28.9.06

Stai facendo qualcosa?

Ho scoperto la chiave per il successo economico, senza cambiare lavoro. Mi basterà trovare il modo di farmi pagare non più ad ore come avviene adesso, ma a metraggio. Davvero certe giornate lavorative passano a percorrere distanze rilevanti, facendo avanti e indietro tra le varie stanze della segreteria della scuola, tra il fax e la fotocopiatrice, tra la direzione e i vari assistenti amministrativi, l'archivio e il centralino, per non parlare dei chilometri macinati quotidianamente lungo tutto l'edificio scolastico alla ricerca di una risposta alle domande "Sai dov'è Tizio?"... "Non è che hai visto Caio?".
Sì, perché figure centrali dell'amministrazione pubblica sembrano essere i lavoratori itineranti. No, no, non parlo di quelli adetti alle consegne della corrispondenza a mano, o al personale che viene inviato presso altri enti a ritirare materiale didattico. Parlo di coloro le cui giornate lavorative trascorrono liete e veloci tra una pausa "caffè - sigaretta - messaggino - telefonata - devo andare in bagno - chiacchierata" e l'altra. Se ci fosse modo di mettere una bilancia in ogni ognuna delle sedie dell'ufficio e si calcolasse così quanto tempo al giorno il corpo di ciascuno vi gravi per assolvere ai compiti lavorativi, si arriverebbe a scoprire delle verità sconvolgenti: si potrebbe a buon motivo parlare di mattinate di relax, intervallate da "pause lavoro".
Avendo smesso di fumare da 3 anni e mezzo non posso ahimè bearmi di questo stacco autoinquinatorio, mi limito a partecipa
re, piuttosto volentieri invero, alla pausa caffè. Tempo fa avevo trovato una valida alternativa nella "pausa gatto". C'era una micia che bazzicava la casa del custode della scuola, che è in pratica un cubo di cemento attiguo all'edificio principale... micia che aveva la adorabile abitudine di sfornare di continuo gattini. La cosa strana è che venivano tutti socievolissimi, così socievoli che i genitori dei bimbi all'uscita dalle lezioni, spesso inteneriti da occhioni languidi e super-fusa, li prelevavano con la stessa frequenza con la quale la madre li partoriva. Mi è dispiaciuto in particolare quando qualcuno portò via Gnoccolo, ritratto nella foto qui sopra. Mai visto un gatto così integrato con gli esseri umani. Giocare con lui, interagire era davvero una pausa niente male, migliaia di fusa al costo di qualche carezza... praticamente gratis. Un sottoprodotto interessante delle coccole a Gnoccolo era che il resto del personale di segreteria, schifato dalla promiscuità uomo-gatto (niente di anormale, solo il micino spiacciacato sul mio petto stile infante da nutrire) non mi passava più lavoro da sbrigrare, forse per paura che trasmettessi loro qualche malattia incurabile lavorando alle loro pratiche.
Adesso invece, quando l'atteggiamento da pausa perenne che ho descritto prima porta all'accumularsi di pratiche da evadere, fisiologicamente comincia da parte degli imboscati la ricerca di uno sbocco, di un condotto che porti quelle pr
atiche a compimento. E qui la fisica fa sfoggio di fenomeni al limite del paranormale: lo spazio dell'ufficio si deforma, assume una conformazione ad imbuto che confluisce verso il mio tavolo. "Mi fai queste fotocopie? E' urgente", "Massi, telefona al Pascoli (uno dei plessi) e parla con blablabla... è urgente", "Max, prepari la circolare per l'inoltro del modello blablabla? E' urgente"
E in tutto questo, mentre si va come una trottola tra pc, stampante, fotocopiatrice e quant'altro, capitano i casi più disperati, quelli che devono
consegnare qualcosa al Dirigente entro i successivi cinque minuti e che hanno bisogno di una mano. Giusto per chi non mi conosce a lavoro, mi preme chiarire che non è che mi cerchino perché io sia più bravo di altri, ma solo perché non avendo una area di competenza specifica, sono considerato a disposizione di tutti. Però devo ammettere di essere stranamente preciso e meticoloso... io, stranissima cosa. Mah!
Questi li vedi arrivare con lo sguardo tirato, l'o
cchio nervoso, con un accenno di tic ad un angolo. Ti guardano affranti, perché notano subito che sei affaccendatissimo, ma animati da immotivata speranza pongono la fatidica domanda: "Hai da fare?". "Stai facendo qualcosa?".
Che domanda... "stai facendo qualcosa?". Eppure c'è stato un tempo in cui il fatto di sembrare affaccendato non coincideva necessariamente con lo stare facendo qualcosa per davvero. Quando frequentavo la fac
oltà di Psicologia, inizio anni '90, mi svegliavo come adesso alle 6 del mattino, alle 7 e qualcosa ero già fuori di casa, diretto con la fida Clarabella (la mia auto attualmente infortunata) alla volta di casa delle colleghe cui dare un passaggio, alle 8 ero seduto nell'aula per le lezioni; prendevo appunti, compravo libri, sfogliavo pagine, sottolineavo, ma in realtà non facevo nulla. Per un curioso caso di dissociazione mente-corpo, facevo fisicamente una marea di cose, senza fare nulla. Ben presto la pantomima appena descritta lasciò il posto a una sostanziosa militanza attiva... anzi, militanza passiva nel nulla. Portavo con me la chitarra, così faceva Pierpaolo, un collega che so essersi poi laureato, male per lui... e si spendevano le giornate, in facoltà a viale Michelangelo, tra musica, alcol, fumi vari, calcetto, discussioni politiche. Il calcetto, giusto perché nessuno immagini un movimento collettivo verso campi decenti, si giocava in uno spiazo interno alla facoltà, di cemento, nel quale qualcuno aveva - bontà sua - lasciato due porte di un campo di pallamano.


