21.6.08

C'era una volta, e c'è ancora...

C'era una volta, e c'è ancora, una bimba chiamata Lola.
Ma di questo vi racconterò dopo.


C'era una volta, e c'è ancora, un villaggio costruito al centro di quello che i suoi abitanti chiamavano Magikepòs. Era questa una radura, una grande distesa d'erba ai piedi di una montagna ripidissima e benevola, che proiettava nel pomeriggio la propria ombra sulle case del villaggio e che lo proteggeva dai forti venti del nord.

Al centro del villaggio c'era una piazza con un pozzo, che di giorno si riempiva di gente indaffarata. Vista dall'alto con gli occhi di un gabbiano, avreste detto che fosse il cuore pulsante del Magikepòs, e così era in realtà.

E come quasi sempre accade, se il cuore pulsa, il corpo vive... così dalla piazza cuore del villaggio, in ogni direzione si succedevano le case degli abitanti. Case piccole, semplici, costruite ciascuna da coloro che la abitavano secondo il loro gusto e le loro capacità, facendo sì che ad ogni strada, ad ogni incrocio, gli occhi dei bimbi si riempissero di nuova meraviglia.

C'era la casa del mugnaio, con il suo mulino a vento... la casa del falegname, che a guardarla bene sembrava quasi un comodino con le finestre... la casa del lituaio, bombata, ricordava il fianco di un ukulele...

Le persone che popolavano il villaggio erano per la maggior parte allegre ed operose, gente semplice che conosceva il piacere della fatica ma che non disdegnava di divertirsi in compagnia. Bellissime le sere d'estate a bere birra e a danzare nella piazza del villaggio, ma memorabile soprattutto la festa del solstizio d'estate, il 21 giugno, quando tutti gli abitanti del villaggio, nessuno escluso, si riunivano appena fuori dall'abitato, lì dove venivano montati un grande palco, dove si alternavano gli artisti e i giocolieri, l'albero della cuccagna, la fiera degli animali... e durante questa festa scorrevano fiumi di vino e birra, si accendevano tantissimi falò, ciascuno bruciava delle cose vecchie per inneggiare al nuovo anno solare che iniziava, e tutti si divertivano senza sosta fino all'alba, danzando allegramente per tutta la notte.

Viveva in quel villaggio una bimba, che tutti chiamavano Lola. Era la figlia del Mastro di Cerimonie, colui che sovrintendeva a tutte le attività divertenti che venivano organizzate nel corso dell'anno. Lola era felice di vivere a Magikepòs, amava andare in giro per le vie del villaggio alla ricerca di nuovi angoli da esplorare, e chiedeva sempre a tutti un po', ascoltava le risposte con compita attenzione, ma poi l'unico parere che teneva in conto era il proprio.

Un giorno di fine primavera, mentre andava in giro per le vie del villaggio dopo avero comprato delle olive per la mamma, Lola si trovò a pensare a quante strade avesse già visto e quante ce ne fossero che non aveva con
osciuto, con un senso latente e inconsapevole di malinconia, quasi sentendo dentro di sé che un giorno quel senso costante di stupore sarebbe potuto svanire, come un tarassaco trascinato via dal vento.

Fu così che camminando immersa nei suoi pensieri di bimba si accorse di essere arrivata fuori dal villaggio, in un posto che le sembrava sì familiare, ma che non riusciva a riconoscere. Si guardò attorno, era in un prato
senza alberi... da un lato, lontane, le case del villaggio con la montagna alle spalle... dall'altro uno spiazzo immenso.

Notò un buco nel terreno e capì. Camminando sovrappensiero era arrivata nel luogo in cui si svolgeva la festa del solstizio, il buco nel
terreno era quello dove veniva messo l'albero della cuccagna. Ricordò le feste cui aveva partecipato con la sua famiglia e ad un tratto si accorse che quel punto, quello spiazzo, era stato fino ad allora il confine della sua vita, non si era mai allontanata più di così da casa, e mai da sola.

Spinta dalla curiosità, che è il bocciolo dell'intelligenza, decise di continuare ad esplorare quel prato, attratta da qualcosa che v
edeva lontano all'orizzonte. Mentre camminava i suoi capelli neri erano attraversati da un vento libero, fresco, deciso come mai lo aveva sentito prima d'ora. In quel prato il sole era più forte che altrove, i colori più vividi, i fiori emanavano un profumo che veniva trasportato nell'aria senza ostacoli.

Sperimentò per la prima volta la vertigine della libertà, quel senso di inebriante smarrimento che si prova di fronte a qualcosa che
è del tutto nuovo. Alzò lo sguardo al cielo e le si dipinse sul volto un sorriso sconfinato come solo quelli dei bimbi sanno essere, un sorriso in cui la vastita che contemplava si rifletteva, restituita al mondo con una luce nuova.

