28.9.06

Stai facendo qualcosa?

Ho scoperto la chiave per il successo economico, senza cambiare lavoro. Mi basterà trovare il modo di farmi pagare non più ad ore come avviene adesso, ma a metraggio. Davvero certe giornate lavorative passano a percorrere distanze rilevanti, facendo avanti e indietro tra le varie stanze della segreteria della scuola, tra il fax e la fotocopiatrice, tra la direzione e i vari assistenti amministrativi, l'archivio e il centralino, per non parlare dei chilometri macinati quotidianamente lungo tutto l'edificio scolastico alla ricerca di una risposta alle domande "Sai dov'è Tizio?"... "Non è che hai visto Caio?".
Sì, perché figure centrali dell'amministrazione pubblica sembrano essere i lavoratori itineranti. No, no, non parlo di quelli adetti alle consegne della corrispondenza a mano, o al personale che viene inviato presso altri enti a ritirare materiale didattico. Parlo di coloro le cui giornate lavorative trascorrono liete e veloci tra una pausa "caffè - sigaretta - messaggino - telefonata - devo andare in bagno - chiacchierata" e l'altra. Se ci fosse modo di mettere una bilancia in ogni ognuna delle sedie dell'ufficio e si calcolasse così quanto tempo al giorno il corpo di ciascuno vi gravi per assolvere ai compiti lavorativi, si arriverebbe a scoprire delle verità sconvolgenti: si potrebbe a buon motivo parlare di mattinate di relax, intervallate da "pause lavoro".
Avendo smesso di fumare da 3 anni e mezzo non posso ahimè bearmi di questo stacco autoinquinatorio, mi limito a partecipa
re, piuttosto volentieri invero, alla pausa caffè. Tempo fa avevo trovato una valida alternativa nella "pausa gatto". C'era una micia che bazzicava la casa del custode della scuola, che è in pratica un cubo di cemento attiguo all'edificio principale... micia che aveva la adorabile abitudine di sfornare di continuo gattini. La cosa strana è che venivano tutti socievolissimi, così socievoli che i genitori dei bimbi all'uscita dalle lezioni, spesso inteneriti da occhioni languidi e super-fusa, li prelevavano con la stessa frequenza con la quale la madre li partoriva. Mi è dispiaciuto in particolare quando qualcuno portò via Gnoccolo, ritratto nella foto qui sopra. Mai visto un gatto così integrato con gli esseri umani. Giocare con lui, interagire era davvero una pausa niente male, migliaia di fusa al costo di qualche carezza... praticamente gratis. Un sottoprodotto interessante delle coccole a Gnoccolo era che il resto del personale di segreteria, schifato dalla promiscuità uomo-gatto (niente di anormale, solo il micino spiacciacato sul mio petto stile infante da nutrire) non mi passava più lavoro da sbrigrare, forse per paura che trasmettessi loro qualche malattia incurabile lavorando alle loro pratiche.
Adesso invece, quando l'atteggiamento da pausa perenne che ho descritto prima porta all'accumularsi di pratiche da evadere, fisiologicamente comincia da parte degli imboscati la ricerca di uno sbocco, di un condotto che porti quelle pr
atiche a compimento. E qui la fisica fa sfoggio di fenomeni al limite del paranormale: lo spazio dell'ufficio si deforma, assume una conformazione ad imbuto che confluisce verso il mio tavolo. "Mi fai queste fotocopie? E' urgente", "Massi, telefona al Pascoli (uno dei plessi) e parla con blablabla... è urgente", "Max, prepari la circolare per l'inoltro del modello blablabla? E' urgente"
E in tutto questo, mentre si va come una trottola tra pc, stampante, fotocopiatrice e quant'altro, capitano i casi più disperati, quelli che devono
consegnare qualcosa al Dirigente entro i successivi cinque minuti e che hanno bisogno di una mano. Giusto per chi non mi conosce a lavoro, mi preme chiarire che non è che mi cerchino perché io sia più bravo di altri, ma solo perché non avendo una area di competenza specifica, sono considerato a disposizione di tutti. Però devo ammettere di essere stranamente preciso e meticoloso... io, stranissima cosa. Mah!
Questi li vedi arrivare con lo sguardo tirato, l'o
cchio nervoso, con un accenno di tic ad un angolo. Ti guardano affranti, perché notano subito che sei affaccendatissimo, ma animati da immotivata speranza pongono la fatidica domanda: "Hai da fare?". "Stai facendo qualcosa?".
Che domanda... "stai facendo qualcosa?". Eppure c'è stato un tempo in cui il fatto di sembrare affaccendato non coincideva necessariamente con lo stare facendo qualcosa per davvero. Quando frequentavo la fac
oltà di Psicologia, inizio anni '90, mi svegliavo come adesso alle 6 del mattino, alle 7 e qualcosa ero già fuori di casa, diretto con la fida Clarabella (la mia auto attualmente infortunata) alla volta di casa delle colleghe cui dare un passaggio, alle 8 ero seduto nell'aula per le lezioni; prendevo appunti, compravo libri, sfogliavo pagine, sottolineavo, ma in realtà non facevo nulla. Per un curioso caso di dissociazione mente-corpo, facevo fisicamente una marea di cose, senza fare nulla. Ben presto la pantomima appena descritta lasciò il posto a una sostanziosa militanza attiva... anzi, militanza passiva nel nulla. Portavo con me la chitarra, così faceva Pierpaolo, un collega che so essersi poi laureato, male per lui... e si spendevano le giornate, in facoltà a viale Michelangelo, tra musica, alcol, fumi vari, calcetto, discussioni politiche. Il calcetto, giusto perché nessuno immagini un movimento collettivo verso campi decenti, si giocava in uno spiazo interno alla facoltà, di cemento, nel quale qualcuno aveva - bontà sua - lasciato due porte di un campo di pallamano.


Fu così che, un po' per scherzo,
un po' per convinzione, con i colleghi universitari affetti dallo stesso morbo fondai (fondammo) l'ACINU, il cui logo era un grappolo d'uva con riflesso, in un acino appunto, uno studente beatamente addormentato sui libri. ACINU era l'acronimo di Associazione Culturale Italiana Nullafacenti Universitari. Avevamo pensato a tutto, dall'organigramma alle attività da non promuovere, i meetign a cui non partecipare assolutamente, le attività culturali da non svolgere da segnalare agli iscritti. Presi da entusiasmo cominciammo a progettare la creazione di una rivista, una fanzine, un foglio, qualcosa che ci facesse da veicolo per la promozione del nostro credo... qualcosa che portasse al mondo la voce della nostra rivoluzione: "Nullafacenti di tutto il mondo, unitevi!!! Ma solo se non vi costa sforzo... se no state divisi, va bene uguale."
Qualcuno con agganci col mondo reale ci fece notare che per produrre una pubblicazione era necessario che l'associazione fosse registrata alla Camera di Commercio, o ovunque si faccia questa cosa, così ci guardammo in faccia alla ricerca di un volontario che si occupasse della faccenda. Panico.
- "Io non ci vado."
- "Non guardate me, io sono il Presidente dei nullafacenti, mica posso giocarmi la reputazione così".
- "In quanto Segretario mi preme ricordare che il nostro statuto non prevede atti concreti dal momento che il fine intrinseco dell'associazione..."
...
E sì, non fare nulla è un impegno serio.


(grazie a Zanzarina per l'ispirazione)

2 commenti:

claudia ha detto...

ciao che ben comincia è a metà dell'opera...

Maxdog ha detto...

ehm... ci siamo sprecati, eh? :D