Fu così che, un po' per scherzo,
un po' per convinzione, con i colleghi universitari affetti dallo stesso morbo fondai (fondammo) l'ACINU, il cui logo era un grappolo d'uva con riflesso, in un acino appunto, uno studente beatamente addormentato sui libri. ACINU era l'acronimo di Associazione Culturale Italiana Nullafacenti Universitari. Avevamo pensato a tutto, dall'organigramma alle attività da non promuovere, i meetign a cui non partecipare assolutamente, le attività culturali da non svolgere da segnalare agli iscritti. Presi da entusiasmo cominciammo a progettare la creazione di una rivista, una fanzine, un foglio, qualcosa che ci facesse da veicolo per la promozione del nostro credo... qualcosa che portasse al mondo la voce della nostra rivoluzione: "Nullafacenti di tutto il mondo, unitevi!!! Ma solo se non vi costa sforzo... se no state divisi, va bene uguale."
Qualcuno con agganci col mondo reale ci fece notare che per produrre una pubblicazione era necessario che l'associazione fosse registrata alla Camera di Commercio, o ovunque si faccia questa cosa, così ci guardammo in faccia alla ricerca di un volontario che si occupasse della faccenda. Panico.
- "Io non ci vado."
- "Non guardate me, io sono il Presidente dei nullafacenti, mica posso giocarmi la reputazione così".
- "In quanto Segretario mi preme ricordare che il nostro statuto non prevede atti concreti dal momento che il fine intrinseco dell'associazione..."
...
E sì, non fare nulla è un impegno serio.


(grazie a Zanzarina per l'ispirazione)

24.9.06

Ai miei affezionati lettori (?)


