31.8.06

La legge dei grandi numeri


Qualche sera fa, durante una accanita partita a carte... per i più curiosi il gioco era il Burrako... si dissertava con gli amici a proposito delle possibilità di vittoria dell'una e dell'altra coppia che si stavano cimentando sul tappeto verde. Il tutto nasceva dal fatto che uno dei giocatori era alla sua prima esperienza a questo gioco e vantava un impressionante score di 3 vittorie su 3 partite.
E' stato lì che scherzando ho detto "Beh, per la legge dei grandi numeri prima o poi dovrai perdere", pescando tra le reminescenze del mio passato di studente e portando a sostegno della mia tesi il classico esempio dei dadi. "Ad esempio", dissi, "lanciando sei volte un dado quante possibilità ci sono che esca in ogni lancio un valore diverso, dall'1 al 6? Pochissime. O se lanciassimo sei dadi, quante possibilità ci sono che escano in ogni dado i valori dall'1 al 6, senza ripetizioni?".


Vedevo sui loro volti espressioni vagamente dubbiose, forse non per l'argomento in sé quanto per l'entusiasmo con il quale sostenevo la mia tesi. Adesso, volendo, potrei lanciarmi in una spiegazione su cosa dica davvero la legge dei grandi numeri, ma dal momento che non ho dimestichezza vera con matematica e affini, ho preferito mettere nel post un link alla pagina di Wikipedia che fornirà le eventuali delucidazioni a chi ne volesse.
Continuando nell'enunciazione invero lacunosa della teoria (ma è così che la ricordavo) ho spiegato loro: "Se invece lanciamo lo stesso dado sei miliardi di volte, quante probabilità abbiamo che esca un miliardo di volte l'1, un miliardo di volte il 2 e così via fino al 6? Quasi il 100%. Se lanciassimo il dado 600 miliardi di volte, la probabilità che esca cento miliardi di volte ciascun valore dall'1 al 6 è del 100%, dal momento che il numero di ripetute aumenta la possibilità che i risultati esprimano in egual misura i vari valori di ciascuna faccia del dado. In definitiva, quindi", dissi all'amico neofita, "più giochi più la proporzione tra le vittorie e sconfitte, pur non legate del tutto al caso, tenderà ad essere il 50% del totale delle partite che avrai giocato. Esattamente come accade per i dadi."
I miei amici sembravano aver accettato abbastanza di buon grado la mia spiegazione. Non so dire in quale misura abbia influito la loro voglia di chiuderla lì e continuare la partita, ma tant'è che sembravano tutti ragionevolmente convinti della plausibilità di quello che stavo affermando. I dadi avevano colto nel segno.


Ma ecco che proprio mentre la teoria cominciava a sedimentare nelle nostre teste, mi venne in mente di aver letto una volta di un paradosso basato su questa legge e che mirava a confutarla. Qualcuno sosteneva che, accettandola per vera, bisogna arriva al seguente assunto: se aumentare il numero di ripetute di un evento fa sì che aumentino le probabilità che si arrivi ad un risultato diverso dal precedente (della serie se lancio 30 volte una moneta e viene fuori sempre testa, alla 31esima volta è più probabile che esca croce... cosa del tutto priva di logica) allora, per assurdo, se prendessimo un numero infinito di scimmie, dessimo ad ognuna di loro una macchina per scrivere con infiniti fogli e inchiostro, in un tempo infinito è certo che almeno una di loro pigiando i tasti a caso riscriva per intero la Divina Commedia.
Silenzio al tavolo, subito seguito da risate. Però, a pensarci bene... secondo me non fa una grinza. Qualcuno sosteneva che forse, in un tempo infinito, si sarebbe potuto arrivare ad avere il primo verso "Nel mezzo del cammin di nostra vita", altri si dichiaravano sicuri che "Nel mezzo" sarebbe già stato un risultato degno di nota.
Ma con infinite scimmie, in infinito tempo... con infinite combinazioni di lettere... mah, non riesco a convincermi che sia impossibile. E dunque sono determinato ad andare in fondo alla cosa e svelare l'arcano. Non mi rimane che trovare un numero infinito di scimmie, e il gioco è fatto.

(Nelle immagini, mie foto di dadi. Insospettabile, eh?)

