giardiniere. Di svegliarti la mattina con la sveglia del telefono cellulare, di controllare gli eventuali SMS ricevuti durante la notte... di accendere la luce del comodino, di alzarti, di mettere in cucina il caffè sul fuoco, di aprire il pacchetto di sigarette, di prepararne una mentre il caffè già macinato sale nella moka, di prendere un pacco di biscotti, di sederti al tavolo Ikea per fare colazione, ascoltando le news sulla TV satellitare. Immagina poi di accendere il PC e il router mentre ti dirigi verso la doccia, di tornare pulito e profumoso (non profumato) verso il computer, di leggere la rassegna stampa gustando la sigaretta accesa da un accendino, di controllare le email, i commenti su flickr, di aprire MSN, di salutare i mattinieri come te. Immagina di uscire infine, di accendere la tua auto, di portarti sul luogo di lavoro, il giardino di una scuola, di scaricare la motosega dall'auto e di provvedere a tagliare i rami secchi.

Immagina adesso di essere lo stesso giardiniere, ma 150 anni fa. Di svegliarti al canto del gallo, di cercare nella penombra gli zolfanelli con cui accendere il lume ad olio, di andare in cucina per tostare un po' di caffè in una teiera posta su assi di legno che avrai avuto cura di accendere con tutto il tempo che necessita, di macinare il caffè, di prepararlo sul fornello della stufa a legna, non prima di essere uscito per prendere dell'acqua dal pozzo e di aver controllato la cassetta delle lettere per il raro caso in cui qualcuno ti abbia scritto, cosa che accade quando c'è soltanto un vero motivo per farlo. Immagina di riscaldare il pane che avevi infornato il giorno prima, di cospargerlo di conserva di fragole che hai preparato durante l'estate, di fare colazione col caffè e di prepararti a gustare qualche boccata di sigaro. Immagina poi di prendere altri secchi d'acqua dal pozzo, di metterli sul fuoco per riscaldarli e di preparare la tinozza in cui avrai versato, con cura e parsimonia, poche scaglie di sapone, giusto quelle che servono. Immagina di asciugarti, lento, e di indossare gli abiti da lavoro. Immagina di finire di scrivere quella lettera che da tempo componi per un'amica lontana... di chiudere la busta con la ceralacca. Immagina di uscire da casa, di caricare gli attrezzi di lavoro sul calesse e di recarti verso il posto di lavoro, deviando per il corso del paese per lasciare la busta all'ufficio postale (deserto), per poi proseguire verso la villa in cui devi potare gli alberi. Immagina di arrivare, di essere accolto da qualcuno che darà ristoro al tuo cavallo, di prendere la vecchia e arruginita sega a mano e di cominciare, con forza, pazienza e maestria, la potatura necessaria.

Non so cosa ne pensiate voi, ma di certo 150 anni fa non conoscevano la noia come la conosciamo noi, che conduciamo una vita piena di eventi e povera di significato.

P.s.: non sono un giardiniere :)



29 Settembre 2008


15.8.08

No U turn

Immagina di essere a bordo di un'auto. Immagina di essere in viaggio, di essere partito senza meta e di aggiungere dopo ogni sosta, dopo ogni città visitata, qualcosa che aumenta il bagaglio da portare con te. Immagina che i primi bagagli che hai caricato siano messi sul tetto, riposti in una di quelle vecchie valigie di cartone pressato con l'interno di tessuto sintetico verdino e l'esterno in quasi finta pelle... così finta da sembrare finta per davvero, legata con una vecchia corda di quelle che se le fai scorrere tra le mani portano con sé buona parte della tua pelle.

Immagina che ti capitino dei tragitti così lunghi da non scendere neanche dall'auto e, quando ti fermi, di continuare ad accatastare bagagli su bagagli su quel tetto. Legati questi con delle corde più recenti, di quelle fatte con materiali resistenti, con ganci di acciaio alla fine.

Immagina che con il peso di questo crescente bagaglio a volte la marcia rallenti, che si faccia di tanto in tanto più difficoltosa, tanto da farti chiedere se non sia il caso di rinunciare a qualche valigia, a qualcuno dei souvenir che hai portato con te lungo la strada.

Immagina che quella vecchia valigia di cartone sia, da sempre, la base non solo figurativa della piramide dei bagagli e che mai potresti pensare di separartene. Rinunceresti piuttosto a qualcuno dei bagagli che ha avuto un senso portare con te per una parte del tragitto, ma che ora possono anche sembrarti superflui.

Immagina di decidere che tutto sia importante e che vada portato con te, anche a costo di rallentare la marcia.

Immagina che più strada compi, più quella valigia viene seppellita da altri bagagli, immagina di perderla di vista per un po' di tempo, che ogni volta che ti rimetti in marcia e guardi l'auto su cui stai per salire, quella valigia sia semplicemente nascosta alla tua vista da tutte quelle che le stanno sopra. Non è un giudizio di merito, è una questione di prospettive che mutano.

Immagina di essere un giorno in autostrada per un tragitto particolarmente lungo, di andare abbastanza spedito e di ascoltare alla radio il tuo pezzo preferito, di goderti il viaggio... e di veder spuntare all'improvviso sul parabrezza un lembo di quella vecchia corda, recisa.

Immagina di non avere neanche la prontezza di alzare il piede dall'acceleratore, ma di guardare prontamente nello specchietto retrovisore e di vedere lì, al centro della striscia di asfalto che ti si srotola alle spalle, quella vecchia valigia di cartone aperta, con tutto ciò che contiene disseminato sulla strada senza alcun ordine.

Immagina che tutto il contenuto disposto così, a casaccio in uno spicchio di realtà riflessa, abbia molto meno senso di quanto fino a quel momento pensavi ne avesse avuto. Immagina di realizzare in un istante di non avere alcuna voglia di fermarti a controllare quali bagagli siano rimasti sul tetto, né di controllare se siano ancora saldi sul tetto... né tantomeno alcuna voglia di provare a tornare indietro per recuperare quelli che hai perso, vecchia valigia compresa.

