31.3.08

Serendipità collaterale

Il principio della Serendipità è forse l'unica cosa che mi è rimasta nel cuore dei tre anni passati alla facoltà di Psicologia dell'Università di Palermo.

Da Wikipedia:

Serendipità è un neologismo poco usato nella lingua italiana, proveniente dall'assai più diffuso corrispondente anglosassone serendipity. Tale parola inglese fu coniata nel 1754 dal letterato Horace Walpole, ispirato dalla lettura della fiaba persiana "Tre principi di Serendippo" di Cristoforo Armeno. Nel racconto i tre protagonisti trovano sul loro cammino una serie di indizi, che li salvano in più di un'occasione. La storia descrive le scoperte dei tre principi come intuizioni dovute sì al caso, ma anche allo spirito acuto e alla loro capacità di osservazione.

Serendipità è dunque - filosoficamente - lo scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un'altra. Ma il termine non indica solo fortuna: per cogliere l'indizio che porterà alla scoperta occorre essere aperti alla ricerca e attenti a riconoscere il valore di esperienze che non corrispondono alle originarie aspettative.

Lo stipendio regolare del tipo "pochi, maledetti e subito" ha una sua valenza positiva, ma il cosiddetto "posto fisso" mette un po' al riparo dalle sorprese e dalle novità.

Stamattina però ho ricevuto fuori dall'orari
o di accoglienza del pubblico una signora tunisina, madre di due alunni che frequentano qui da noi, per presentare la richiesta per la Borsa di Studio, che è un rimborso che il Comune da alle famiglie per le spese sostenute per comprare materiale didattico, esclusi i libri di testo.

Peraltro, il rimborso è di 60,00 euro ad alunno p
er la scuola primaria... una miseria.

Oggi ho ricevuto le domande che la signora tunisina mi ha portato, e le ho dovuto chiedere di firmare il registro delle consegne.

E ho visto che ha fatto una fatica immane a firmare, anche se parlava l'italiano davvero bene.


E le ho detto: "Signora, una domanda personale... per chi è di madre lingua araba è difficile scrivere in italiano?"

E lei mi ha risposto che sì, la parte scritta è complicata, ma che l'arabo è così complicato che loro riescono ad imparare
le lingue facilmente, mentre per un occidentale è difficilissimo imparare l'arabo, sia scritto che parlato.

Allora, visto che sorrideva, le ho detto: "Me lo scrive il mio nome in Arabo? Mi chiamo Massimiliano".

E lei, con quegli occhioni neri, si è sentita... non so... importante... anzi no, di più... coinvolta. E mi ha detto: "Non esiste come nom
e, ma posso scriverlo".

L'ho ringraziata, lei ha ringraziato me, e andando via mi ha salutato con una della strette di mano più calorose che abbia mai ricevuto.

Allego la scansione di ciò che ha scritto, virata in negativo... purtroppo il sorriso che mi ha dato questa cosa non posso scanerizzarl
o... ma ve lo lascio immaginare.





Per chi non lo sapesse, si legge da destra verso sinistra :)

31 Marzo 2008

28.3.08

Brandelli

A brandelli.

Così sto riducendo il mio cervello a forza di dormire poco la notte ed alzarmi poi presto la mattina per andare a lavorare.

La mia lucidità è latitante fino a mezzogiorno, dopo di che si affaccia nella mia vita, giocando come me come si fa con i bimbi di 3 mesi, quando si nasconde il volto con le mani, e poi lo si mostra all'improvviso dicendo "Cucù", giusto il tempo di cogliere il sorriso stupito del bimbo... per poi nascondersi di nuovo.

Io di mesi non ne ho 3 ma 420 e, lo confesso, rido un po' meno. Stupito, sono stupito. Ma quanto al ridere, ci lavorerò sù.

Ciononstante non erano questi i brandelli a cui pensavo stamattina, quanto quelli scritti su una vecchia Moleskine, regalo ricevuto da mia sorella non so quanto tempo fa. Cercavo una frase che ricordavo di aver scritto lì, e c
he in effetti c'è...
Solo che pensavo che oltre quella ce ne fossero centinaia, che ci avrei trovato una vita di brandelli di pensieri, speranze, immagini.

