17.9.06

Mamme ad alta tecnologia


Il posto in cui abito diventa d'estate meta di villegianti, il cui arrivo è preannunciato da un rumore di certo simile a quello che dovevano produrre i cavalli delle ode di barbari che calavano dal nord sui territori dell'Europa. E se qualche saccente dovvesse rilevare che i barbari andavano a piedi... fa lo stesso, l'arte ha bisogno dei suoi artifici.
Tra i vari miracoli cui si assiste estate dopo estate c'è quello di vedere arrivare un gruppo familiare di quattro persone, con tutto l'occorrente per l'estate stipato in due automobili (comprendendo vestiti, c
ostumi, vettovaglie, cuscini, suppellettili) per poi vedere le stesse persone, sempre quattro invero, dover noleggiare un paio di furgoni a fine estate per riportare indietro tutte le loro cose, come se le stesse si fossero moltiplicate a dismisura durante i 3 mesi estivi... il miracolo della moltiplicazione delle cianfrusaglie.
Una delle caratteristiche dell'estate è che questo luogo, un grande condominio di piccoli appartamenti, passa da amena costruzione sobria
e silenziosa a un enorme alveare: da giugno a settembre, infatti, si nota un costante brusio, come se migliaia di api giganti fossero indaffarate a svolgere le proprie mansioni.
Ma uno dei fenomeni davvero imperdibili, degno secondo me dell'attenzione di una intera serie di Quark, è quello delle mamme ad alta tecnologia, un qualcosa che davvero ci fa lasciare alle nostre spalle le incertezze della società industriale e ci proietta... ma cosa dico... ci scaraventa con forza nel 21esimo secolo.

I miei coetanei (diciamo quelli prossimi ai 30 per eccesso o difetto) ricorderanno che negli anni '80 per comunicare un ritardo o comunque per telefonare quando si era fuori di casa, bisognava andare alla ricerca di un telefono pubblico e, prima che la Sip (antenata gloriosa della moderna pantomina Telecom Italia) installasse quei prodigiosi telefoni rossi che funzionavano con qualsiasi moneta, bisognava anche avere il fatidico gettone telefonico. Ricordo tra l'altro il valore del gettone saliva periodicamente: nei miei primi anni di vita, se non erro, valeva 50 lire. Nella mia infanzia ricordo un controvalore di 100 lire, fino ad arrivare a ben 200 nell'adolescenza. Infatti uno dei miei piani per ottenere la ricchezza era proprio questo: comprare 1 miliardo di lire in gettoni telefonici, aspettare che il valore raddoppiasse e rivenderli. Inutile dire che di lì a qualche anno, con i nuovi telefoni di cui sopra, i gettoni scomparvero senza che io perdessi una lira in investimenti assurdi, semplicemente perché non avevo denaro da investire. Con questo increscioso progetto, la mia carriera di investitore/imprenditore si concluse prima di cominciare, per fortuna mia e del mondo.
Tornando a noi, davvero questi telefoni pubblici erano la conseguenza della connessione esistente tra tutti i telefoni della terra. Per metterti in contatto con una casa di Mondello, da via Roma, dovevi telefonare da un telefono che era connesso fisicamente, attraverso le centraline, con quello che riceveva la chiamata. La tua voce e la voce del tuo interlocutore, i rumori, i clacson, tutto viaggiava fisicamente su una linea diretta, reale, quasi tangibilmente da un telefono all'altro.
La rivoluzione dei telefoni ce
llulari, per chi ha vissuto anche la realtà che ho appena descritto, è stata davvero epocale. Non solo per la comodità di avere un telefono sempre a disposizione, ma soprattutto per quella nuova sensazione che la propria voce diventi eterea, che si scomponga in una serie di 0 e 1 e viaggi digitalmente verso improbabili satelliti geostazionari per poi ricompattarsi uguale uguale nell'orecchio di chi ci ascolta.
Ecco, le mamme del posto in cui abito io hanno prodotto una rivoluzione di uguale portata. Dimenticate le vecchie mamme che stavano vicine ai propri figli durante la loro infanzia, abbandonate la vetusta idea de
l genitore che stabilisce una connessione col proprio infante, che gli spiega passo per passo la vita, che lo rialza dopo una caduta, che gli insegna a non piangere per un gol preso durante una partita... perché i gol si fanno e si prendono, così come si vince e si perde... e che l'importante è giocare, e giocare pulito, rispettando l'avversario... andate oltre la retrograda idea che un genitore abbia il piacere di vedere da vicino i propri figli durante lo stabilirsi delle loro prime relazioni sociali (parlo di bimbi di due, tre anni, anche meno a volte)...
No, niente di tutto questo. Proprio come i cellulari prima e i cordless dopo ci hanno emancipato dalla schiavitù del filo, del le
game fisico... oggi le mamme ad alta tecnologia ci mostrano la meraviglia della genitorialità a distanza. Immaginate due, tre mamme intente a confabulare tra di loro, intente a raccontarsi chissà quali imperdibili segreti, mentre i loro pargoli scorazzano all'interno di quello che è, a tutti gli effetti, un cortile senza sbocchi verso l'esterno, quindi un ambiente che le lascia abbastanza tranquille sulla sorte della prole.
E così per ore, buttando di tanto in tanto una occhiata, giusto per regolare i conti con la propria coscienza, per vedere se tutto è a posto, con un occhio degno dei migliori teleobiettivi.

Ma, ogni tanto, ecco che i bimbi hanno qualche scontro verbale, qualche scompenso del loro equilibrio corporeo che li manda con le terga per terra... e lì partono i pianti a scuarciagola.
E qui la meravigliosa tecnologia compie il prodigio: senza bisogno alcuno di avvicinarsi fisicamente, senza sentire la necessità di stabilire un contatto fisico, la mamma tecnologica si limita a stabilire un c
ontatto wireless-wifi-ipertecnologico, colmando i centro metri di distanza tutto d'un fiato... e l'aria si riempie di soavi melodie: Gioacchinooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo, Carmelaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, Antoniooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo...
Ah, che meraviglia il progresso... evviva la tecnologia.


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