Immagina di avere una sensazione strana allo stomaco, come un fugacissimo istante di potenziale ripensamento.

Immagina di guardare ai bordi della strada e di non stupirti affatto nel vedere cioè che vedi.

Immagina di sorridere, con un sorriso amaro e definitivo, constatando che l'unica via percorribile è davanti a te.

Bene, hai immaginato l'inimmaginabile, che a dispetto del proprio nome a volte non è meno che reale.


(foto da internet, postproduzine mia)


15 Agosto 2008

25.7.08

Ferie

E alla fine, arrivarono le ferie estive. Sono in ferie da mercoledì scorso, lo sarò fino al 10 agosto compreso.

Non è molto, ma abbastanza... anche perché queste ferie formali seguono quelle sostanziali, mentali, che sono cominciate col viaggio a Bologna. Di ritorno da quel viaggio, non sono minimamente riuscito a calarmi emotivamente nella vita di prima, né peraltro ho minimamente provato a farlo.

Vivo con questa discrasia, l'ennesima nella mia vita, con indolente fatalismo. Faccio ciò che facevo prima del viaggio, sono diverso da come ero prima del viaggio. Diverso ma non nuovo... più simile a me stesso piuttosto, al me stesso non seppellito sotto la coltre della disincanta consuetudine di questi anni.

In ferie dunque, salvo stravolgimenti impensabili, va anche il blog. E anche "lui" era sostanzialmente in ferie da qualche tempo, un po' perché ultimamente (e la cosa mi stupisce non poco) trovo più gratificante esprimermi per immagini piuttosto che con le parole (http://www.flickr.com/photos/fattorezero), un po' perché nel ritorno al futuro personale che sto vivendo... parafrasando una vecchia mia frase, che recitava "ero così impegnato a cercare un modo per vivere bene da essermi dimencato del tutto di vivere", in questo periodo posso dire:

"Sono così impegnato a vivere bene da essermi dimenticato del tutto di cercare un modo per vivere".

E non mi pare un cambiamento da poco.

Molto sta nelle frequentazioni, e non si tratta di mero bisogno di concretezza... ché quella esecrabile mi sembrava prima, ed esecrabile continua a sembrarmi ora.

E' il piacere di vivere le cose belle che ti si parano innanzi, da Ludovico alle passeggiate in moto, dalle uscite fotografiche alle serate da Rosario con Fabrizio, Graziella, Florinda e il suo spassosissimo Ukulele (ne ho ordinato uno anch'io, dovrebbe arrivare a breve), alle chiacchiere infinite sul dondolo all'aroma di Southern Comfort e toscanelli alla grappa, ai minchionamenti con Marisa e Andrea, le chat con Donatella in attesa del suo ormai imminentissimo arrivo a Palermo...

Tutto davvero bello, all'insegna del chi c'è c'è, chi non c'è non c'è.

E non manca nulla, perché ci sono io, quello vero, a farmi compagnia.


25 Luglio 2008

5.7.08

Senza parole

Piccoli inconvenienti derivanti dall'essere governati da un individio a dir poco bizzarro.





5 Luglio 2008


4.7.08

''Ma sei così di tuo o prendi qualcosa?''



A Donatella che subisce la mia creatività malsana al mio risveglio dopo la dormita pomeridiana e mi chiede: Ma da dove ti vengono certe cose?...


A Fabrizio, che insiste nel dirmi che ho una creatività fuori dal normale, soprattutto con le parole...

A Rosario, che ad ogni mia foto ai suoi canuzzi commenta "E' geniale"...

Ad Andrea, che ai racconti di vita vissuta dice sempre: "Ah, certo, e tu sei normale, vero?"...

A Iole, che mi dice spesso "tu non sei normale, mangi pane e lucchia"...

A Florinda, mia compagna di babbio malsano e di battute di idiozia reciproca non indifferente, e per converso al signor Intercettatore...

Ad Antonella, mia collega di lavoro, che non perde occasione per dirmi "Ma come fai a pensare certe cose? Solo a te vengono in mente"...

...e a tutti quelli che vengono a contatto con la mia stramberia quotidiana mi piacerebbe poter svelare il mio segreto... Colazione al mattino, caffè, biscotti, sigaretta, una pillola di Fattore e una di Zero, e il gioco è fatto.

Ma non c'è segreto da rivelare, solo la voglia di mantenere un po' di stupore verso il mondo... probabilmente aiutata dal fatto che, ne sono certo, come un novello Obelix da piccolo sarò caduto davvero nella pozione della lucchia :)


4 Luglio 2008

2.7.08

Marta sui Robi

Crescere insieme... vedere il tuo miglior amico forgiato dalla vita, dalla coerenza con cui ha convissuto e sopportato il peso delle proprie scelte autonome, controcorrente... vederlo cadere, rialzarsi, non perdere mai la voglia di andare avanti... vederlo concepire ed enunciare ed esporre teorie sulla caducità del tutto... ed amare lui e le sue contraddizioni, le sue luci e le sue ombre... Poi arriva Marta... e sui loro volti si stampa questo sorriso perenne, troppo radioso per essere "pensato"... Un sorriso da dentro, poderoso, contagioso. Vedervi sposare è stata una emozione così grande da sembrare normale, gestibile, rassicurante. E non vi auguro la felicità... vi auguro solo di non perderla mai :)




Sala Rossa del Palazzo Comunale di Bologna
Sabato 7 Giugno 2008

28.6.08

Can't take my eyes off you

L'amore materno, paterno, dei fratellini, l'amore dei nonni, dello zio... amore vero ma filtrato attraverso la cognizione, volenti o nolenti.

A volte cogli invece quel sentimento primordiale, non mediato, di un esserucolo di un mese che guarda la propria madre con un amore sconfinato, non contrattabile, puro, essenziale e perfetto come una linea retta che congiunga i due estremi del cuore.



Can't take my eyes off you

28 Giugno 2008

22.6.08

Povera patria

Povera Patria

Squarcio nel muro della Stazione Centrale di Bologna, in ricordo delle vittime della strage fascista del 2 agosto 1980.