30.8.06

Piantine, loro fiori ed effetti collaterali


Ammettetelo, dal titolo viene spontaneo pensare ad altro :D

Libertà e Generazione Ics



Giovani d'oggi... un surplus di libertà fa desiderare loro più regole e struttura, piuttosto che una libertà ancora più ampia.
In realtà così mi arrogo un diritto che non dovrei concedermi, quello di parlare di una realtà che non conosco se non ragionando per stereotipi. Probabilmente i giovani d'oggi sono esattamente come quelli di 30 anni fa, certe mutazioni probabilmente richiedono tempi lunghi per comportare cambiamenti che si possano apprezzare.
Il tema della libertà poi, quanto è complicato. Credo che gli esseri umani vivano in un intreccio di relazioni così complesse e profonde da rendere impossibile la libertà totale, se non a patto di rinunciare a tante cose tra cui, non ultime, tutte le connessioni con i nostri simili... in pratica per essere totalmente liberi bisognerebbe rinunciare a interi pezzi della nostra umanità.
Il tema della libertà me l'ha ispirato la foto del post, che rappresenta un un vero colpo di fortuna dal momento che è stata scattata mentre ero in automobile con degli amici... tra l'altro eravamo in movimento, la messa a fuoco è stata un misto di caso (per l'appunto) e intuito.
Quando frequentavo il liceo, proprio in quegli anni in cui un individuo comincia a formare dentro di sé immagini decentemente chiare di quelle che sono le coordinate del mondo... in quel periodo, ricordo, il professore di italiano cominciò a lasciare una quantità enorme di tracce per i temi in classe, diversificandole per categorie, quali ad esempio "Commento a uno scritto", "Argomento storico", "Letteratura", "Attualità"... solo che, bontà sua, i temi di attualità difficilmente erano legati a fatti di cronaca strettamente recenti, quando a concetti astratti quali ad esempio la felicità, la libertà, il rispetto, la convivenza. In effetti, a pensarci adesso, avrebbe dovuto porgerli come temi di riflessione filosofica, ed era con questo spirito che io li svolgevo.
Non mi sembrava vero di poter esprimere compiutamente concetti così complessi, peraltro nell'alveo comodo di cinque ore per stesura, correzione e ricopiatura. Non di rado mi capitava di scrivere l'incipit e le conclusioni non solo del mio tema, ma anche di quello del mio compagno di classe Alessandro, che allora apprezzava lo stile caustico del mio scrivere. A suo dire lo affascinava il fatto che il mio sguardo si posasse sul mondo privo dei filtri della compassione e della consolazione. Preso dallo scrivere due inizi e due conclusioni, capitava spesso che consegnassi direttamente in brutta copia, cosa che sembrava non disturbare più di tanto il professore, che dopo le correzioni e il giudizio (al quale non tenevo minimamente) mi dava la possibilità di fare una copia del tema da tenere per me.
Sono passati parecchi anni da allora, non ricordo bene le parole esatte di quei temi, anche se ce li ho conservati in un unico rotolo posto dentro un contenitore per palle da tennis... ma il finale del mio tema sulla libertà, più o meno, era una cosa tipo "Libertà è poter correre su di una spiaggia senza paura di pungersi con una siringa infetta, libertà è poter esprimere le proprie idee comuniste senza che il professore fascista ti bocci, libertà è superare i propri vincoli, superare i proprio limiti, poter urlare a squarciagola IO SONO LIBERO!." Di certo riletto adesso suona abbastanza banale, ma... avevo soltanto 16 anni :)
Invece, stranamente, ricordo benissimo la conclusione che scrissi per il tema di Alessandro, diceva così: "La Libertà... miraggio ambito, dolce illusione che culliamo fino a quando non realizziamo di essere soltanto degli uomini".

29.8.06

Trasposizioni



Dostoevskij scrisse che "la bellezza salverà il mondo". Non so se sia vero, immagino e spero di sì. Di certo la bellezza, come diceva Kant, si coglie nel rapportarsi a qualcosa che ci mette in accordo con la parte più intima di noi... qualcosa, qualcuno, un evento che susciti in noi una risposta armonica, che mitighi le asperità.