Per cominciare lasciatemi ringraziare la società Wind Infostrada, che mi ha fornito per un intero anno un servizio Adsl così scadente da rasentare la vergogna... la loro, non la mia. Anche in questi ultimi giorni (il contratt
o scade il 29 settembre e di certo non lo rinnovo, preferisco piuttosto messaggiare con i piccioni viaggiatori) è stato così problematico aprire anche i siti più semplici, come quelli del Corriere della Sera o di Repubblica, ad esempio, da stroncare ogni voglia di scrivere o di aggiornare il blog.
Anche l'inserimento delle immagini in questo post è stato così laborarioso da risultare snervante. Comunque preannuncio a ch
i non lo sapesse che per una ventina di giorni almeno da venerdì prossimo, se non prima, non avrò connessione, quindi il blog non sarà aggiornato, amenoché non cia sia modo di farlo da lavoro, e non sarò presente su Msn se non di mattina sempre dal posto di lavoro.
Cosa non ho detto di importante in questi giorni di assenza? Forse nulla, se non cose che sapete già da voi. L'estate ha ceduto il passo all'autunno, anche se la natura qui in Sicilia si fa beffe dei calendari. L'aria continua ad essere riscaldata da un sole meraviglioso, gli alberi sono ancora rigogliosi, anche se qualche fo
glia d'autunno comincia a fare capolino, come da foto di apertura.
Io ho ricominciato a vivere secondo i ritmi di lavoro invernali (ma sarebbe meglio dire infernali, almeno per il mattino): sveglia alle 6:00, minipasseggiata con Camilla, caffè, biscotti, doccia, alle 7:10 sull'autobus, alle 7:30 seduto sul posto di lavoro. Per fortuna si tratta di 5 ore in media al giorno, non credo ne reggerei di più. Certo, 100 ore mensili comportano uno stipendio di 516,00 euro, ma... cit
o una frase di cui ahimè non ricordo l'autore: "A questo mondo si è ricchi non per quello che si possiede, ma per quello a cui si sa rinunciare". Non so se in assoluto sono daccordo fino in fondo, di certo in concreto non ho alternative all'esserlo.
Intanto Mondello si riappriopria della sua fisionomia naturale, le cabine dello stabilimento balneare estivo ricedono piano piano il passo alla nuda sabbia, la visione del mare ritorna ad essere la normalità e non, come adesso, un colpo di fortuna.


Nel frattempo tutto scorre, lento e inesorabile, con la placida tranquillità che di regola precede le tempeste. Impareremo mai ad essere buoni marinai?
Ai posteri post... l'ardua sentenza.

(Fotocamera Fujifilm FinePix S9500)

17.9.06

Mamme ad alta tecnologia


Il posto in cui abito diventa d'estate meta di villegianti, il cui arrivo è preannunciato da un rumore di certo simile a quello che dovevano produrre i cavalli delle ode di barbari che calavano dal nord sui territori dell'Europa. E se qualche saccente dovvesse rilevare che i barbari andavano a piedi... fa lo stesso, l'arte ha bisogno dei suoi artifici.
Tra i vari miracoli cui si assiste estate dopo estate c'è quello di vedere arrivare un gruppo familiare di quattro persone, con tutto l'occorrente per l'estate stipato in due automobili (comprendendo vestiti, c
ostumi, vettovaglie, cuscini, suppellettili) per poi vedere le stesse persone, sempre quattro invero, dover noleggiare un paio di furgoni a fine estate per riportare indietro tutte le loro cose, come se le stesse si fossero moltiplicate a dismisura durante i 3 mesi estivi... il miracolo della moltiplicazione delle cianfrusaglie.
Una delle caratteristiche dell'estate è che questo luogo, un grande condominio di piccoli appartamenti, passa da amena costruzione sobria
e silenziosa a un enorme alveare: da giugno a settembre, infatti, si nota un costante brusio, come se migliaia di api giganti fossero indaffarate a svolgere le proprie mansioni.
Ma uno dei fenomeni davvero imperdibili, degno secondo me dell'attenzione di una intera serie di Quark, è quello delle mamme ad alta tecnologia, un qualcosa che davvero ci fa lasciare alle nostre spalle le incertezze della società industriale e ci proietta... ma cosa dico... ci scaraventa con forza nel 21esimo secolo.