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Citazione a memoria da RatMan, di Leo Ortolani.

"Lo trascinarono in un vicolo buio e lo pestarono. Quando ebbero finito le prime ferite si erano già rimarginate".

Un po' quello che succede all'Italia, senza soluzione di continuità.

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Bologna, 7 Giugno 2008

21.6.08

C'era una volta, e c'è ancora...

C'era una volta, e c'è ancora, una bimba chiamata Lola.
Ma di questo vi racconterò dopo.


C'era una volta, e c'è ancora, un villaggio costruito al centro di quello che i suoi abitanti chiamavano Magikepòs. Era questa una radura, una grande distesa d'erba ai piedi di una montagna ripidissima e benevola, che proiettava nel pomeriggio la propria ombra sulle case del villaggio e che lo proteggeva dai forti venti del nord.

Al centro del villaggio c'era una piazza con un pozzo, che di giorno si riempiva di gente indaffarata. Vista dall'alto con gli occhi di un gabbiano, avreste detto che fosse il cuore pulsante del Magikepòs, e così era in realtà.

E come quasi sempre accade, se il cuore pulsa, il corpo vive... così dalla piazza cuore del villaggio, in ogni direzione si succedevano le case degli abitanti. Case piccole, semplici, costruite ciascuna da coloro che la abitavano secondo il loro gusto e le loro capacità, facendo sì che ad ogni strada, ad ogni incrocio, gli occhi dei bimbi si riempissero di nuova meraviglia.

C'era la casa del mugnaio, con il suo mulino a vento... la casa del falegname, che a guardarla bene sembrava quasi un comodino con le finestre... la casa del lituaio, bombata, ricordava il fianco di un ukulele...

Le persone che popolavano il villaggio erano per la maggior parte allegre ed operose, gente semplice che conosceva il piacere della fatica ma che non disdegnava di divertirsi in compagnia. Bellissime le sere d'estate a bere birra e a danzare nella piazza del villaggio, ma memorabile soprattutto la festa del solstizio d'estate, il 21 giugno, quando tutti gli abitanti del villaggio, nessuno escluso, si riunivano appena fuori dall'abitato, lì dove venivano montati un grande palco, dove si alternavano gli artisti e i giocolieri, l'albero della cuccagna, la fiera degli animali... e durante questa festa scorrevano fiumi di vino e birra, si accendevano tantissimi falò, ciascuno bruciava delle cose vecchie per inneggiare al nuovo anno solare che iniziava, e tutti si divertivano senza sosta fino all'alba, danzando allegramente per tutta la notte.

Viveva in quel villaggio una bimba, che tutti chiamavano Lola. Era la figlia del Mastro di Cerimonie, colui che sovrintendeva a tutte le attività divertenti che venivano organizzate nel corso dell'anno. Lola era felice di vivere a Magikepòs, amava andare in giro per le vie del villaggio alla ricerca di nuovi angoli da esplorare, e chiedeva sempre a tutti un po', ascoltava le risposte con compita attenzione, ma poi l'unico parere che teneva in conto era il proprio.

Un giorno di fine primavera, mentre andava in giro per le vie del villaggio dopo avero comprato delle olive per la mamma, Lola si trovò a pensare a quante strade avesse già visto e quante ce ne fossero che non aveva con
osciuto, con un senso latente e inconsapevole di malinconia, quasi sentendo dentro di sé che un giorno quel senso costante di stupore sarebbe potuto svanire, come un tarassaco trascinato via dal vento.

Fu così che camminando immersa nei suoi pensieri di bimba si accorse di essere arrivata fuori dal villaggio, in un posto che le sembrava sì familiare, ma che non riusciva a riconoscere. Si guardò attorno, era in un prato
senza alberi... da un lato, lontane, le case del villaggio con la montagna alle spalle... dall'altro uno spiazzo immenso.

Notò un buco nel terreno e capì. Camminando sovrappensiero era arrivata nel luogo in cui si svolgeva la festa del solstizio, il buco nel
terreno era quello dove veniva messo l'albero della cuccagna. Ricordò le feste cui aveva partecipato con la sua famiglia e ad un tratto si accorse che quel punto, quello spiazzo, era stato fino ad allora il confine della sua vita, non si era mai allontanata più di così da casa, e mai da sola.

Spinta dalla curiosità, che è il bocciolo dell'intelligenza, decise di continuare ad esplorare quel prato, attratta da qualcosa che v
edeva lontano all'orizzonte. Mentre camminava i suoi capelli neri erano attraversati da un vento libero, fresco, deciso come mai lo aveva sentito prima d'ora. In quel prato il sole era più forte che altrove, i colori più vividi, i fiori emanavano un profumo che veniva trasportato nell'aria senza ostacoli.

Sperimentò per la prima volta la vertigine della libertà, quel senso di inebriante smarrimento che si prova di fronte a qualcosa che
è del tutto nuovo. Alzò lo sguardo al cielo e le si dipinse sul volto un sorriso sconfinato come solo quelli dei bimbi sanno essere, un sorriso in cui la vastita che contemplava si rifletteva, restituita al mondo con una luce nuova.

Continuò a camminare fino a quando si trovò di fronte a una siepe alta almeno tre volte più di lei. La guardò con divertito sospetto, provò a far passare una mano attraverso, ma i rami fittissimi glielo impedirono. Guardò alla
propria destra, e vide che la siepe si allungava, compatta, fino alle pendici della montagna. Guardò a sinistra e vide la siepe distendersi a perdita d'occhio, come un serpente indolente che dormisse sotto il sole.

Capì di essere arrivata al confine di Magikepòs e questo le mise una strana sensazione addosso, insieme voglia e paura di sapere cosa ci fosse oltre. Provò a saltare, ma per quanti sforzi facesse, non riusciva a sollevarsi se
non per pochi centimetri da terra.

Allora, come obbedendo a quanto scritto in una pagina del libro della propria vita, senza sapere bene perché, scavò una buca nel terren
o, in prossimità della siepe, e vi mise dentro tre olive. Promise a se stessa: "Tornerò ogni giorno in questo posto incantato".