In questi giorni sto scattando centinaia di foto, e di queste la quasi totalità è figlia della voglia di riuscire a capire come funzioni una macchina fotografica decente. Come sempre ho scelto la strada dell'autodidattica, dell'esplorazione empirica del mezzo e dei soggetti. Ore di appostamento di fronte a una fontana in attesa dello zampillo giusto, del raggio di sole perfetto, del momento lirico da catturare per sempre... attese spesso mutate in pellegrinazioni senza meta, vagabondaggi con annessa visione del mondo in 3:2.
E come sempre, quando cerco di astrarre una legge particolare da ciò che osservo, mi convinco di quella che, al momento, mi sembrava la teoria più plausibile, salvo modificarla al prossimo input rilevante. In particolare, pensavo che l'ottica di una macchina fotografica cercasse di simulare quanto più possibile il comportamento dell'occhio umano, mettendo a fuoco un soggetto, sfocando lo sfondo, creando livelli di profondità, prospettive, sfumature...
Beh, mi sa che non avevo visto giusto. L'occhio è lo strumento, una porta che permette ad una immagine di entrare dentro di noi, così come l'obiettivo di una macchina fotografica permette ad una immagine di imprimersi su una memoria, di essere riproducibile, di essere disponibile affinché infiniti occhi possano vederla.
Ma comincio a credere che quando si ha la fortuna di imbattersi in una immagine bella, non credo che sia l'occhio che la colga: la bellezza, prima che con gli occhi, dialoga con l'anima.

25.8.06

Movimento e didattica



Oggi sono stato ospite a pranzo a casa di una mia amica e del suo compagno... anche per il pranzo ottimo ed abbondante, ho declinato l'invito a giocare la terza partita in tre giorni a pallanuoto, invito che mi è stato rivolto da alcuni miei amici non appena arrivato nei paraggi di casa, proveniente proprio da casa dell'amica. Non vorrei suonare come il classico trentenne che parla di un incipiente decadimento fisico, ma davvero senza allenamento tre partite in tre giorni sono troppe. Ma vedo che i ragazzini, così come i ventenni, riescono a disporre del proprio corpo in maniera indiscriminata... penso addirittura che in qualche caso si profili all'orizzonte il concetto di auto-abuso.
La mia amica mi aveva chiesto di portare con me la macchina fotografica nuova, per vedere come funzionasse, e avendo la fotocamera ancora con me ho deciso che in mancanza di azione e movimento mi sarei dedicato a prendere qualche scatto della partita, anche per vedere se fossi in grado o meno di padroneggiare il mezzo. La risposta che ne ricavo è sempre la stessa: credo che la fotografia, quando non attiene al gusto del particolare, vive principalmente sulla fortuna, sulla frazione di secondo significativa, oltre la quale la banalità torna ad estendere il suo dominio quasi incontrastato sulla realtà.

Non che mi illuda che la foto qui sopra sia meno che banale, ma di circa 100 scatti è l'unico decente... se la modifica con photoshop aggiunga qualcosa o meno, non me lo chiedo neanche. Credo lo scatto catturi bene l'attenzione dei giocatori nel momento topico, tutto qui.
Piuttosto vedendo tanta indiscriminata energia nei ventenni pensavo come sia un peccato che in linea generale nessuno, tantomeno la scuola o le famiglie, si prenda la briga di tentare di valorizzare questo potenziale, cercando di stimolare questi poderosi muscoli, questi polmoni infaticabili a mettersi a servizio del contenuto della scatola cranica. Non dico che bisognerebbe vessare i giovani con letture che oggi evidentemente risultano tendenzialmente indigeste... credo basterebbe far scivolare nei loro lettori mp3, tra un brano dei Flamino Maphia e uno di Fabry Fibra, un Franco Battiato d'annata:


Franco Battiato - "Mesopotamia"

Lo sai che più si invecchia
più affiorano ricordi lontanissimi
come se fosse ieri
mi vedo a volte in braccio a mia madre
e sento ancora i teneri commenti di mio padre
i pranzi, le domeniche da nonni
le voglie e le esplosioni irrazionali
e i primi passi, gioie e dispiaceri...

La prima goccia bianca che spavento
e che piacere strano
e un innamoramento senza senso
per legge naturale a quell'età
I primi accordi su di un organo da chiesa in sagrestia
ed un dogmatico rispetto verso le istituzioni...

Che cosa resterà di me? Del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che ho preso in questa vita?

Mi piacciono le scelte radicali,
la morte consapevole che si autoimpose Socrate
e la scomparsa misteriosa ed unica di Majorana...
la vita cinica ed interessante di Landolfi
opposto ma vicino a un monaco birmano
o la misantropia celeste in Benedetti Michelangeli...

