8.3.08

La legge dell'economia del linguaggio






Al liceo avevo un professore col phisique du role.

Aveva circa 60 anni, era alto intorno al metro 85, largo quasi altrettanto, con una calvizie che per puro gusto dell'eufemismo definirei stempiatura ampia... portava enormi occhiali demodè, che toglieva quando doveva leggere qualcosa da molto vicino, come ad esempio il registro di classe per decidere chi interrogare, e lo faceva chinandosi sulla lista dei nomi mentre avviciniva il foglio stesso al volto. Era un incontro a metà strada. Pare riuscisse a mettere a fuoco solo a pochi millimetri dalle pupille, come una compattina da 5 megapixels in modalità supermacro. Non chiamava mai l'interrogato per nome, o per cognome... semplicemente allungava il dito in direzione del malcapitato, indicandolo, e dicendo con voce calma e al contempo abbastanza perentoria: "Tu.".

Insegnava, al trienno, latino e greco. Io l'ho avuto come professore di entrambe in prima liceo, e l'anno successivo come professore di greco soltanto.

Sì, perché ero uno studente di prima liceale così brillante, che decisero di farmela frequentare per due anni di seguito.

Non ricordo da parte di questo professore un minimo gesto di umanità o cordialità. Mai un sorriso consolante dopo un brutto voto, mai un incoraggiamento, mai una parola di speranza sul futuro.

Solo enormi silenzi tra una attività didattica e l'altra.

Però, era un genio. Nonostante fosse stato chiamato da non so quale società di Stoccolma (non quella dei Nobel) per tradurre antichi documenti greci, nonostante fosse una autorità nel campo, spiegava parlando quasi sempre in siciliano. E le sue spiegazioni, sia quelle riguardanti la grammatica che soprattutto quelle di letteratura, erano uno spettacolo.

Sembrava di sentire uno di quei cantastorie che, col senso del ritmo e con una voce allenata a dare accento ai momenti di riflessione e alle esplosioni dell'azione, tengono il pubblico col fiato sospeso.

Mi è venuto in mente di recente, in maniera vaga, perché ho a casa un libro di alcuni dell'Odissea scelti e tradotti da tale Giuseppe Cavallaro, poeta. Non che il mio vecchio professore (si chiamava Gattuso, è ormai nel regno dei più) abbia mai tradotto direttamente dal greco al siciliano, ma quando ci parlava dei personaggi del mito greco, o quando ci conduceva nella trama di opere antiche, parlava sempre in siciliano, recitando degli ipotetici (ma plausibilissimi) brani all'impronta, inventati di sana pianta, ma che rendevano l'idea.

Ricordo ancora due cose in particolare. Una fu la spiegazione del tempo imperativo nei vari modi. Ci fece l'esempio di uno cui arriva la notizia che dei ladri sono entrati in casa delle ville dei vicini e dice al figlio, usando l'imperativo aoristo: "Sciogli i cani", come a dire "appena hai tempo, magari dopo che finiamo di mangiare, sciogli i cani e lasciali liberi".

"N'atra cosa", disse, "è ca ju stai rurmiennu cu' me mugghieri o' lato, sento rumuri nno giardino, chiamu a me' figghiu' e ci ricu: "Totò, sciogghi i cani!", comu a diri "Va fallo subitu!". Chistu è imperativo presente".

Spiegava così.

Un'altra cosa che ricordo come fosse ieri è la sua spiegazione della legge dell'economia del linguaggio.

Ci disse, cominciando a parlare in italiano: "Pensate a una famiglia di Milano che viene in vacanza a Palermo. Questi arrivano a Mondello, posteggiano il furgone vicino alla spiaggia. Ci sono i vari suppellettili da scaricare, e siccome sono presi dall'aria leggera della vacanza, nessuno si dà da fare. Allora la madre, milanese, dall'alto della sua autorità dice al figlio: "Antonio, è tua madre che ti parla, provvedi a scaricare le sdraio, gli ombrelloni, il tavolino, le sedie e tutto il resto dal furgone". Iddi su' accusì, parranu, parranu. Ora pigghiate 'na famigghia ru' Sperone... caricano la lapa di mille cose, arrivano a Munneddu e i picciriddi rittu rittu si va jeccanu in acqua. Allora a matri chiama chiddu ranni e ci fa: "Totuccio 'a matri, scinni i cummurità 'ra motolape". Ha detto le stesse cose della milanese, ma parlando la metà. Questa è la legge dell'economia del linguaggio".

Come ho scritto prima, un genio.

Tutto ciò mi è venuto in mente stamattina, mentre facevo la doccia, perché ho cominciato a canticchiare un vecchio pezzo di Alanis Morissette, All I Really Want, che comincia con le parole "Do I stress you out?"... "Ti stresso?".

Stress.

Un esempio perfetto di legge dell'economia del linguaggio.

Dire a qualcuno "tu mi stressi" equivale a dire tu sottoponi i miei tessuti fisici, i miei neuroni e la mia capacità di sopportazione e due forze contrapposte che mettono a repentaglio la tenuta strutturale del mio intero essere"

Chissà perché poi mi viene in mente lo stress. In questo periodo mi concedo, per l'ennesima volta (consecutiva) di giocare a fare il ragazzino: lavoro a scuola, forse non per caso... esco da lavoro e mi sento in diritto di fare ciò che miva per il resto della giornata... anche niente, come se avessi espiato le mie colpe... probabilmente la "colpa" principale è il mio essermi concesso una prima parte di gioventù senza altro scopo se non pianificare un modo serio per perdere per strada tutti i miei talenti senza un minimo di serietà ed applicazione.

Fra poco avrò una età che, se non gestita bene, rischia di restarmi letteralmente in gola (questa i non palermitani non la coglieranno). E la cosa non mi stressa.

Non mi sento seduto in riva a un fosso... forse più che altro in riva ad una spiaggia.

Ma se come diceva Ligabue "Se sotto il cielo c'è qualcosa di speciale passerà di qui, prima o poi"... allora metto un messaggio in una bottiglia e la butto in mare.

"Arrimìnati.



07.03.2008

2 commenti:

Mari ha detto...

Sarò breve... :)
ce ne fossero di professori così! Mi hanno fatto ridere le spiegazioni...eccezionali ahah... Affascinante l'economia nel linguaggio, la studiai anche in Linguistica italiana... ti accorgi di come la lingua sia il dna di un popolo, di una persona...
La nostra economia è siciliana al 100%.

Maxdog ha detto...

Vero.