E così fece per qualche tempo, durante tutta l'estate, as
pettando quasi ogni giorno che il sole fosse quasi tramontato prima di tornare a casa. Giorno dopo giorno portava con sé prima dell'acqua per abbeverare il terreno e poi, quando vide spuntare una piccola pianta, cominciò a portare con sé anche alcuni tra i suoi libri, così dopo aver dato l'acqua al bocciolo restava lì, seduta a guardare ogni tanto la siepe, rinnovando quel senso di cupo stupore, ma dedicandosi al suo alberello, raccontandogli le proprie giornate, leggendogli i suoi passi preferiti, parlandogli di continuo. Non disse mai a nessuno della siepe, lasciò che quel luogo fosse solo suo.

Finì l'estate e arrivò un piovoso autunno. Cominciò la scuola e, con essa, una nuova stagione della vita di Lola. In questo periodo scoprì che lo stupore non è dato solo dalle case, dalle vie, ma anche dalla gente... imparò a cogliere il carattere delle persone con cui parlava, conobbe il tepore confortante dell'amicizia ma anche il gelo che può riservare al tuo cuore, conobbe la fiamma divorante dell'amore, il buio totale e disperante dell'abbandono, l'attrazione ammaliante delle promesse e soprattutto quella irresistibile delle promesse impossibili, che non possono essere smentite né mantenute.

E così, travolta dal fiume in piena di percezio
ni che le si presentavano ad ogni nuovo giorno, Lola piano piano dimenticò del suo amico albero. Alla festa del solstizio successiva non ebbe occhi che per il figlio del cassiere della banca, lo vide arrampicarsi agile e veloce sull'albero della cuccagna, ricevette con un sorriso imbarazzato i fiori che lui raccolse per lei... a quella ancora successiva trascorse quasi tutta la notte con le sue amiche più care, raccontandosi i loro affari di cuore, progettando il proprio cammino in quella selva intricata che gli adulti chiamano futuro. L'anno dopo ancora stiede tutta la sera sotto il palco in cui si esibivano musicisti e giocolieri, affascinata dalla mastria con cui riempivano l'aria gli uni di suoni deliziosi, gli altri di oggetti che disegnavano traiettorie ammalianti.

E anno dopo anno la vita di Lola, che nel frattempo cominciarono a chiamare col suo vero nome Iole, trascorse serena nel villaggio di Magikepòs.

Ma il destino a volte agisce camminando sinuono per strade imperscrutabili.

La sera del solstizio di quest'anno Iole, ormai donna, si accingeva a partecipare come sempre negli ultimi anni alla gara dei bevitori di birra, vero evento della festa. Stava preparandosi ad andare alla festa, ma da
qualche giorno qualcosa adombrava quel sorriso che tutti a Magikepòs avevano imparato ad amare... Aveva sentito negli ultimi tempi che ciascuna persona del villaggio aveva qualcosa da dire, ma cominciava a porsi una domanda che la dava un senso di pesantezza al cuore: "E' tutto qui?"

Stava per uscire dalla sua casa quando gli occhi le si posarono su una piccola pianta che la madre aveva messo sul davanzale, e tutto le tornò
alle mente.

Rivide se stessa bimba parlare con il suo alberello, pensò con tenerezza a Lola, alla bambina che passò una intera estate a coltivare il sogno di un posto che sapesse di libertà, di mistero, di possibilità.

Si mise in cammino verso la festa, ma si limitò a co
steggiare la strada principale. Si fermò a guardare da lontano gli abitanti del villaggio che davano inizio alle danze, guardò i musicisti salire sul palco e accordare gli strumenti, vide il figlio del banchiere corteggiare la figlia del libraio, vide quel brulicare di persone intente a divertirsi, come ogni anno, con le stesse cose.

E provò uno strano senso di estraneità, affettuosa e dolorosa al contempo. Si vide dall'esterno mentre saliva sul palco dei bevitori di birr
a, partecipare alla gara, e non si riconobbe.

Stiede lì a guardare la festa fin quasi all'arrivare delle prime luci dell'alba. Fu allora che rivolse un ultimo sguardo alla gente del suo villaggio, ai volti che avevano costellato la sua vita e il sorriso che le saliva dal cuore fu rigato da una lacrima. Si rimise in cammino e trovò subito la strada per il suo luogo incantato, come se la dolcezza del ricordo avesse fatto riaffiorare le orme dei suoi passi di bambina.

Vide da lontano, nelle prime luci del mattino, la siepe stagliarsi immobile, meno grande di quanto la ricordasse, ma comunque imponente abbastanza da rinnovare in lei quel senso di triste impotenza. Ma si accorse subito di cosa era diverso.

Un grande ulivo si stagliava innanzi alla siepe,
bellissimo, maestoso nella sua placida imponenza. Iole lo guardò commosso, poggio la sua guancia contro il tronco, lo accarezzò e si sentì dopo tanto tempo nuovamente in contatto con la bimba che era dentro di sé.

Non si stupì quando l'albero le parlò.

- "Bentornata, Lola. Ti stavo aspettando."


- "Anche io ho aspettato questo momento, ma ho vissuto come se non lo sapessi."

- "Lo so, e non c'era altro modo in cui avresti potuto viverlo. Sei pronta per scoprire cosa c'è oltre la siepe?"

- "" disse Iole, senza più ombra di timore nella voce.

Si arrampicò sul tronco dell'albero, che sembrava quasi accoglierla per renderle più facile la salita. Ripromise a se stessa di non guardare oltre la siepe se non una volta arrivata in cima, nel punto da cui sembrava provenire la voce dell'ulivo.

La luce del mattino inondava ormai ogni cosa.

Arrivata in cima, l'albero disse: "Guarda Lola, apri gli occhi e la mente a ciò che stai per vedere".