Anch'io a guardarmi bene vivo da millenni
e vengo dritto dalla civiltà più alta dei Sumeri
dall'arte cuneiforme degli Scribi
e dormo spesso dentro un sacco a pelo
perché non voglio perdere i contatti con la terra...

La valle tra i due fiumi della Mesopotamia
che vide alle sue rive Isacco di Ninive

Che cosa resterà di noi? Del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che abbiamo in questa vita?

22.8.06

Hesse docet



Nel racconto "Favola d'amore" - di cui consiglio a tutti la lettura - Herman Hesse, per descrivere la completezza della coppia come unione di due entità diverse, usa l'espressione "come stella doppia in cielo". Il tema della dicotomia è probabilmente vecchio quanto il mondo: uomo-donna, luce-buio, bene-male... ogni cosa, ogni categoria dello spirito o della mente ha il suo doppio, a volte complementare, quasi sempre opposto.
Così, in una dicotomia di tono minore, dopo aver cercato di mettere a fuoco a fuoco, anche io ho vissuto il mio banale opposto: cercare di mettere a fuoco l'acqua.

21.8.06

Giochi di parole



Ricordo che quando ero un fanciullino del ginnasio alle prime esperienze di uscite serali in motorino con gli amici (un atroce Aprilia Tuareg 50 stile Honda Transalp, a pensarci adesso mi vengono i brividi), rimasi colpito e affascinato dalle dinamiche che si instaurano nella cosiddetta "comitiva". L'alternanza rotatoria di soddisfacimento delle proposte sul cosa fare la sera ha qualcosa di ipnotico: il primo sabato si accontenta Tizio/a, andando dove dice lui/lei, a costo di vedere musi lunghi da strisciar per terra sulla faccia di altre 20 persone; la seconda sera, si accontenta Caio/a, titolare di uno di quei musi lunghi dell'uscita precedente... e nel caso in cui Caio/a abbia dei gusti non comuni ecco che, a rotazione, il muso lungo si trasferisce sulla faccia di Tizio/a, spazzando via il sorriso che c'era prima sul suo volto e su quello di molti altri.

Questo... anche questo, oltre che la noia mortale che era la regola quasi fissa, mi spinse a mettere in atto una semplice strategia: nelle serate da trascorrere in comitiva non passare mai a prendere nessuno a casa, o comunque nessuno che non avesse un passaggio garantito per il ritorno. Facevano eccezione, ovviamente, le gentili donzelle con cui, spesso, si finiva a fare passeggiate in solitaria, a rimirar le stelle. Quindi arrivando in autonomia agli appuntamenti, potevo ragionare sul da farsi, valutare la proposta che la turnazione rendeva vincente per quella sera... e nel caso frequente di noia imminente, individuare qualcuno/a che mi facesse da compagno/a di fuga, spesso per avventurarci in strade statali, alla scoperta dei paesini del circondario. Ovviamente, alla lunga, rinuncia all'idea di comitiva, sviluppando quella visione delle cose per cui, anche oggi, 4 persone per me sono una folla.
Una delle cose che negli anni mi ha convinto a perseverare con questo atteggiamento, oltre al motivo principale cioè che mi sta bene vivere così, è il fatto che abituarsi a gestire i propri spazi e il proprio tempo anche da soli (non preferibilmente, ma anche) mi dava e mi da tuttora la sensazione di avere a portata di mano una sorta di autarchia emotiva e intrattenitiva: sto bene con gli altri, purché non troppi e di qualità, ma posso stare bene anche da solo. Una volta quella che era allora la mia ragazza mi disse: "Beh, certo, tu puoi accontentarti di qualsiasi stipendio perché, quando sei annoiato, disegni o scrivi o suoni o dipingi o fai mobili... io i miei svaghi me li devo pagare."
Ma siamo mai davvero soli? In questo momento, mentre scrivo per il blog, non sono forse in compagnia di un mio ipotetico lettore? Il fatto di essere ad un solo clic di distanza da un sistema informatico con decine di milioni di utenti connessi può definirsi davvero solitudine?
Ecco che ieri, però, ho avuto modo di vivere in concreto la mia vita autarchica.
Ero a casa, in attesa della telefonata di un amico che per troppo tempo è stato, per colpa mia, lontano dalla mia vita e dal mio quotidiano. Sapevo che aveva un impegno e che probabilmente non ci saremmo visti, quindi aspettavo senza aspettative... quand'ecco che un blackout ha fatto spegnere il pc e tutto il resto. Nella periferia ovest di Palermo i blackout sono abbastanza frequenti e, di regola, molto brevi. Erano le 20:30 circa, avevo già cenato, ero solo in attesa della telefonata, di fare una doccia veloce e di raggiungere il mio amico nel luogo in cui si trovava. Ero solo in quel momento? Beh, se facciamo eccezione per Camilla, le zanzare e gli acari della polvere, lo ero eccome. Nessun collegamento con l'esterno, soprattutto nessun riempitempo classico: niente tv, niente pc. Cellulare quasi scarico, preservavo il residuo di batteria per la chiamata attesa.
Allora, la tanto decantata autarchia? Prima che la noia stendesse il suo vessillo nero sul mio cranio, per farmelo sventolare davanti agli occhi, ho acceso una lanternina con dentro un lumino, ho preso "Sulla Strada" di Kerouac, uno dei cento libri che mi riprometto di leggere e che non finisco mai, e disteso sul pavimento ho provato a scorrere le pagine. Però la fiamma della candela tremava parecchio, rendendo quasi impossibile mettere a fuoco le lettere, le parole... Mettere a fuoco! Eccola la scintilla. In realtà, tecnicamente, il mio intrattenimento l'ho pagato, e pure caro, perché le macchine fotografiche, ahimé, non crescono sugli alberi. Ma non credo potrò mai rimpiangere nulla di quello che mi da la possibilità di fermare gli istanti, soprattutto quelli irrilevanti. A imperitura memoria del superfluo... per ricordarci il necessario religione e pubblicità fanno già abbastanza.
La telefonata alla fine non è arrivata... e sono andato a dormire. Ecco quindi come ho riempito il lasso di tempo tra il blackout e il sonno: cercando di mettere a fuoco il fuoco.