E invece le pagine scritte sono solo 4. Nella prima, il mio disegno di una specie di strana pigna che trovavo per strada quando andavo a lavorare col bus delle 7:15 e tornavo a casa a piedi, passeggiando per i viali di Mondel
lo con le cuffie del lettore mp3 che iniettavano Ludovico Einaudi in endocranica.
Pigna che si rivelò poi essere una cosa bellissima, ovvero il centro essiccato del fiore di Magnolia. La data del disegno è 12/11/2006, non ho scanner, metto qui una foto.




Nelle altre pagine ho trovato tre frasi:

"Si può vivere soli quando si vede esclusivamente il lato brutto delle cose, di fronte alla bruttezza non esistono spalle troppo esili. La bellezza, invece, è insostenibile da soli".
20 Novembre 2006


"Questo blocco è il secchio della mia vita etilica... ogni tanto, riverso nel letto della sbornia post-coscienza, lo tiro a me e ci vomito dentro brandelli di anima".
8 gennaio 2007

In mezzo, la frase che cercavo, che immaginavo allora parte di un mio futuro libro:

"Era questa la sua condanna, sapeva tutto fin da subito. Posto di fronte ad uno scorcio di vita, capiva subito quale dinamica governasse le cose. Il resto era un mero esercizio di pazienza: tergiversare in attesa che anche agli altri divenisse chiaro ciò che a lui si era palesato fin dal primo istante".
4 Dicembre 2006


Pensavo di trovarci più cose, ma mentirei se mi dicessi deluso :)




28 Marzo 2008

25.3.08

Genetliaco con ossimoro

7 è un numero magico, che ricorre in quasi tutte le cose che l'umana conoscenza e la natura hanno posto come basi dell'esistenza. I 7 peccati capitali, i 7 re di Roma con i suoi 7 colli, i 7 giorni della settimana, i 7 nani, la torta 7 veli...

In 35 anni, che sono appunto 7 lustri, qualcosa sulla vita l'ho imparata, sia come che adesso conosco, sia come cose che so fare...

ALCUNE COSE CHE HO IMPARATO BENISSIMO:
- dormire
- mangiare
- guadagnarmi la fiducia dei cani con l'espressione degli occhi e qualche sussurro
- valutare le persone dopo 30 secondi
- parlare di me stesso e dei miei sentimenti con chiunque senza vergogna
- inseguire sogni improbabili salvo poi mollarli una volta realizzati
- deviare su me stesso il dolore che era diretto ad altri
- non deviare sugli altri il dolore che era diretto a me
- che dopo 15 anni a un pacchetto al giorno, sono capace di stare 5 anni senza fumare nemmeno una sigaretta
- che l'aspettativa è l'utero in cui la delusione attecchisce e si sviluppa
- che i rapporti umani nella loro fase iniziale spesso reagiscono ad una versione eterea del principio di Archimede per cui un affetto immerso in un cuore altrui riceve una spinta uguale e contraria al volume dei sentimenti spostati
- che e' faticoso e doloroso pensare a qualcun altro quando sei impegnato, ma che quando una persona ti e' entrata in testa e' impossibile non pensarci...

ALCUNE COSE CHE HO IMPARATO BENINO:
- cucinare
- scrivere poesie e racconti brevi
- giocare a calcetto
- disegnare
- aspettare
- preparare la crema di limoncello
- parcheggiare
- reggere l'alcool
- entrare in sintonia con le persone con handicap fisici
- stabilire le relazioni di causa ed effetto tra gli eventi e le reazioni che generano
- che il fondo del proprio cuore non e' il posto piu' sicuro dove nascondere le emozioni da tenere segrete
- che i sentimenti legati alle tue radici sono facili da negare a parole ma rimangono radicati in te e hanno reflussi abbastanza devastanti anche quando meno te lo aspetti...


ALCUNE COSE CHE HO IMPARATO DISCRETAMENTE:
- suonare il basso
- guidare la moto
- costruire mobili artigianali
- ascoltare gli altri
- essere autoironico
- che spesso i paradossi sono la cosa piu' sensata in cui potersi imbattere
- il fatto che nei rapporti umani non sempre 2 + 2 e' uguale a 4 e che quindi non e' possibile predire il risultato finale della somma di due anime...

ALCUNE COSE CHE HO IMPARATO COSI' COSI':
- suonare la chitarra
- andare sui pattini in linea
- controllare il mio ego ipertrofico
- tollerare i limiti altrui
- elaborare la perdita di un affetto in tempi ragionevoli anche se sono stato io a mollare
- vincere la pigrizia
- concedere agli altri una seconda chance...

