21.8.06

Giochi di parole



Ricordo che quando ero un fanciullino del ginnasio alle prime esperienze di uscite serali in motorino con gli amici (un atroce Aprilia Tuareg 50 stile Honda Transalp, a pensarci adesso mi vengono i brividi), rimasi colpito e affascinato dalle dinamiche che si instaurano nella cosiddetta "comitiva". L'alternanza rotatoria di soddisfacimento delle proposte sul cosa fare la sera ha qualcosa di ipnotico: il primo sabato si accontenta Tizio/a, andando dove dice lui/lei, a costo di vedere musi lunghi da strisciar per terra sulla faccia di altre 20 persone; la seconda sera, si accontenta Caio/a, titolare di uno di quei musi lunghi dell'uscita precedente... e nel caso in cui Caio/a abbia dei gusti non comuni ecco che, a rotazione, il muso lungo si trasferisce sulla faccia di Tizio/a, spazzando via il sorriso che c'era prima sul suo volto e su quello di molti altri.

Questo... anche questo, oltre che la noia mortale che era la regola quasi fissa, mi spinse a mettere in atto una semplice strategia: nelle serate da trascorrere in comitiva non passare mai a prendere nessuno a casa, o comunque nessuno che non avesse un passaggio garantito per il ritorno. Facevano eccezione, ovviamente, le gentili donzelle con cui, spesso, si finiva a fare passeggiate in solitaria, a rimirar le stelle. Quindi arrivando in autonomia agli appuntamenti, potevo ragionare sul da farsi, valutare la proposta che la turnazione rendeva vincente per quella sera... e nel caso frequente di noia imminente, individuare qualcuno/a che mi facesse da compagno/a di fuga, spesso per avventurarci in strade statali, alla scoperta dei paesini del circondario. Ovviamente, alla lunga, rinuncia all'idea di comitiva, sviluppando quella visione delle cose per cui, anche oggi, 4 persone per me sono una folla.
Una delle cose che negli anni mi ha convinto a perseverare con questo atteggiamento, oltre al motivo principale cioè che mi sta bene vivere così, è il fatto che abituarsi a gestire i propri spazi e il proprio tempo anche da soli (non preferibilmente, ma anche) mi dava e mi da tuttora la sensazione di avere a portata di mano una sorta di autarchia emotiva e intrattenitiva: sto bene con gli altri, purché non troppi e di qualità, ma posso stare bene anche da solo. Una volta quella che era allora la mia ragazza mi disse: "Beh, certo, tu puoi accontentarti di qualsiasi stipendio perché, quando sei annoiato, disegni o scrivi o suoni o dipingi o fai mobili... io i miei svaghi me li devo pagare."
Ma siamo mai davvero soli? In questo momento, mentre scrivo per il blog, non sono forse in compagnia di un mio ipotetico lettore? Il fatto di essere ad un solo clic di distanza da un sistema informatico con decine di milioni di utenti connessi può definirsi davvero solitudine?
Ecco che ieri, però, ho avuto modo di vivere in concreto la mia vita autarchica.
Ero a casa, in attesa della telefonata di un amico che per troppo tempo è stato, per colpa mia, lontano dalla mia vita e dal mio quotidiano. Sapevo che aveva un impegno e che probabilmente non ci saremmo visti, quindi aspettavo senza aspettative... quand'ecco che un blackout ha fatto spegnere il pc e tutto il resto. Nella periferia ovest di Palermo i blackout sono abbastanza frequenti e, di regola, molto brevi. Erano le 20:30 circa, avevo già cenato, ero solo in attesa della telefonata, di fare una doccia veloce e di raggiungere il mio amico nel luogo in cui si trovava. Ero solo in quel momento? Beh, se facciamo eccezione per Camilla, le zanzare e gli acari della polvere, lo ero eccome. Nessun collegamento con l'esterno, soprattutto nessun riempitempo classico: niente tv, niente pc. Cellulare quasi scarico, preservavo il residuo di batteria per la chiamata attesa.
Allora, la tanto decantata autarchia? Prima che la noia stendesse il suo vessillo nero sul mio cranio, per farmelo sventolare davanti agli occhi, ho acceso una lanternina con dentro un lumino, ho preso "Sulla Strada" di Kerouac, uno dei cento libri che mi riprometto di leggere e che non finisco mai, e disteso sul pavimento ho provato a scorrere le pagine. Però la fiamma della candela tremava parecchio, rendendo quasi impossibile mettere a fuoco le lettere, le parole... Mettere a fuoco! Eccola la scintilla. In realtà, tecnicamente, il mio intrattenimento l'ho pagato, e pure caro, perché le macchine fotografiche, ahimé, non crescono sugli alberi. Ma non credo potrò mai rimpiangere nulla di quello che mi da la possibilità di fermare gli istanti, soprattutto quelli irrilevanti. A imperitura memoria del superfluo... per ricordarci il necessario religione e pubblicità fanno già abbastanza.
La telefonata alla fine non è arrivata... e sono andato a dormire. Ecco quindi come ho riempito il lasso di tempo tra il blackout e il sonno: cercando di mettere a fuoco il fuoco.

2 commenti:

ChrisWoznitza ha detto...

Hi ich bin Chriswab aus Bottrop. Viele Grüsse !!

Mari ha detto...

Wow un commento in tedesco! "Ciao io sono Chriswab da bottrop. Tanti saluti!!"
Bella la foto, peccato per il vetro graffiato.