I miei coetanei (diciamo quelli prossimi ai 30 per eccesso o difetto) ricorderanno che negli anni '80 per comunicare un ritardo o comunque per telefonare quando si era fuori di casa, bisognava andare alla ricerca di un telefono pubblico e, prima che la Sip (antenata gloriosa della moderna pantomina Telecom Italia) installasse quei prodigiosi telefoni rossi che funzionavano con qualsiasi moneta, bisognava anche avere il fatidico gettone telefonico. Ricordo tra l'altro il valore del gettone saliva periodicamente: nei miei primi anni di vita, se non erro, valeva 50 lire. Nella mia infanzia ricordo un controvalore di 100 lire, fino ad arrivare a ben 200 nell'adolescenza. Infatti uno dei miei piani per ottenere la ricchezza era proprio questo: comprare 1 miliardo di lire in gettoni telefonici, aspettare che il valore raddoppiasse e rivenderli. Inutile dire che di lì a qualche anno, con i nuovi telefoni di cui sopra, i gettoni scomparvero senza che io perdessi una lira in investimenti assurdi, semplicemente perché non avevo denaro da investire. Con questo increscioso progetto, la mia carriera di investitore/imprenditore si concluse prima di cominciare, per fortuna mia e del mondo.
Tornando a noi, davvero questi telefoni pubblici erano la conseguenza della connessione esistente tra tutti i telefoni della terra. Per metterti in contatto con una casa di Mondello, da via Roma, dovevi telefonare da un telefono che era connesso fisicamente, attraverso le centraline, con quello che riceveva la chiamata. La tua voce e la voce del tuo interlocutore, i rumori, i clacson, tutto viaggiava fisicamente su una linea diretta, reale, quasi tangibilmente da un telefono all'altro.
La rivoluzione dei telefoni ce
llulari, per chi ha vissuto anche la realtà che ho appena descritto, è stata davvero epocale. Non solo per la comodità di avere un telefono sempre a disposizione, ma soprattutto per quella nuova sensazione che la propria voce diventi eterea, che si scomponga in una serie di 0 e 1 e viaggi digitalmente verso improbabili satelliti geostazionari per poi ricompattarsi uguale uguale nell'orecchio di chi ci ascolta.
Ecco, le mamme del posto in cui abito io hanno prodotto una rivoluzione di uguale portata. Dimenticate le vecchie mamme che stavano vicine ai propri figli durante la loro infanzia, abbandonate la vetusta idea de
l genitore che stabilisce una connessione col proprio infante, che gli spiega passo per passo la vita, che lo rialza dopo una caduta, che gli insegna a non piangere per un gol preso durante una partita... perché i gol si fanno e si prendono, così come si vince e si perde... e che l'importante è giocare, e giocare pulito, rispettando l'avversario... andate oltre la retrograda idea che un genitore abbia il piacere di vedere da vicino i propri figli durante lo stabilirsi delle loro prime relazioni sociali (parlo di bimbi di due, tre anni, anche meno a volte)...
No, niente di tutto questo. Proprio come i cellulari prima e i cordless dopo ci hanno emancipato dalla schiavitù del filo, del le
game fisico... oggi le mamme ad alta tecnologia ci mostrano la meraviglia della genitorialità a distanza. Immaginate due, tre mamme intente a confabulare tra di loro, intente a raccontarsi chissà quali imperdibili segreti, mentre i loro pargoli scorazzano all'interno di quello che è, a tutti gli effetti, un cortile senza sbocchi verso l'esterno, quindi un ambiente che le lascia abbastanza tranquille sulla sorte della prole.
E così per ore, buttando di tanto in tanto una occhiata, giusto per regolare i conti con la propria coscienza, per vedere se tutto è a posto, con un occhio degno dei migliori teleobiettivi.

