5.3.09

Clamoroso outing

Sto leggendo un libro, bellissimo, pubblicato nel 1961 da uno scrittore americano e ambientato in massima parte, fin dove sono arrivato, in un sobborgo di New York durante l'estate del 1955.

Dal momento che rivelerò minima parte della trama, terrò per me autore e titolo.

La parte del libro che mi preme riportare qui è quella in cui la coppia sposata, che vive insieme ai due figli, progetta di trasferirsi in Francia. In realtà il progetto nasce da parte della moglie che, sentendosi resposabile dei sacrifici fatti fin lì dal marito (unica fonte di reddito della famiglia), decide di spostarsi a Parigi, di lavorare mantenendo il marito per almeno 5 anni in modo che lui abbia il tempo e la libertà - in un ambiente stimolante come doveva sembrare l'Europa vista da una america Maccartista - di "capire cosa vuole fare nella vita".

Il progetto in effetti è quello di donare a lui (già trentenne e padre di due figli) il tempo e il modo di capire quale sia la propria strada nel mondo.

Ecco... la propria strada nel mondo.

Questo paragrafo in particolare mi ha riportato indietro nel tempo, a tutti quei micro-bivi in cui mi ritrovavo immobile, incapace di decidere cosa fare della mia vita. Tempi in cui il massimo plausibile era intraprendere una strada per qualche tempo, salvo abbandonare tutto di lì a poco.

Che fosse l'università, piuttosto che suonare, le relazioni umane, stare qui a Palermo o fare qualcosa altrove, tutti i singoli potenziali aspetti di qualsiasi scelta venivano ponderati in maniera profonda.

In quegli anni di profondo rivugghio interiore (rivugghio = struggimento, per i non palermitani), diciamo dai 15 ai 19, oltrettutto non ero economicamente indipendente. Capitava così che ad ogni strada intrapresa e abbandonata, ad ogni filo pazientemente intessuto e poi reciso, coloro che provvedevano alla procrastinazione del mio essere in vita (i miei genitori) se ne uscivano spesso (segnatamente mia madre) con la domanda fatale: "Ma tu che vorresti fare nella vita?"

E io rispondevo, provando sincero sgomento al suono delle mie parole: "Non lo so"

E questa risposta, così abnormemente semplice rispetto a cotanta domanda, lasciava secondo me un sapore dal retrogusto amaro in chi la sentiva. Nessuno, tra coloro con cui parlavo, riusciva a superare il convincimento che dietro quel non lo so si celasse una pigrizia borghese da giovincello di famiglia tendenzialmente facoltosa, che stesse semplicemente rinviando il momento del confronto con la realtà del mondo. Realtà che, per inciso, non sto affrontando per scelta mia, dal momento che non mi risulta di aver mai chiesto a nessuno di mettermi al mondo.

Ora che dantescamente mi trovo nel mezzo del cammin della mia vita, ora che ho da tempo raggiunto l'indipendenza emotiva e una parvenza di indipendenza economica, quella che il mio stipendio da "aspirante precario - praticante morto di fame" mi permette, ora che ho la risposta nessuno più si sente in diritto di chiedermi "Ma tu cosa vorresti fare nella vita?".

Perché ora, 20 anni dopo i miei 15 anni, dopo aver vissuto lavori, progetti, esperienze, relazioni, fallimenti, piccoli successi, vette e abissi, so cosa davvero vorrei fare nella vita, e la risposta non è meno stupefacente di quella di allora.

La verità è che nella vita non vorrei fare niente.

E non è per pigrizia.

E' per quel senso di lacerante vuoto che provo ogni volta che qualcuno mi dice "Bravo, ben fatto"... quel vuoto determinato tra la distanza incolmabile tra la gratificazione gioiosa che dovrei provare, e il nulla che sento dentro.

E' per quella sensazione di sereno sconforto che provo nel vedere nascere un rapporto umano, quasi fosse un germoglio che cresce con volitiva forza, sapendo che custodisco nelle pieghe del mio cuore la falce che lo reciderà.

E' per quel velo di noia catastrofica di cui è ammantata qualsiasi ipotesi lavorativa nel mio futuro.

E', anche, perché "nulla", "niente" sono parole con una forza evocativa spaventosa.

Questo oggi.


Domani?

Vedremo. Come sempre.

Nessun commento: