4.4.10

La partita perfetta

Da ragazzino i videogiochi mi piacevano parecchio. Ma non sono mai stato adolescente da pomeriggi in sala giochi.

Ero fortunato possessore di un Co
mmodore Amiga, invenzione geniale troppo spesso spacciata per console per videogiochi. Era anche questo, ma era soprattutto un Apple MacIntosh ante litteram.

E mi piacevano soprattutto i videogiochi di strategia, ma non troppo complicati, non i veri rompicapii, oppure quelli un po' arcade che, per uno della mia generazione, significa l'arco di tempo tra Pong e Pac Man.


Mi sono perso negli anni dell'università e dei primi lavori la passione smodata dei miei colleghi e amici per i videogiochi sportivi della Playstation, le dispute filosofiche su quale tra Fifa e Winning Eleven fosse il migliore videogioco sul calcio.

Ecco, alla Playstation magari giocavo a Crash Bandicoot 3 piuttosto che a Resident Evil.

Mi ha sempre affascinato la natura primordiale dei videogiochi, non ho mai provato uno di quei giochi basati su identità virtuali né, credo, li apprezzeri.

Per adesso poi, identità virtuale... non riusceri neanche volendo.

Ogni tanto, lo confesso (e chi sa la verità è pregato di tacere :D) mi concedo una partita a Chicken Invaders 3.

Videogioco moderno, ma basato sul mio quasi coetaneo Space Invaders.

Un gioco semplice, che inizia con una parodia di Guerre Stellari: Le galline, dopo anni di arrostimenti, si sono ribellate e adesso la loro versione spaziale invade la terra.

Ad ogni quadro, orde di galline in realtà si limitano a restare in aria sullo schermo. Schivassi le uova bomba, potresti pure resta
re al primo quadro, la terra non subirebbe nessuna minaccia pennuta.



Detto questo, da qualche tempo, quando gioco, sono alla ricerca della partita perfetta: finire i 140 quadri circa del videogioco senza mai morire e senza sparare neanche un missile, ma limitandomi all'uso delle varie armi disponibili, distruggendo nell'ultimo quadro la Yolk Star e l'uovo gigante che contiene.

Che poi questa cosa che nei videogiochi le chance si chiamino "vite" non mi ha convinto mai. Si muore una volta sola, e so che proprio io non dovrei dirlo.

Si muore una sola volta perché, nella vita, poi si rinasce diversi, e la prossima morte sarà la morte di una vita diversa.

Alla ricerca della partita perfetta, da qualche tempo provavo la strategia della difesa. Ogni quadro veniva affrontato con strategia conservativa, senza provare a guadagnare medaglie al valore o punti extra.

Risultato: morti premature in quadri che di regola supero con facilità.


Poi, ieri, ho provato una cosa diversa.

Giocare divertendemi davvero, senza pensare alla vita, alla morte, alle uova assassine quanto piuttosto alla ricerca del gusto, del divertimento, della leggerezza.

E sono arrivato due volte all'ultimo quadro.

Non ho completato la partita perfetta.

Ma ho visto applicato in qualcosa di ludico un principio che ho chiaro da un po': non c'è altro modo di vivere se non cercando il gusto e il senso delle cose, giocare in difesa attira solo preoccupazioni che non ci appartengono.



4 Aprile 2010

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