COSE CHE HO IMPARATO MALE:
- spolverare, perche' e' una cosa odiosa, noiosa all'inverosimile...


Ecco, spolverare... lo ammetto, non e' che lo faccia con una dedizione particolare, ho sempre la sensazione che ci si qualcos'altro di piu' importante da fare...

Cosi' mi trovo a vivere un compleanno con ossimoro, 7 lustri non lustri.

Cosa volere di piu'? :)


25 Marzo 2008

19.3.08

SALDI SALDI SALDI

Non sono mai stato in vendita. E probabilmente, non c'è mai stato nessuno che volesse comprarmi.

Certo, c'è chi sostiene che tutti abbiamo un prezzo, ma mi piace illudermi che non sia così. E quasi 35 anni su questa palluzza di terra, aria, fuoco ed acqua me ne danno conferma.

Wilde scrisse, in uno dei suoi aforismi più riusciti: "Il cinico è colui che conosce il prezzo di ogni cosa, e il valore di nessuna".

Ora ipotizziamo che io volessi mettermi in vendita. Ecco l'annuncio che scriverei:



VENDESI

Essere umano usato, in buone condizioni d'uso (lievi segni di usura a livello cerebrale ed epatico causa abitudini etiliche), sensibile, profondo, umorale, testardo, infantile, petulante, creativo, gioioso, noioso, logorroico, illuminante, saggio, geniale, ottuso, monotematico, generoso, policromatico, ottenebrante, divertente (1).

Offerta libera, telefonare ore pasti.

(1) le suddette condizioni NON SONO CONTRATTABILI.



19 Marzo 2008

17.3.08

Citazione...

Non sono solito scrivere poesie altrui nei miei post, né mettere video di canzoni. Ma in questi giorni ho in mente una canzone, anche per averla suonata con Fabrizio e Rosario in una riedizione quasi blues-jazz-etilic-fatequellochecavolovipare.

Non che fosse importante, alla fine quello che mi piace davvero di quella canzone è il testo...

Dal momento che l'unico modo che ho di superare le mie ossessioni musicali è cedervi, cioè sentire una canzone così tante volte di seguito da farmela venire a nausea per un po', stamattina a lavoro l'ho cercata su youtube, trovandola, scoprendo che siamo coetanei io e lei... 1973... Battisti/Mogol...

E allora, cedo e la posto qui... e contravvenendo al mio spirito liberale vi dico: Se non vi piace, siete dei tasci.

"La collina dei ciliegi"




8.3.08

La legge dell'economia del linguaggio






Al liceo avevo un professore col phisique du role.

Aveva circa 60 anni, era alto intorno al metro 85, largo quasi altrettanto, con una calvizie che per puro gusto dell'eufemismo definirei stempiatura ampia... portava enormi occhiali demodè, che toglieva quando doveva leggere qualcosa da molto vicino, come ad esempio il registro di classe per decidere chi interrogare, e lo faceva chinandosi sulla lista dei nomi mentre avviciniva il foglio stesso al volto. Era un incontro a metà strada. Pare riuscisse a mettere a fuoco solo a pochi millimetri dalle pupille, come una compattina da 5 megapixels in modalità supermacro. Non chiamava mai l'interrogato per nome, o per cognome... semplicemente allungava il dito in direzione del malcapitato, indicandolo, e dicendo con voce calma e al contempo abbastanza perentoria: "Tu.".

Insegnava, al trienno, latino e greco. Io l'ho avuto come professore di entrambe in prima liceo, e l'anno successivo come professore di greco soltanto.

Sì, perché ero uno studente di prima liceale così brillante, che decisero di farmela frequentare per due anni di seguito.

Non ricordo da parte di questo professore un minimo gesto di umanità o cordialità. Mai un sorriso consolante dopo un brutto voto, mai un incoraggiamento, mai una parola di speranza sul futuro.

Solo enormi silenzi tra una attività didattica e l'altra.

Però, era un genio. Nonostante fosse stato chiamato da non so quale società di Stoccolma (non quella dei Nobel) per tradurre antichi documenti greci, nonostante fosse una autorità nel campo, spiegava parlando quasi sempre in siciliano. E le sue spiegazioni, sia quelle riguardanti la grammatica che soprattutto quelle di letteratura, erano uno spettacolo.