Così fece Iole... e quello che le si offrì agli occhi la lasciò senza fiato. Un panorama immenso si perdeva verso l'infinito oltre la siepe. Vide prati sconfinati innalzarsi in colline verdi, vide campi colmi di fiori che non aveva mai visto prima, vide montagne lontane con la cima ricoperta di bianco, vide una immensa distesa d'acqua che sembrava non finire mai, vide dei grandissimi villaggi fatti di case altissime, vide un cielo di un azzurro che non sospettava nemmeno esistesse.

Guardò l'albero col cuore colmo di gioia ed emozione, la stessa che provava da bambina nell'assaggiare un frutto nuovo, ma al contempo pensò alla sua casa, alla sua gente con un malinconico senso di irreparabile distacco e disse:

- "Tutto questo è stupendo. Come potrò torna
re a Magikepòs sapendo cosa c'è oltre la siepe?"

- "Non devi, se non vuoi"


- "Ma allora... posso andare?", chiese Iole?

Fu in quel momento che, trasportati dal vento, arrivarono gli echi lontani della festa che volgeva al termine... una musica di violini cominciò a librarsi sottile nell'aria.

Rispose l'albero:

- "S
ì... quel mondo che vedi sotto quel cielo immenso è tuo, come tuoi sono quei mari sconfinati... Tua la vita, tuoi i cammini da percorrere e i sentieri che desidererai esplorare. Ricorda Lola, basta volerlo e avere un po' di coraggio... si può fare... tutto si può fare."



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A Iole e Lola, esseri speciali :))))

Massi, 21 Giugno 2008, 1:51

18.6.08

(Dis)umane connessioni

Senza voler scadere nei luoghi comuni... ma a volte cogli più umanità nei comportamenti di alcuni quattrozampe di quanta non se ne colga in alcuni bipedi, asseritamente facenti parte del genere umano. Galileo (a destra) poi è un principe, sempre compito, paziente, rispettoso...

Fabrizio, me' fra, gioca con Galileo, il papà di Livia :)

E le distanze si annullano.

(Dis)umane connessioni

P.s. delle 6:06: Il testo che accompagna la foto, me ne rendo solo ora, è criptico. O meglio, sembra davvero frutto di un luogo comune.

In realtà, a volerlo spiegare meglio (soprattutto a me stesso) è legato a un ricordo preciso.

La foto è stata scattata il 18 maggio, ultima domenica di campionato di serie A. Dopo aver visto l'Inter su un canale cinese (no, dico, festeggiare lo scudetto a colpi di Uan Chin Chun è stato uno strazio, ma Sky costa e mi devo pagare la moto :D) sono andato a casa di amici... ma durante il tragitto, in piazza a Mondello, mi sono imbattuto in una manifestazione legata al ''naso rosso''.

C'erano in piazza dei clown volontari (ciao Gnella :)) che ballavano con i bimbi, cantavano, allietavano le persone e vendevano per beneficienza dei nasi da clown a 1 euro l'uno.

Mi sono fermato, ho salutato Andrea e Serena (amici) che erano lì in piazza, ho salutato Agnese (che era nell'esercizio delle sue funzioni di clown) e ho comprato 3 nasi, uno per me, uno per Rosario, uno per Fabrizio.

Nella foto che ho pubblicato adesso Fabrizio gioca con Galileo con questo naso rosso... ebbene sì, non tiene tra le mani un pezzo di semplice cibo, ma un naso di gomma da clown.

E il parallelo, la (dis)umana connessione sta in questo.

C'erano in piazza decine di persone che assistevano allo spettacolo attratte come le mosche da un residuo di cibo per terra, per inerzia, senza slancio, senza farsi contaggiare dallo spirito giocoso della manifestazione, quanto piuttosto semplicemente perché dove c'è un capannello di gente molti si avvicinano con curiosità non partecipativa.

Poi invece vedi un canuzzo di 5 anni che, pur magari senza sapere di preciso perché, con puro istinto ''infantile'' (che i cani, esseri fortunati, conservano per tutta la vita) si lascia coinvolgere dall'atmosfera del gioco, partecipa, salta, fa le finte... e ti illudi, quasi a voler vedere una chance per un mondo più sensibile e quindi migliore, che esseri tendenzialmente meno attrezzati per cogliere gli aspetti profondi della vita riescono ad essere più partecipativi nelle cose belle di quanto alcuni essere umani non riescano ad essere.

Ed è qui che, concretamente, le distanze si annullano.


18 Giugno 2008

17.6.08

Il principio di Archimede e sue bizzarre attuazioni

Stanotte è arrivato lo scirocco a Palermo. I più nottambuli tra voi lo avranno sentito in diretta, verso le 2... i più mattinieri se ne saranno accorti presto, al risveglio, essendo andati a dormire in una terra fresca ed essendosi svegliati sulla superficie di una mininova (pubblicità occulta).

Chi come me fa parte di entrambe le categorie, cioè quella dei nottambuli che si svegliano presto, avrà assaporato sia l'aria caldiccia della sera (sgrunt) sia il fuoco di questo risveglio (doppio sgrunt). Mettiamoci pure che la notte prima ero andato a dormire alle 4:30 (ciao consorte), mi ero svegliato alle 9, non ho chiuso occhio di pomeriggio ed ho ancora strascichi dell'influenza... tutto procede allegramente verso la catastrofe...

Ma qui c'è il valore aggiunto. Mi sono addormentato intorno alle 3 stanotte, reduce da seminottata di vaga frustrazione tecnologica, ed ho sentito arrivare la tempesta di vento, ho sentito le tende muoversi alle mie spalle, sopra il letto... ma come un personaggio di un film di inizio secolo (quello scorso, quello nostro) vittima di uno scherzo alla Stanlio e Ollio, come fossi solleticato sul naso con una piuma mentre dormivo, ho masticato a vuoto assaporando il fatto che fossi sì cosciente, ma comunque dormiente, e sono ripiombato tra le braccia di fratello oblio.

Dopo un tempo che non avrei saputo calcolare se non a posteriori, grazie all'amorevole e spietato soccorso dell'orologio (avrei scoperto essere le 4:35) vengo svegliato da un evento che credo abbia costituito a tutti gli effetti una sorta di tagliando di metà vita per il mio cuore. Va da sè che se sono qui a scrivere il tagliando è stato brillantemente superato, e per fortuna che il tatuaggio è sul braccio destro...a vvertissi questo pizzicorio costante al braccio sinistro quel "brillantemente" non avrebbe trovato posto in questo... ehm... post.