Ma, ogni tanto, ecco che i bimbi hanno qualche scontro verbale, qualche scompenso del loro equilibrio corporeo che li manda con le terga per terra... e lì partono i pianti a scuarciagola.
E qui la meravigliosa tecnologia compie il prodigio: senza bisogno alcuno di avvicinarsi fisicamente, senza sentire la necessità di stabilire un contatto fisico, la mamma tecnologica si limita a stabilire un c
ontatto wireless-wifi-ipertecnologico, colmando i centro metri di distanza tutto d'un fiato... e l'aria si riempie di soavi melodie: Gioacchinooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo, Carmelaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, Antoniooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo...
Ah, che meraviglia il progresso... evviva la tecnologia.


16.9.06

Ho perso le parole...


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13.9.06

Catarsi


Ieri, preso dall'improvvisa impellenza di comprare l'inchiostro per le cartucce della stampante, mi sono attrezzato per la discesa in città. Già, perché tecnicamente Mondello, il quartiere dove abito, è parte della città di Palermo, ma in pratica... separato dal centro urbano dall'enorme e rinomato parco della Favorita (sede di meravigliosi alberi e pieno zeppo di simpatiche signorine che attanagliate dalla solitudine offrono compagnia a prezzi modici) è come fosse un paesino a se stante. Ogni buon mondellano che si rispetti, prima di "scendere" in città, controlla di avere con sé tutto l'occorrente: documenti di identità, chiavi dell'auto, tanica di benz
ina suppletiva qualora si restasse a secco lontano da un distributore, telefono satellitare per zone desertiche scoperte da ricezione GSM e Umts, passaporto...
In realtà per me l'ingrediente base, è la pazienza. Mi preparo all'evento subito dopo aver chiuso la porta del garage dove tengo custodita la moto. Il movimento di chiusura, dall'alto al basso, è propedeutico all'insipirare a pieni polmoni per smettere i panni dell'anonimo cittadino e vestire quelli del monaco zen, dell'asceta imperturbabile, dell'atarassico epicureo. Ma una volta divorati i chilometri di verde della Favorita, confluiti nel cuore pulsante della metropoli, come non restarne affascinati??
La città, la citta... con i suoi mille colori! (in realtà solo 3, le luci dei semafori, col rosso replicato dagli stop dei veicoli)... i suoi mille suoni! (beh... due, il grido disperato dei clacson e le urla degli automobilisti incarogniti)... i suoi mille odori! (uno, tanfo di idrocarburi combusti... roba che gli alveoli si impegnano in gare di apnea). Va bene, va bene, lo scenario è quello che è, non propriamente un'opera d'arte... ma almeno protremo compensare con la gente?
Ah, la gente... che fermento, che brio, persone che si muovono spasmodiche, che producono energia, sogni, desideri... ecco, di regola il desiderio che si co
glie è quello di un'epidemia che colga tutti quelli incolonnati con l'automobile davanti a sé, che questa moria improvvisa permetta di sgomberare la strada e tornare a casa ad un'orario decente... il sogno tipico del palermitano metropolitano è invece quello di vedere scoppiare il cuore del cornuto che gli ha appena tagliato la strada. E tutto questo nervosismo si percepisce, ti si appicca addosso come fosse un sudore malaticcio. Dopo aver comprato l'inchiostro, per caso in un negozio che non conoscevo, a prezzo inferiore a quello che pago di solito nel negozio di fiducia popolato da sedicenti amiconi, mi sono lanciato alla ricerca di uno Skylight, la lente neutra da mettere alla fine dell'ottica della macchina fotografica, come schermo protettivo dall'acqua e dalla polvere.