20.8.06

Step by step

Bene, bene, passo dopo passo il quadro prende forma. Ho in mente una mappa concettuale dei collegamenti tra questo blog, che ospita i post, e la pagina su Altervista che utilizzerò per mettere online foto e quant'altro. Non rimane che andare a dormire ad un orario decente la notte, per evitare di essere totalmente rincoglionito il giorno seguente (come è successo oggi... ma era insospettabile che mi riferissi a questo, vero?) e avere così un minimo di energie da spendere in questa cosa. Ma queste ferie le vogliamo onorare o no?
In realtà questo post, che ad occhi disattenti potrebbe sembrare palesemente e totalmente inutile, mi serve per acquisire l'abitudine a scrivere qualcosa che vada online. Confesso infatti che allo stato non è una cosa che mi venga naturale. Immagino che, come per tutte le cose, la pratica porti disinvoltura :D
Ok, il sonno compensatorio mi chiama... non sono mai stato virtuoso in vita mia, non vedo perché dovrei cominciare proprio adesso.

18.8.06

Neanche 12 ore per smentirsi...

Ok, ci sono andato davvero vicino. Mi sono ripromesso di non appensantire il blog con elucubrazioni pesanti, quando ho pensato di ripostare qui gli interventi dei vecchi blog, giusto per lasciarne traccia, dal momento che quelli non li aggiornerò più.
Alla fine sono arrivato ad una conclusione che mi sembra logica: ho messo un collegamento ad uno dei vecchi blog (solo 4 post peraltro), l'unico che non chiuderò a futura memoria. Spero di aggiungere a breve dei collegamenti nell'area Contenuti, con pagine in cui mostrare foto, immagini dell'habitat in cui vivo, foto di alcuni dei prodotti dei miei hobby (come ad esempio i "mobili" artiginali che realizzo).
Bene, così adesso so come sprecherò parte delle agognate ferie :)

Blog nuovo, vita nuova?

Certo che cominciare il quarto blog in meno di due mesi, dopo che i primi tre si sono arenati, se non proprio estinti, richiede una buona dose di ottimismo, categoria dello spirito alla quale di solito non sono abituato.
Non so perché ma questo sito, a dispetto del colore nero della pagina, sembra ispirare meno la mia parte noir di quanto non facessero le altre pagine. Probabilmente, se riuscirò a sfuggire alla tentazione di riversare su questo spazio le mie elucubrazioni più contorte, riuscirò a tenere aperto e in vita questo blog per più di un mese.
Forza, si comincia...