Dormivo abbastanza beatamente, incosciente del caldo grazie alla notturna sospensione cognitiva, quando vengo spostato di peso nel letto da una massa enorme, che mi si proietta addosso, esercitando una forza tale da costringermi, per istinto, a compiere una mezza rotazione sul mio asse. Da spaparanzato che ero, a pancia sotto come sempre, quasi a formare una X sul letto a una piazza e mezzo, mi trovo faccia all'aria, nel buio, quasi rannicchiato, a verbalizzare il mio stupore in un discretamente prosaico "Che cazzo succede???"

Progressivo risveglio dei sensi... sensazione tattile di pelo abbondante contro il mio fianco sinistro (dormo sempre in boxer, anche d'inverno)... e come in uno di quei tabelloni da stazione dei treni che indicano arrivi e partenze, cambiando di continuio le lettere di ciascuna riga, la mente vaglia varie ipotesi sulla situazione corrente, instaurando un vorticoso dialogo con quella parte vigile di me che ha tempi di risposta all'accensione che neanche la D80, ma che nell'occasione ha fornito risposte stizzuse(1) nello stile della Palla 8 di Donatella.

- "Mi sono accoppiato con una donna particolarmente pelosa e ho rimosso la cosa, e adesso lei è qui al mio fianco?"

- "Tenderei ad escluderlo"

- "Oddio, ho abbordato un camionista irsuto alla ricerca di nuove emozioni e da oggi la mia vita sarà moooooolto diversa?"

- "La mia risposta è no"

- "Ecco, lo sapevo... portare a quella seduta spiritica il peluche a forma di cammello che mia sorella mi ha regalato come souvenir dalla Tunisia non è stata una buona idea... si è animato, vero?"

- "La finisci con 'ste domande idiote?"

A quel punto arrivò una informazione meno tattile e più olfattiva... un odore strano... come di stracci bagnati dimenticati dentro un armadietto a tenuta stagna, misto a fieno per cavalli e polvere stantia... e realizzai.

E fu qui il principio di Archimede (che a memoria recita più o meno "un corpo immerso in un fluido riceve una spinta uguale e contraria al volume della massa spostata") trovò attuazione.

Restituendo la spinta ricevuta, con ormai spirito ritrovato, ho spinto giù quella massa pelosa dal letto al grido di: "Ma vafanculo, Camilla!!!".

Seguì battaglia per impedirle di risalire sul MIO letto (ha il suo divano, ma il mio letto è off limits causa sua bizzarro corredo olfattivo di cui sopra), battaglia nella quale rischiai varie volte di soccombere, perché io combattevo con la forza dell'ottusa ragione di un uomo che difende l'igiene del suo giaciglio, lei con la forza disperata dell'animale in panico che cerca la salvezza.

Alla fine si è infilata sotto il letto, con perizia degna della migliore contorsionista, e mi è toccato alzarmi, accendere la luce, incoraggiarla ad uscire dal lì sotto, farle fare un giro in terrazza dicendole: "Dai Cami, hai 7 anni, è solo vento, lo conosci"... e lei che si leccava i baffi e deglutiva di continuo, sintomo palese di paura e disagio.

Così siamo rientrati, sempre passando entrambi accucciati nella sua porticina della zanzariera... le ho fatto spazio sul divano che non usa da un po' a causa del tempo caldo... l'ho fatta accoccolare, mi sono disteso accanto, l'ho accarezzata, rassicurata, gnucculiata(2), fino a quando non ha preso sonno... ed erano le 5 passate. Che poi è un cane duci, come tutti i cani d'altronde, non me la sento di condannarla per le sue paure... lei è innocente, non ha la possibilità di fare tesoro delle esperienze... lei si che compiutamente ha sempre un giorno. E poi è un cane simpatico, giocherellone... fa pure le imitazioni (3).

Strana però la vita, ti trovi a fare da padre ad un meticcio di pastore tedesco, del tenero peso di 40 chili... ma con la consolante sensazione, almeno questo, di non averla dovuta concepire...


(1) fastidiose
(2) coccolata
(3) Camilla nella sua imitazione più riuscita, la Sfinge

Il principio di Archimede e sue bizzare attuazioni

17 Giugno 2008

15.6.08

Livia se ne va

E raggiunge la sua nuova famiglia, per la disperazione di Rosario... e anche se non la vedevo tutti i giorni, mancherà anche a me...

Mi terrai con te, non è così?


15 Giugno 2008

11.6.08

Diario di viaggio: 2 - Tra infiniti punti ci sono punti indelebili

La stazione di Bologna non è la stazione di Palermo. Qui la gente è viva, c'è un treno in partenza per Milano ogni 8 minuti, vedi una umanità policromatica e multiculturale, che si muove come se avesse qualcosa di bello e/o interessante e/o importante da fare.

Dona ha preso il suo treno per Milano, sconsolata per il corso palloso da seguire ma niente affatto affranta o sconfitta... l
ei è la Palermo che ti fa venire voglia di esistere, la forza queta di una giovane donna che vive la propria vita col sorriso sulle labbra, senza recriminazioni ma senza accontentarsi.

Se questi giorni a Bologna sono stati bellissimi, e lo sono stati, lo devo tantissimo anche a lei. Ospitale, premurosa ma senza nessun tipo di pr
essione, accogliente, energica, generosa, socievole, duci come sempre... anzi di più perchè qui ho visto una Donatella diversa, più vera.

Qui, nella sala d'attesa della stazione di Bologna, ascolto Ashes And Wine e non posso che pensare a lei distesa sul
divano, mentre canticchia questa canzone... che poi quando canticchia l'inno di Mameli piuttosto che "Le ragazze di Gaguin" di Grazia Di Michele è uguale, ha la canticchiata monocorde lei.