E devo dire che se la città è isterica in compenso i commessi dei negozi sono deliziosi. E' davvero notevole vedere come cerchino sempre di fregarti, e come rimangano male quando scoprono di non avere di fronte il pollo che pensavano.
"
...Ma ceeeeeeeeerto, questo Skylight diametro 62 mm dovrebbe potersi montare sulla sua macchina 58 mm."
"
Scusi, non vorrei sembrarle polemico, ma mi risulta che 62 mm sia una misura superiore a 58 mm, non una misura coincidente".
Sguardo attonito del commesso, come si trovasse di fronte all'ultimo esemplare di tigre albina: "
Ah sì? E lei come lo sa??".
Bah. E comunque questa lente neutra non si trova in tutta la città. Dopo aver fatto un ulteriore giro per negozi, mi sono ritrovato di nuovo in strada. A un certo punto ho deciso di festeggiare il 40esimo tentativo di arrotamento regalandomi un viaggio premio verso casa. Così, girando vie e viuzze, cercando di ripescare dalla memoria i tragitti più veloci e meno trafficati verso Mondello, mi sono ritrovato in una strada parallela a via Libertà, il corso principale, finalmente fuori dalla morsa ferrea del traffico, tant'è che mentre guidavo mi sono potuto permettere il lusso di guardare anche un po' le insegne dei negozi, così ho notato un "Arte e Foto", o qualcosa del genere... Fermo la moto, e decido di fare un ultimo tentativo per lo Skylight.
Mi accolgono nel negozio un signore di mezza età e una ragazza alla cassa, forse la figlia. Chiedo della lente e il tipo, dopo avermi detto di non avere l'articolo, mi invita ad aspettare. Va sul retro e ne torna con una valigetta rigida. A chi si occupa di fotografia, seppure con approccio assolutamente amatoriale come me, quella valigetta non poteva che sembrare lo scrigno dei tesori. Era piena di obiettivi per macchine reflex, di varie forme, marche, diametri ed escursioni focali. Dopo aver cercato con una dedizione degna di miglior causa, il fotografo del negozio in questione prende quattro filtri, tra cui un polarizzatore, tutti del diametro 49 mm, quindi presuntivamente non adatti alla mia macchina, e mi dice: "
Guarda, io non li uso più, non so se possano essere adatti alla tua macchina, ma comunque puoi prenderli, vedi se ti possono essere utili. Mi fa piacere darli a qualcuno che ha questo entusiasmo per la fotografia", accompagnando questa frase con un bellissimo sorriso.
Ho accettato, ma fesso come sono ho chiesto dieci volte se ci volesse ripensare. Sorrideva, ma mi è sembrato determinato, così non ho potuto fare altro che ricambiare lo sguardo, accettare i filtri, salutare e andare via.
Tornato alla mia Mondello, ai miei ritmi umani, ho rallentato e ripensato all'accaduto. I filtri, ma questo lo sapevo già, non sono adatti alla mia macchina fotografica, ma rivedendo lo sguardo del fotografo nel regalarmi le lenti, alla morbida sospensione dall'isteria collettiva che ho provato in quel negozio, inaspettata oasi di rilassatezza, sento che entrambi da ieri pomeriggio siamo un po' più ricchi.

10.9.06

Cecco 2000



S'io fosse fuoco, arderei lo mondo...
S'io fosse software, lo formatterei.


(foto scattata con Fuji FinPix E510, modificata con Adobe Photoshop)

