8.11.06

Ai lettori men che trentenni








Immagino che tutti abbiate in casa un luogo deputato a custodire le reliquie e i ricordi del passato. Nelle immagini di vecchi film, nelle foto di inizio '900 si notano quasi
sempre degli altarini votivi, quasi dei santuari dedicati alla memoria. Ai tempi, erano spesso dei dipinti appesi alle pareti, ritraevano il pater familiae in posa stentorea vicino a una sedia su cui posava adagiata, spesso con grazia artefatta, la dea del focolare: eventuali pargoli erano spari a corredo e corollario.

La rivoluzione della fotografia ha un po' cambiato questi usi. Ogni tanto mi capita di vedere in casa della gente dei tavolinetti, spesso posizionati nei paraggi di quella che era in origine l'unica presa telefonica dell'appartamento, che hanno lo scopo di sostenere oltre al telefono stesso delle cornici portafoto. Matrimonio, comunione, primo dentino... le foto ricordo sono davvero un surrogato della fede nell'aldilà, uno squarcio di eterno in questa vita a scadenza...
Ma ammettiamolo, le vere chicche non stanno lì. I tesori inestimabili, come è giusto che sia, vengono negati agli sguardi quotidiani e sono preservati da
gli effetti del tempo in qualche cassetto fuori dalle traiettorie consuete, magari ben chiusi in una vecchia scatola di latta di quelle che un tempo contenevano i biscotti.
Lì, spesso in
un calderone indistinto, si annidano la foto di un compleanno con l'immancabile babbeo che fa le corna con la mano dietro la testa di qualcuno tra gli invitati, quella della domenica sulla neve con destinazione proletaria Piano Battaglia, vestiti come novelli omini della Michelin, con trentasei strati di indumenti tra maglie di cotone, lana e calzamaglie sintetiche realizzate con un materiale che oggi, in tempi di tutela dei consumatori, porterebbe obbligatoriamente una etichetta del tipo "Questo indumento nuoce gravemente all'epidermide umana". Immancabile la foto del pianto da bambini: io ne ho una di me, con indosso una agghiacciante maglia di ciniglia che si usava d'inverno e faceva sentire un freddo cane, posto da gentile mano sulla schiena di un elefante al circo, intento (io, non l'elefante) a urlare la mia disperazione.
La cosa più bella sono poi quelle foto che ti fanno urlare rosso dalla vergogna "Noooooooooooooooooo, ma non l'avevo buttata???". Di regola sono quelle infamanti che ci ritraggono con pettinature secondo le orrende mode del momento, oppure con
indosso occhialoni stile mosca che erano tanto trendy... io ho delle foto di un mio zio con indosso un osceno giubotto di pelle di dimensioni minuscole, di quelli che cominciavano un millimetro sopra la fine del pantalone, attillato come avesse dovuto contenere un uomo fatto di yogurt, jeans con l'orlo dieci centimetri sopra la caviglia e annessa vista delle calze, ma soprattutto ricordo che aveva degli occhiali simil RayBan che avrebbero potuto coprire non uno ma quattro paia di occhi. Guardavo quel trentenne spavaldo, ai tempi, e io lo dovevo vedere bello, se è vero - come è vero - che anche io nel 1988, come si vede nella foto, non disdegnavo di usarli, i RayBan.
A pensarci adesso si sovrappongono ricordi di provenienza sensoriale diversa: il profumo dei pomodori stesi ad asciugare al sole nel giardino di casa dei miei nonni, il rumore del proiettore che mia madre montava in camera d
i mia sorella quand'eravamo piccoli, intento a riversare sulla parete bianca tutti e dico tutti gli episodi dei cartoni animati di Speedy Gonzalez e Duffy Duck dalle bobine... ricordo la sensazione tattile che provavo quando mia sorella (di tre anni e mezzo più grande di me e allora un gigante in confronto a me) mi spingeva dietro una poltrona in quella stanza e mi faceva il solletico in una maniera così spietata che ridevo, ridevo, ridevo... a stento respiravo per il troppo ridere e non riuscivo a chiamare mia madre, che ignara di tutto era dall'altra parte della casa.
Ricordo i dischi dei miei genitori, che erano i dischi di gente semplice dai gusti semplici. Tra i vari Boney-M, Demis Roussos
, Franco Simone, ce n'era uno che guardavo con sospetto fin da allora. L'album se ricordo bene si chiama "Sono un pirata, sono un signore", lo cantava uno dei miti di quei tempi, il belloccio Julio Iglesias, cantante spagnolo che pubblicava i suoi dischi in varie lingue tra cui l'italiano, uomo dalla pelle costantemente color mocassino di cuoio scuro, capello compatto e immobile stile casco di vetroresina, voce e movenze ammalianti, almeno questo è l'effetto che faceva alle casalinghe di allora. Ascoltavo a volte questo disco, non perché mi piacesse particolarmente, anzi... per quanto possibile a sei, sette anni, trovavo il buon Julio incresciosamente artefatto. Mi piaceva, indifferentemente per tutti i dischi, l'esercizio misto di pazienza e bravura che consisteva nel mettere la puntina dello stereo sul disco in movimento, senza farlo saltare. Se ci penso, mi vedo con lo sguardo attento e impegnato delle migliori occasioni. Una delle canzoni di questo album si chiamava "33 anni", e nel ritornello il tizio diceva, con un accento da etilista incallito di Pamplona, "33 anni, poco più, son mezza vita".