Oggi mi ha accompagnato a fare il mio primo tatuaggio, si è pure assuppata (sopportata, n.d.a. per i non siculi) di lasciarmi all'imbocco della
via e trovare parcheggio da sola, di scattarmi delle foto durante il tatuamento e di andare a comprare un cornetto per me, quando poco prima di offrire la mia pelle agli aghi e all'inchiostro stavo schiattando dalla fame.

Mi spiace non esserci tatuati insieme, sarebbe stato bellissimo aggiungere questo ricordo a tutti i bellissimi micromomenti di questi giorni. E ringrazio Alex, Stefano e tutti i ragazzi dello studio Apelles Tattoo di Bologna per il sorriso con cui mi hanno accolto, per le attenzioni, il tempo e la simpatia che mi hanno riservato. La mia pelle sarà ancora vostra :)


Il tatuaggio... per paradosso lo abbiamo fatto (io e la consorte palermitana, lei capirà... anche se il dolore fu tutto mio -.-') in un momento di passaggio, ma non come avevo pensato dalla giovinezza all'età adulta, quanto da una forma appiattita di età adulta verso un ritorno all'adolescenza, intesa come voglia di decidere e fare, fossero anche cazzate... di avere l'idea che anche qualcosa che duri per il "per sempre" umano non è altro che un soffio tra le dita.

E di questo devo ringraziare me stesso.


C'è stato qualcuno che mi ha stimolato, qualcuno che non ha capito, qualcuno che mi ha quasi fatto venire voglia di mollare, ma alla fine nella mia vita tutto è venuto da me... mie le speranze perse di vista e ritrovate, miei
i silenzi, miei gli inciampi, miei i passi incerti, mie le ripartenze... mio lo spicchio di sole cui faccio da bersaglio oggi, con un sorriso compiuto sul volto, senza timore di avere sopra l'ombra di nessuno.




Punti indelebili

Bologna, 11 Giugno 2008, ore 18:45


7.6.08

Diario di viaggio: 1 - Una retta contiene infiniti punti

Abbiamo lasciato una Palermo immotivatamentte sorridente, abbandonata come uno spettatore annoiato ad un spettacolo inconcludente, uno di quelli che ride fuori tempo a battute con poco ritmo.

L'umanità del treno, rispetto alla sua versione evoluta che usa viaggiare in aereo, sembra il realizzarsi concreto di una previsione al ribasso. Facce stanche, pendolari che viaggiano troppo spesso per potersi permettere di librarsi in volo a cuor leggero... ognuno con una storia scritta in volto, qualcuno con la sensazione (clamorosamente errata) di avere una storia che possa minimamente interessare gli altri e che la racconta di continuo.

Treno... non una umanità sconfitta, questo no. Diciamo una progenie in guerra, pochi alla ricerca dell'opportunità di vincere qualche momento di svago, alcuni in cerca di avventure, altri che si muovono allegri e giulivi alla ricerca del superamento dei propri limiti... ma soprattutto cogli la stanchenza di chi si allontana dalle proprie radici per un viaggio, l'ennesimo, verso una terra lontana che ti da la possibilità di supportare economicamente la tua vita ma che in cambio ti toglie buona parte della gioia di viverla.
Emigranti Milazzo - Bologna, pronti a lasciare con un velo di morte negli occhi quella terra di cui dicono il peggio possibile, ma di cui sentiranno la mancanza fin nelle ossa.

Ma si tratta pur sempre di persone in cammino tra il punto A "stenti" e il punto B "speranza". Hanno negli occhi quello sguardo tipico del cucciolo d'uomo (ciao Ludovico) che, pur senza sapere di preciso perché, cerca un capezzolo che lo nutra.

E' stato qui, a metà di questa prima parte di viaggio, mentre ero immerso in questi occhi stanchi ma volitivi, che mi sono imbattuto in una umanità ancora diversa.
Quando il treno è entrato nel ventre del traghetto siamo scesi dalla carrozza, per sfuggire a quella mistura aberrante di aria calda e carburante e siamo saliti sul ponte della nave.
Lì, nel freddo di una notte di inizio giugno, una coppia di improbabili teenagers in tenuta Smashing Pumpkins condivideva sul ponte della nave un paio di auricolari, sfidando con noncurante eroismo (l'eroismo non dovrebbe essere sempre così?) i venti gelidi dello stretto.

Dentro, in coperta, si celava invece questa progenie di disperati, questa umanità davvero sconfitta, fatta di gente così inevitabilmente votata al risparmio da dover prendere un traghetto delle Ferrovie dello Stato, accettando di aspettare le cervellotiche manovre di carico del treno, pur di risparmiare qualcosa.

Persone che viaggiano leggere, senza bagagli, che chiedono il ristoro ad un caffè da 60 centesimi, preparato e servito da un barista demodè e senza età, con tanto di sigaretta spenta pendente dalle labbra.

Pendolari di ritorno verso la Calabria dopo un giorno di lavoro a Messina... nessuna espressione negli occhi, né sentore di sconfitta né parvenza di speranza...

Uno zoppo, l'altra tonta, un altro ancora sveglio ma con lo sguardo buono, di quelli che pur di non lasciare la nonna anziana nelle grinfie dello zio menefreghista hanno rinunciato a sognare, ad immaginare che possa esistere da qualche parte nel mondo un sé diverso, se non felice almeno speranzoso, ottimista.

Gente che ha accettato, come fosse un destino ineluttabile, di essere un punto nella semiretta che unisce i punti A e B della miseria.



Campagna toscana - 7 Giugno 2008


Sul traghetto - Vietato volare alto, anche con i sogni

1.6.08

Risveglio caleidoscopico

Per adesso ascolto sempre i miei sogni. Non che mi sia convinto che abbiano sempre qualcosa da dirmi, ma ho come la sensazione che ignorarli potrebbe farmi perdere qualcosa... un suggerimento, una ispirazione, una traccia.

Mi sono appena svegliato da due ore di sonno pomeridiano, con una immagine precisa in mente... che putroppo non posso riportare identica, ma che per fortuna non devo neanche descrivere meticolosamente. La affido al video che metto qui sotto.