6.9.06

Una vita


Qualche tempo fa un mio giovane cugino, da poco ventenne, mi telefonò sconvolto da un avvenimento inaspettato. Riusciva soltanto a farfugliare parole sconclusionate, in preda ad uno sconforto che sembrava irrisolvibile. L'unica cosa che capivo era "Massi, ti prego, dimmi che non è vero, dimmi che non è vero!!!".
Gli suggerii di incontrarci, e così facemmo. Non appena fu in mia presenza, confortato da uno sguardo amichevole, qualche pacca affettuosa sulla spalla e un buon caffé, sembrò ritrovare un po' della sua compostezza. C
osì, rimase per qualche minuto assorto, rigirando la tazzina tra le dita e fu come se la confusione evaporasse, lasciando alla nostra vista il prezioso sale dell'intelletto.
- "Davvero non puoi immaginare cosa mi è successo", mi disse.
- "..."
- "Ricorderai che un paio di anni fa durante un pomeriggio di pioggia lessi di una cosa chiamata "Concorso per personale ATA nella Pubbl
ica Amministrazione" e che, dal momento che quel giorno non si poteva giocare a calcetto per le condizioni atmosferiche avverse, decisi di compilare il modulo e spedirlo per posta..."
- "Certo che lo ricordo" dissi, mentendo spudoratamente.
- "Eh... non l'avessi mai fatto", disse scuotendo la testa.
- "Lasciami indovinare: hai partecipato al concorso e hai visto che in realtà non c'erano speranze se non per chi è raccomandato, eh?".
Mi guardò con lo sguardo invero un po' di
sgustato... "Ma che dici? Non mi sono accorto di nulla, e comunque non è questo il punto. Un paio di mesi dopo mi arrivò la convocazione per questo concorso. In realtà per il giorno in questione avevo già un impegno, una scampagnata con gli amici... ma sai, quando il destino ti prende di mira? Giusto il giorno prima furono segnalati sciami di api assassine tutto intorno alle colline di Palermo... così, saltata la scampagnata e non avendo niente da fare, l'indomani andai al concorso. Mi segui fin qui?".
- "Eh? Ah, sì, certo"... in realtà non potevo fare a meno di pormi un quesito che mi sembrava via via più essenziale: le api assassine, producono miele velenoso? Immaginavo queste apine incazzate intente a produrre questo miele assassino, con un sorrido beffardo del tipo "mangiatelo, mangiatelo hahaha". Mah. Mi risolsi comunque a prestare nuovamente attenzione.
- "Avevo completamente dimenticato di quel giorno, le facce della gente, il concorso, gli esaminatori... davvero come se non l'avessi mai vissuto".
- "Eh, ti capisco" dissi, finalmente sincero... e chi l'ha fatto mai un concorso? A fare i concorsi si finisce male... concorso dopo concorso c'è sempre il rischio che ti prendano. E infatti...
- "Fino a quando, qualche giorno fa, mi arriva una lettera nella quale mi si comunicava che avevo vinto il concorso e che lunedì mi sarei dovuto presen
tare alla Ufficio Scolastico Regionale per avere la destinazione. Sai, in realtà per lunedì avevo progettato di andare a pescare con gli amici, ma avrai sentito delle alghe tossiche che ci sono lungo tutta la costa di Palermo? E' inutile, anche la natura mi si è rivoltata contro".
Fino a quel punto avevo ascoltato abbastanza interessato, ma cominciavo a sentirmi un po' a disagio di fronte a questo novello Fantozzi, col quale ho peraltro anche una relazione di parentela. Ma tant'è, il meccanismo messo in moto non poteva essere arrestato.
- "E che hai fatto?", gli chiesi.

- "Cugino, e che dovevo fare? Ci sono andato. Sempre meglio di non avere niente da fare, mi sono detto."
- "E già. E come è andata"? A questo punto non potevamo essere troppo lontani dal motivo del suo sconvolgimento. Infatti a quella mia domanda si rabbuiò. Seduto, con gli avambracci poggiati sulle cosce, le mani giunte che penzolavano nel vuoto, e la testa che sembrava un pendolo, oscillante dal punto "disappunto" al punto "incredulità", trasse un lungo sospiro e disse: "E' stata una mattinata simpatica, ho firmato il contratto, mi hanno assegnato un ufficio, mi hanno spiegato cos
a dovevo fare, mi hanno presentato i vertici dell'ufficio, insomma... mi è piaciuto".
"Azz", pensai. Questo snaturato va a lavorare e gli piace pure, vergogna della famiglia.
- "Infatti andando via alla fine dell'orario", continuò, "ho preso congedo dai presenti dicendo:
Beh, è stato piacevole, grazie dell'accoglienza, sono stato bene. Penso di rifarla qualche altra volta un giorno o l'altro questa cosa. E lì tutti sono scoppiati in una risata incontrollabile".
Lo guardai basito.