Premesso che spero che la vita non sia così crudele da farmi arrivare a 70 anni o più, quella frase apriva scenari incontrollabili... 33 anni... cos'è 33 anni? Com'è la vita a 33 anni? Quanti anni si hanno davvero a 33 anni?
Nel libro City, Baricco scrive: "Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita ti risponde...".
Quest'anno la risposta mi è venuta a trovare, cogliendomi del tutto impreparato. Io sono ancora impegnato a cercare di capire com'era la vita a 15 anni, e in tutti gli anni precedenti e successivi... però un'idea me la sono fatta.
Soprattutto, per comparazione, so cosa cambia col tempo. Non starò qui a recitare la parte del trentatreenne che si lamenta di acciacchi che cominciano a fare capolino, o di energie più difficili da recuperare. Il mio corpo, allora come ora, lo percepisco solo come un tramite. No, quello che cambia è il rapporto energie mentali/tempo.
A 20 anni molte delle cose che capitano sono nuove, inesplicabili, sconvolgenti. Non solo, ma ogni situazione nuova che si presenta, ogni nuova persona che si conosce, comporta la reazione del proprio "sé", che non si conosce ancora bene. E questa reazione offre nuove informazioni su se stessi, cosa che richiede una nuova ricalibrazione della propria personalità, come fossimo una bilancia a due piatti: su uno la voglia e sull'altra l'esperienza. Da qui il dispendio di energie, perchè tante sono le cose da scoprire, tanta la voglia di sapere quale sia la via giusta da imboccare e bisogna provarne quante più possibile.
Questo è il punto, l'esperienza pesa e ti porta a riconoscere più velocemente ciò che accade intorno a te, a distinguere le cose per quello che sono e quindi a gestire diversamente le energie.
Se non senti più necessario far parte di tutto quello che ti capita davanti, se arrivi a un punto in cui sai cosa hai davanti e sai valutare se e quanto ti va di spenderti nei vari meandri della vita, puoi canalizzare le energie verso cio' che ti interessa davvero. Detta così sembra una cosa negativa, invece è qualcosa che pur togliendo una punta di brivido alla schiena, è bellissima.
E' come guardare attraverso il vetro di una nursery e riconoscere subito tuo figlio, ma senza passare per processi cognitivi. Lo riconosci e basta. Come il sommelier che assaggio dopo assaggio non ha più bisogno di descriversi mentalmente un vino per arrivare al nome, anzi è il nome che gli va incontro senza esitazione, forse addirittura più come sensazione che come nome vero e proprio.
Per questo quando incontro e conosco qualcuno, che sia di persona o attraverso parole ipoteticamente fredde su di un monitor, di solito riconosco ciò che sarà. Non ne conosco le sfumature, non ne conosco i confini, ma di certo i colori sono quelli.
Con una rara forma di prevegenza postuma, si riconoscono nel passato i riflessi del futuro.
Per questo so a prima vista chi mi starà antipatico in maniera irrisolvibile.
Per questo a volte mi innamoro in un minuto anche se so di custodire nel mio cuore la falce che reciderà questo sentimento.
Per questo a volte basta una frase dentro una conversazione per farmi sapere che vorrò bene a chi l'ha pronunciata, e dal momento che lo so con una certezza assoluta, mi fido di quella sensazione e la seguo senza remore... e così si dissolvono le cautele e sento che se vorrò bene, allora voglio già bene, ed è bellissimo.
Per questo chi non ha trent'anni, e spesso non viaggia alla stessa velocità, rischia di confondere questa forma di coscienza istantanea con una sorta di connessione forzata.
Ma non c'è nulla di strano: nel punto in cui si incontrano due oceani le acque sono sempre le più burrascose, fin quando non si impara a navigarle.

1 commento:

Lunatica ha detto...

Ehi Max! Ciao! Come stai??
...starai pensando "a volte ritornano!"...oppure "non mi libererò mai di lei"... :P
Ma visto che hai detto che è gratis, ho deciso di uscire dalla tomba dell'anonimato.. per ritornarci ovviamente!
Bello il blog...migliorati di molto i post...c'è sempre quel giusto connubio tra fantasia ironica e impegnata riflessione, che in fin dei conti ti caratterizza o almeno caratterizzava il Max che conoscevo. Buone cose! Buona vita!