Continuò a camminare fino a quando si trovò di fronte a una siepe alta almeno tre volte più di lei. La guardò con divertito sospetto, provò a far passare una mano attraverso, ma i rami fittissimi glielo impedirono. Guardò alla
propria destra, e vide che la siepe si allungava, compatta, fino alle pendici della montagna. Guardò a sinistra e vide la siepe distendersi a perdita d'occhio, come un serpente indolente che dormisse sotto il sole.

Capì di essere arrivata al confine di Magikepòs e questo le mise una strana sensazione addosso, insieme voglia e paura di sapere cosa ci fosse oltre. Provò a saltare, ma per quanti sforzi facesse, non riusciva a sollevarsi se
non per pochi centimetri da terra.

Allora, come obbedendo a quanto scritto in una pagina del libro della propria vita, senza sapere bene perché, scavò una buca nel terren
o, in prossimità della siepe, e vi mise dentro tre olive. Promise a se stessa: "Tornerò ogni giorno in questo posto incantato".

E così fece per qualche tempo, durante tutta l'estate, as
pettando quasi ogni giorno che il sole fosse quasi tramontato prima di tornare a casa. Giorno dopo giorno portava con sé prima dell'acqua per abbeverare il terreno e poi, quando vide spuntare una piccola pianta, cominciò a portare con sé anche alcuni tra i suoi libri, così dopo aver dato l'acqua al bocciolo restava lì, seduta a guardare ogni tanto la siepe, rinnovando quel senso di cupo stupore, ma dedicandosi al suo alberello, raccontandogli le proprie giornate, leggendogli i suoi passi preferiti, parlandogli di continuo. Non disse mai a nessuno della siepe, lasciò che quel luogo fosse solo suo.

Finì l'estate e arrivò un piovoso autunno. Cominciò la scuola e, con essa, una nuova stagione della vita di Lola. In questo periodo scoprì che lo stupore non è dato solo dalle case, dalle vie, ma anche dalla gente... imparò a cogliere il carattere delle persone con cui parlava, conobbe il tepore confortante dell'amicizia ma anche il gelo che può riservare al tuo cuore, conobbe la fiamma divorante dell'amore, il buio totale e disperante dell'abbandono, l'attrazione ammaliante delle promesse e soprattutto quella irresistibile delle promesse impossibili, che non possono essere smentite né mantenute.

E così, travolta dal fiume in piena di percezio
ni che le si presentavano ad ogni nuovo giorno, Lola piano piano dimenticò del suo amico albero. Alla festa del solstizio successiva non ebbe occhi che per il figlio del cassiere della banca, lo vide arrampicarsi agile e veloce sull'albero della cuccagna, ricevette con un sorriso imbarazzato i fiori che lui raccolse per lei... a quella ancora successiva trascorse quasi tutta la notte con le sue amiche più care, raccontandosi i loro affari di cuore, progettando il proprio cammino in quella selva intricata che gli adulti chiamano futuro. L'anno dopo ancora stiede tutta la sera sotto il palco in cui si esibivano musicisti e giocolieri, affascinata dalla mastria con cui riempivano l'aria gli uni di suoni deliziosi, gli altri di oggetti che disegnavano traiettorie ammalianti.

E anno dopo anno la vita di Lola, che nel frattempo cominciarono a chiamare col suo vero nome Iole, trascorse serena nel villaggio di Magikepòs.

Ma il destino a volte agisce camminando sinuono per strade imperscrutabili.

La sera del solstizio di quest'anno Iole, ormai donna, si accingeva a partecipare come sempre negli ultimi anni alla gara dei bevitori di birra, vero evento della festa. Stava preparandosi ad andare alla festa, ma da
qualche giorno qualcosa adombrava quel sorriso che tutti a Magikepòs avevano imparato ad amare... Aveva sentito negli ultimi tempi che ciascuna persona del villaggio aveva qualcosa da dire, ma cominciava a porsi una domanda che la dava un senso di pesantezza al cuore: "E' tutto qui?"

Stava per uscire dalla sua casa quando gli occhi le si posarono su una piccola pianta che la madre aveva messo sul davanzale, e tutto le tornò
alle mente.

Rivide se stessa bimba parlare con il suo alberello, pensò con tenerezza a Lola, alla bambina che passò una intera estate a coltivare il sogno di un posto che sapesse di libertà, di mistero, di possibilità.

Si mise in cammino verso la festa, ma si limitò a co
steggiare la strada principale. Si fermò a guardare da lontano gli abitanti del villaggio che davano inizio alle danze, guardò i musicisti salire sul palco e accordare gli strumenti, vide il figlio del banchiere corteggiare la figlia del libraio, vide quel brulicare di persone intente a divertirsi, come ogni anno, con le stesse cose.

E provò uno strano senso di estraneità, affettuosa e dolorosa al contempo. Si vide dall'esterno mentre saliva sul palco dei bevitori di birr
a, partecipare alla gara, e non si riconobbe.