- "Ehm..." ebbi il tempo di dire, ma lui ricominciò, come un fiume in piena.
- "Credimi, fin lì era stato tutto carino, ma in un attimo la favola si è vestita da incubo. Uno di loro, il più anziano, mi ha preso sottobraccio, con uno sguardo ipocrita e comunque falso, perché dietro una parvenza di buone intenzioni, accompagnata da movenze rassicuranti, mi ha detto delle cose terribili..."
Era nuovamente turbato, avrei voluto sdrammatizzare, cambiare argomento, ma ero ormai curioso di sapere cosa fosse s
uccesso di preciso. Così lo esortai a continuare: "Cosa mai ti avrà detto di così terribile?".
- "Massi, mi hanno detto che la cosa non funziona così... che devo tornare a lavorare anche domani, e il giorno dopo, e il giorno ancora dopo..."
- "In effetti... sai dicono che..." feci in tempo a dire.
- "Ma io lì per lì l'ho preso per uno scherzo... ho pensato:
Ma guarda che burloni questi qui, sarà un rituale di benvenuto per chi passa una giornata in quelle stanze... Allora decisi di dare loro un po' di corda, anche per non passare per permaloso, così dissi: Ok, ok, e quanto dura questa... cosa? Una settimana, un
mese? Eheehhee... ignaro, ridevo di gusto. Quando uno di loro mi disse che sarei dovuto andare lì tutti i giorni della mia vita fino a quando non avessi avuto 70 anni, decisi che la misura era colma, che lo scherzo fosse durato anche troppo. Così ho salutato e sono andato via."
- "..."
- "Ma incuriosito ho poi chiesto in giro e... pare che sia tutto vero! Ma è inaudito!!"
Sorridevo cautamente, cercando di ripescare nei meandri della mia memoria il numero che usavo quando chiamavo la Neuro per costituirmi e chiedere loro di venirmi a prendere... sembrava che qualcuno ne avesse davvero bisog
no, e anche con una certa urgenza.
Esplose in una serie di singhiozzi, sembrava un dizionario da cui avessero strappato le pagine con le parole futuro e speranza. Infine, ritrovato il coraggio di chi si è deciso a guardare in faccia i propri demoni mi disse: "Ho chiesto a mio padre, anche lui dice che è così... ti prego Massi, di te mi fido... dimmi che non è vero".
Lo guardai con uno sguardo che doveva tradire una profonda tenerezza, quella di tipo consolatorio, perchè subito ottenni l'effetto contrario... quasi si adirò, mi guardò come se lo avessi tradito e mi chiese, tenendo gli oc
chi fissi nei miei: "Allora è tutto vero?".
- "Sì, è tutto vero". Qui la menzogna non era contemplata.
Mi guardò con lo sguardo affranto, sconfitto... e mi rivolse un'ultima lunga domanda: "Ma quale società infame e disumana può tollerare che i proprio membri, avendo una vita sola, ne spendano 50 anni incatenati ad un luogo di cui non importa loro niente, svolgendo attività che in massima parte non farebbero mai di loro spontanea volontà? Quale società può concepire che chi nasce debba lavorare senza sost
a semplicemente per procrastinare la propria esistenza in vita?".

Già, quale società concepisce tutto ciò?

...

Dalle ultime notizie appena giunte, pare sia la nostra.


(Le immagini di questo post sono state scattate con una Fotocamera Fuji FinePix E510)