Sembrava di sentire uno di quei cantastorie che, col senso del ritmo e con una voce allenata a dare accento ai momenti di riflessione e alle esplosioni dell'azione, tengono il pubblico col fiato sospeso.

Mi è venuto in mente di recente, in maniera vaga, perché ho a casa un libro di alcuni dell'Odissea scelti e tradotti da tale Giuseppe Cavallaro, poeta. Non che il mio vecchio professore (si chiamava Gattuso, è ormai nel regno dei più) abbia mai tradotto direttamente dal greco al siciliano, ma quando ci parlava dei personaggi del mito greco, o quando ci conduceva nella trama di opere antiche, parlava sempre in siciliano, recitando degli ipotetici (ma plausibilissimi) brani all'impronta, inventati di sana pianta, ma che rendevano l'idea.

Ricordo ancora due cose in particolare. Una fu la spiegazione del tempo imperativo nei vari modi. Ci fece l'esempio di uno cui arriva la notizia che dei ladri sono entrati in casa delle ville dei vicini e dice al figlio, usando l'imperativo aoristo: "Sciogli i cani", come a dire "appena hai tempo, magari dopo che finiamo di mangiare, sciogli i cani e lasciali liberi".

"N'atra cosa", disse, "è ca ju stai rurmiennu cu' me mugghieri o' lato, sento rumuri nno giardino, chiamu a me' figghiu' e ci ricu: "Totò, sciogghi i cani!", comu a diri "Va fallo subitu!". Chistu è imperativo presente".

Spiegava così.

Un'altra cosa che ricordo come fosse ieri è la sua spiegazione della legge dell'economia del linguaggio.

Ci disse, cominciando a parlare in italiano: "Pensate a una famiglia di Milano che viene in vacanza a Palermo. Questi arrivano a Mondello, posteggiano il furgone vicino alla spiaggia. Ci sono i vari suppellettili da scaricare, e siccome sono presi dall'aria leggera della vacanza, nessuno si dà da fare. Allora la madre, milanese, dall'alto della sua autorità dice al figlio: "Antonio, è tua madre che ti parla, provvedi a scaricare le sdraio, gli ombrelloni, il tavolino, le sedie e tutto il resto dal furgone". Iddi su' accusì, parranu, parranu. Ora pigghiate 'na famigghia ru' Sperone... caricano la lapa di mille cose, arrivano a Munneddu e i picciriddi rittu rittu si va jeccanu in acqua. Allora a matri chiama chiddu ranni e ci fa: "Totuccio 'a matri, scinni i cummurità 'ra motolape". Ha detto le stesse cose della milanese, ma parlando la metà. Questa è la legge dell'economia del linguaggio".

Come ho scritto prima, un genio.

Tutto ciò mi è venuto in mente stamattina, mentre facevo la doccia, perché ho cominciato a canticchiare un vecchio pezzo di Alanis Morissette, All I Really Want, che comincia con le parole "Do I stress you out?"... "Ti stresso?".

Stress.

Un esempio perfetto di legge dell'economia del linguaggio.

Dire a qualcuno "tu mi stressi" equivale a dire tu sottoponi i miei tessuti fisici, i miei neuroni e la mia capacità di sopportazione e due forze contrapposte che mettono a repentaglio la tenuta strutturale del mio intero essere"

Chissà perché poi mi viene in mente lo stress. In questo periodo mi concedo, per l'ennesima volta (consecutiva) di giocare a fare il ragazzino: lavoro a scuola, forse non per caso... esco da lavoro e mi sento in diritto di fare ciò che miva per il resto della giornata... anche niente, come se avessi espiato le mie colpe... probabilmente la "colpa" principale è il mio essermi concesso una prima parte di gioventù senza altro scopo se non pianificare un modo serio per perdere per strada tutti i miei talenti senza un minimo di serietà ed applicazione.

Fra poco avrò una età che, se non gestita bene, rischia di restarmi letteralmente in gola (questa i non palermitani non la coglieranno). E la cosa non mi stressa.

Non mi sento seduto in riva a un fosso... forse più che altro in riva ad una spiaggia.

Ma se come diceva Ligabue "Se sotto il cielo c'è qualcosa di speciale passerà di qui, prima o poi"... allora metto un messaggio in una bottiglia e la butto in mare.

"Arrimìnati.



07.03.2008