Stiede lì a guardare la festa fin quasi all'arrivare delle prime luci dell'alba. Fu allora che rivolse un ultimo sguardo alla gente del suo villaggio, ai volti che avevano costellato la sua vita e il sorriso che le saliva dal cuore fu rigato da una lacrima. Si rimise in cammino e trovò subito la strada per il suo luogo incantato, come se la dolcezza del ricordo avesse fatto riaffiorare le orme dei suoi passi di bambina.

Vide da lontano, nelle prime luci del mattino, la siepe stagliarsi immobile, meno grande di quanto la ricordasse, ma comunque imponente abbastanza da rinnovare in lei quel senso di triste impotenza. Ma si accorse subito di cosa era diverso.

Un grande ulivo si stagliava innanzi alla siepe,
bellissimo, maestoso nella sua placida imponenza. Iole lo guardò commosso, poggio la sua guancia contro il tronco, lo accarezzò e si sentì dopo tanto tempo nuovamente in contatto con la bimba che era dentro di sé.

Non si stupì quando l'albero le parlò.

- "Bentornata, Lola. Ti stavo aspettando."


- "Anche io ho aspettato questo momento, ma ho vissuto come se non lo sapessi."

- "Lo so, e non c'era altro modo in cui avresti potuto viverlo. Sei pronta per scoprire cosa c'è oltre la siepe?"

- "" disse Iole, senza più ombra di timore nella voce.

Si arrampicò sul tronco dell'albero, che sembrava quasi accoglierla per renderle più facile la salita. Ripromise a se stessa di non guardare oltre la siepe se non una volta arrivata in cima, nel punto da cui sembrava provenire la voce dell'ulivo.

La luce del mattino inondava ormai ogni cosa.

Arrivata in cima, l'albero disse: "Guarda Lola, apri gli occhi e la mente a ciò che stai per vedere".


Così fece Iole... e quello che le si offrì agli occhi la lasciò senza fiato. Un panorama immenso si perdeva verso l'infinito oltre la siepe. Vide prati sconfinati innalzarsi in colline verdi, vide campi colmi di fiori che non aveva mai visto prima, vide montagne lontane con la cima ricoperta di bianco, vide una immensa distesa d'acqua che sembrava non finire mai, vide dei grandissimi villaggi fatti di case altissime, vide un cielo di un azzurro che non sospettava nemmeno esistesse.

Guardò l'albero col cuore colmo di gioia ed emozione, la stessa che provava da bambina nell'assaggiare un frutto nuovo, ma al contempo pensò alla sua casa, alla sua gente con un malinconico senso di irreparabile distacco e disse:

- "Tutto questo è stupendo. Come potrò torna
re a Magikepòs sapendo cosa c'è oltre la siepe?"

- "Non devi, se non vuoi"


- "Ma allora... posso andare?", chiese Iole?

Fu in quel momento che, trasportati dal vento, arrivarono gli echi lontani della festa che volgeva al termine... una musica di violini cominciò a librarsi sottile nell'aria.

Rispose l'albero:

- "S
ì... quel mondo che vedi sotto quel cielo immenso è tuo, come tuoi sono quei mari sconfinati... Tua la vita, tuoi i cammini da percorrere e i sentieri che desidererai esplorare. Ricorda Lola, basta volerlo e avere un po' di coraggio... si può fare... tutto si può fare."



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A Iole e Lola, esseri speciali :))))

Massi, 21 Giugno 2008, 1:51

2 commenti:

TrecceNere ha detto...

Bellissima favola, molto dolce...e non si può fare a meno di notare come scrivi bene... dovresti scriverne altre. Mi chiedo come finisca...tra la volontà e il fare c'è il coraggio di saltare la siepe. La domanda vera da porsi è: cosa rischio di perdere lasciando tutto quello che ho sempre avuto? certezze... e cosa perderei non passando la siepe? forse la capacità di far propria la vita, che ricordiamocelo... è una soltanto.

Maxdog ha detto...

Mari, ero sicuro che avresti colto la dolcezza della storia ma, soprattutto, il suo senso profondo.

La favola in un certo senso finisce qui... e comincia la vita, fatta di scelte, di necessarie rinunce ma non intese come autocastrazione, quanto piuttosto nel senso che intendeva Kierkegaard quando asseriva (e concordo) che scegliere di intraprendere una strada significa al contempo scegliere di non intraprendere tutte le altre.

Ecco, la morale della favola (non ho resistito, scusa :P) è forse proprio questa: sapere che la vita è una, che come diceva Ligabue soddisfatti o non qua non rimborsano mai.

Poi è tutta una questione di scelte, e penso che siano tutte plausibili fino a quando si è pronti a pagare in prima persone le consuguenze.

Grazie per le belle parole, so cosa pensi di come scrivo, spero di avere voglia di scriverne ancora e che tu abbia ancora voglia di leggerle :)

Baci, Massi.