Nel mio sogno mentre guardavo queste immagini c'era una frase.

Questa è la particolarità, che questo sogno non è da interpretare, mi ha parlato proprio. Mi ha detto una frase, che riporto testualmente.

Immagini e musica di un tizio giapponese;

testo del mio incoscio:


"Anche una realtà insignificante, se ne prendi uno spicchio e lo rifletti di continuo senza guardare più nient'altro, può creare un quadro affascinante".

Bah.





31.5.08

Livia Superstar

La donna, il vizio e la virtù sospesa

31 Maggio 2008







Datemi un osso e vi solleverò il mondo...
magari dopo essermi rip
osata un po', eh

28 Maggio 2008


Curriculum Vitae

Sono nato. Sono vivo.


31 Maggio 2008

28.5.08

La leva lavorativa della classe '73



...Massi non aver paura di sbagliare a riportare un cognome,
non è mica da questi particolari che si giudica un lavoratore...
un lavoratore lo vedi dal coraggio (1),
dall'altruismo (2)
dalla fantasia (3)...

...e chissà quanti ne hai visti
e quanti ne vedrai...
di lavoratori ciucchi (4)...
che non han sgamato mai (5)...



(1) Ci vuole coraggio, alle 4:10 del mattino, a puntare la sveglia alle 6:16
(2) E beh... fossi stato egoista, mi sarei stato a casa
(3) Quella che mi sta servendo per mantenere la faccia da culo, annuire quando qualcuno mi dice qualcosa e dopo averlo dimenticato, comportarmi come se fossi padrone della situazione
(4) Per i napoletani eventuali di passaggio, non si intende asino, ma sbronzo/stonato
(5) Su questo non garantisco... non entro la fine della giornata



Spero De Gregori possa perdonarmi, ma non ci credo fino in fondo.


28 Maggio 2008

26.5.08

Citazione indicativa

"Oh gioie profonde del vino, chi non vi ha conosciute? Chiunque abbia avuto un rimorso da placare, un ricordo da evocare, un dolore da annegare, o abbia fatto castelli in aria, tutti hanno finito per invocarti, o dio misterioso celato nelle fibre della vite. Quanto sono grandiosi gli spettacoli del vino, illuminati dal sole interiore! Quanto vera e ardente quella seconda giovinezza che l'uomo attinge da lui! Ma quanto temibili anche sono le sue folgoranti voluttà e i suoi snervanti incantesimi. E tuttavia dite, in coscienza, voi giudici, legislatori, uomini di mondo, tutti voi che la felicità rende facili la virtù e la buona salute, dite, chi di voi avrà il coraggio disumano di condannare l'uomo che beve genialità."

Charles Baudelaire, 1860

Peccato non poter bere un bicchiere insieme.

26 Maggio 2008

22.5.08

Si potrebbe...

Si potrebbe perdere tempo a cercare le parole...

Si potrebbero aspettare quelle giuste,
quelle toccanti,
quelle perfette...

E invece guardi...
e non pensi...
Sorridi e basta...
E le uniche parol
e che ti salgono dal cuore sono:

Io ci sarò, sempre.



Benvenuto Ludovichino :)



20 Maggio 2008

Soluzione di Fattore Enigmistico

Con due giorni di ritardo, cari appassionati e numerosissimi lettori del mio blog (-.-') vi svelo la soluzione del gioco a premi della scorsa settimana.

Ricopio qui di seguito la poesia, evidenziando in giallo le lettere che, in verticale, formavano la frase misteriosa :)


Sensazioni, onde...
Che arrivano da lontano...
Eclissi di coscienza, transiti celesti...
Modificano l'orizzonte di fronte ai miei...
Occhi stanchi.

Cercherò una strada nel nero...
Ho già vissuto tutto questo...
Il mio cuore potrebbe ricordare la strada.

Lascerò che taccia la mente...
E che tutto fluisca...
Grandioso...
Giocoso...
E sia quel che sia.


La classifica di rapidità nella soluzione vede 1° Zanzarina, 2° Mari Treccenere, 3°Donatella, 4° Andrea con notevole distacco (e non poteva essere altrimenti... anzi mi è giunta voce che la soluzione non l'abbia trovata lui, ma il moscerino che alberga dietro il suo occhio).

Non pervenirono alla soluzione Rosario e Fabrizio, ma li giustifico perché eravamo in un momento in cui il Carta d'Oro Rallo a digiuno aveva già avuto il suo effetto su tutti e tre, forse in quel momento non avrei trovato la soluzione neanche io che avevo ideato il "gioco".

Da notare che tutti e quattro i vincitori non mi hanno comunicato la soluzione, ma mi hanno detto direttamente, con grandissimo senso dell'umorismo, "Scemo tu" mah...

:D

Comunque, visto che in premio c'era la soddisfazione di entrare in comunicazione con la mia creatività malsana, ma dal momento che questo premio immateriale mi pare in effetti un po' misero, proseguo con l'assegnazione di titoli onorifici (che sono a gratis, ma fanno sempre la loro porca figura... potete aggiungerli ai vostri biglietti da visita).

Zanzarina ---> Assistente capo alla produzione di ironia idiota maxdoghiana

Mari Treccenere --->
ViceAssistente capo alla produzione di ironia idiota maxdoghiana (in prova, perché è arrivata alla soluzione presto ma dopo aver letto il commento di Zanzarina)

Donatella ---> Lettrice Vip con delega all'assuppamento delle mie cavolate post risveglio

Il moscerino dietro l'occhio di Andrea ---> Coordinatore del movimento dei moscerini parassiti lettori di blog

Fabrizio e Rosario relegati al ruolo di umili lettori.


A presto, con un nuovo emozionante gioco che terrà la vostra mente (qualora ne abbiate una, e se leggete il mio blog ne dubito) impegnata h 24 per trovare la soluzione.

Tanto ovviamente lo sappiamo tutti che non farò mai più un post simile...

Ops, questo dovevo solo pensarlo, non scriverlo :D



22 Maggio 2008